Giacomo Leopardi

I "grandi idilli"

Durante il soggiorno a Pisa, nel 1828, Leopardi scrisse alla sorella Paolina parole che annunciavano la sua rinascita alla poesia: "Dopo due anni, ho fatto dei versi quest'Aprile; ma versi veramente all'antica, e con quel mio cuore d'una volta". I versi erano Il risorgimento e A Silvia. Seguirono i canti Il passero solitario, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta, Il sabato del villaggio, il Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, composti tra il 1829 e il 1830 a Recanati, dove il poeta era stato costretto a ritornare nel novembre del 1828, perché gli era stato sospeso l'assegno dello Stella e perché le sue condizioni di salute erano peggiorate. Si trattenne poco meno di un anno e mezzo, soffocato da una malinconia che era "oramai poco men che pazzia"; in quella disperazione nacque la maggior parte dei cosiddetti "grandi idilli", la cui composizione era stata preceduta da un lungo approfondimento teorico della poesia come pura lirica svincolata dall'imitazione, dalle regole, da fini pratici. "Canto" è la denominazione che si afferma in questo periodo, e Canti sarà il titolo dell'edizione del 1831, sancito in quella del 1835: un titolo senza precedenti, nella tradizione letteraria italiana, che cancella ogni indicazione di "genere" e "sottogenere" per esaltare la poesia "senza nome", la poesia in assoluto.

Il risorgimento è una singolare celebrazione della "rinascita del cuore" composta in strofette metastasiane. Su tutt'altro registro i capolavori successivi: A Silvia, canto alla giovinezza perduta e non goduta; Le ricordanze, canto che nasce dalla memoria di un mondo e di un'età popolati di fantasie e illusioni; Il canto notturno di un pastore errante dell'Asia è rivolto al mistero della natura e dell'esistenza. Il sabato del villaggio e La quiete dopo la tempesta formano il dittico degli "apologhi del borgo" e per situazioni e stile possono essere avvicinati solo al Passero solitario, in cui rifluisce la "rimembranza", tema dominante, nella prospettiva limpida e "mitica" del villaggio e della casa paterna: il paesaggio e la memoria diventano improvvisamente luoghi e figure da favola, in cui si condensa una struggente nostalgia di sogni e fantasie della fanciullezza. Nel Canto notturno la meditazione e la liricità si fondono entro più vasti orizzonti: lo spazio del borgo è sostituito da uno spazio desertico, ignoto e sconfinato; la voce del poeta diventa quella di un misterioso "pastore errante" che interroga la luna con una serie di incalzanti domande sul perché della propria esistenza, sul perché della vita e dell'universo.