La nuova poesia: Saba e Ungaretti

Camillo Sbarbaro

Camillo Sbarbaro (1888-1967) visse sempre nella nativa Liguria, appartato rispetto al mondo ufficiale della cultura. Collaboratore della rivista "Lacerba", diede la prima prova con Resine (1911), raccolta densa di reminiscenze pascoliane e crepuscolari in cui si avverte il tentativo di oggettivare nell'immagine (il paesaggio arido e scabro della Liguria), il sentimento dolente e desolante della solitudine interiore. In Pianissimo (1914), l'opera poetica più riuscita, negata ogni possibilità di inserirsi nel contesto sociale e proclamata la natura "desertica" del mondo, il poeta si ripiega amaramente su se stesso. Lo stesso senso di inutilità della vita, di aridità dell'uomo percorre i versi di Rimanenze (1955) e di Primizie (1958), nei quali però è avvertibile una sorta di riflessiva saggezza che consente al poeta di ritrovare conforto nella vita e nella stessa poesia.

Si dedicò anche a lungo alla prosa lirica con brevi composizioni, frammenti di scarna essenzialità, di squisita cura formale (Trucioli, 1918; Liquidazione, 1928; Fuochi fatui, 1956; Scampoli, 1960; Gocce, 1963; Quisquilie, 1967).

Il segreto della poesia di Sbarbaro è un ordine scabro ma anche immobile e levigato, come in un codice buddista. Egli fu tra i primi poeti del nuovo secolo a scoprire, con ingenuità poetica, l'assurda insensatezza dell'esistere.