Giacomo Leopardi

La nuova poetica e gli ultimi canti

Nel 1830, accettato un prestito dagli amici fiorentini, Leopardi lasciò per sempre Recanati. A Firenze riallacciò antichi rapporti e altri ne strinse, fra cui quello con l'esule napoletano Antonio Ranieri (che diverrà l'inseparabile "sodale" degli ultimi anni) e quello con l'affascinante Fanny Targioni Tozzetti, che gli accese una violenta e sfortunata passione. Dal 1833 visse, sempre più malato, a Napoli, dove morì il 14 giugno 1837.

Tutta l'ultima fase della vita di Leopardi è caratterizzata dal rifiuto del suo passato di sdegnosa o malinconica solitudine. Nel dissolversi dell'energia fisica, egli avvertiva un prepotente bisogno di affermare il proprio io, la propria filosofia "disperata ma vera" contro ogni facile visione ottimistica della realtà. Di qui il suo disprezzo per le filosofie spiritualistiche del tempo e la derisione dell'ingenuo entusiasmo dei liberali (nella Palinodia al marchese Gino Capponi del 1835, nella satira I nuovi credenti e nel poemetto Paralipomeni della Batracomiomachia, dello stesso periodo). Di qui, soprattutto, gli ultimi canti del cosiddetto "ciclo di Aspasia" (composti fra il 1832 e il 1835), ispirati da un amore negato (la passione per Fanny) eppure interamente vissuto e sofferto con i sensi e con l'anima; le due canzoni "sepolcrali" (Sopra un bassorilievo antico sepolcrale e Sopra il ritratto di una bella donna, 1834-35), così ricche di pietas nella dolente ma ferma meditazione sulla morte.

Il "ciclo di Aspasia" è la storia completa di un amore, dalla fase "positiva" (Il pensiero dominante, Consalvo, Amore e Morte) a quella "negativa" di rivelazione dell'inganno (A se stesso, Aspasia). È sorretto, per l'intera durata, dal binomio inscindibile di "ideologia e canto", nel senso che alla rappresentazione della vicenda passionale si associa costantemente il ragionamento su di essa.

Il tramonto della luna celebra le esequie dell'"inganno idillico": il paesaggio lunare viene ridescritto con le parole tenere di un tempo, ma solo come "quadro di paragone", appunto per essere posto in simmetrico contrasto con la "vita mortal" che, a differenza delle "collinette e piagge", una volta sopraggiunta la notte (la vecchiaia), non si colorerà "d'altra aurora".

La chiusura del "libro" (escludendo Imitazione, Scherzo e i cinque Frammenti, che costituiscono una sorta di appendice) è invece affidata alla Ginestra, una poesia di ampia e potente orchestrazione, che non suona affatto "congedo", al contrario riprende motivi antichi, ora rimeditati, con formulazioni e cadenze nuove, ideologiche e stilistiche. Domina il tema cosmico, il paesaggio desertico, vulcanico, con rovine, che spalanca un devastato spazio terrestre in opposizione al sovrastante spettacolo delle stelle che fiammeggiano "in un purissimo azzurro" riflettendosi nel mare. Viene inoltre ripresa la polemica contro il "secol superbo e sciocco" che crede nelle "magnifiche sorti e progressive", ignorando la ferocia ineluttabile della natura distruttrice. Ma è una polemica che perde qualsiasi punta di animosa asprezza, perché il titanismo leopardiano si sposa ora interamente alla pietà, risolvendosi in un messaggio di fratellanza tra gli uomini, accomunati da un medesimo destino di infelicità.