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Evtušenko, Evgenij Aleksandrovič

poeta russo (Zima, Irkutsk, 1933). Tra le figure più popolari della poesia contemporanea, noto in Europa e in America per le doti istrioniche che ne fanno un acclamato interprete dei suoi versi, si è fatto mediatore delle ansie e delle confuse aspirazioni della sua generazione. Nel 1952 ha pubblicato una prima raccolta di poesie, Gli esploratori del futuro, in cui è evidente l'influenza di Majakovskij, sia nella tecnica (disarticolazione dei versi) sia nel contenuto (satira della burocrazia). Le opere successive, tra cui Terza neve (1955), La stazione di Zima (1956) – che segnò una nuova fase del disgelo in URSS, ma fu causa della sua espulsione dall'istituto letterario Gorkij di Mosca – e La mela (1960), ebbero molta risonanza e consacrarono la sua fama. Nelle sue poesie più celebri come Babij Jar (1961), dove il lirismo spontaneo si alterna a toni colloquiali, gli Eredi di Stalin (1962), in cui la satira tocca il tema preferito del conservatorismo nella cultura, è sempre viva la nota polemica verso il regime sovietico e i metodi staliniani. Nel 1963 pubblicò un'Autobiografia precoce sulla rivista francese L'Express che gli procurò critiche da parte della direzione del partito, soprattutto per la descrizione dell'ambiente letterario sovietico. Da ricordare ancora l'ode celebrativa La centrale idroelettrica di Bratsk (1965), La condanna di Stenka Razin (1967), Poesie (1973), La voce del padre (1975), A piena figura (1977), Saldatura a scoppio (1980), La mamma e la bomba al neutrone (1983). Tra le prose si segnalano il volume di racconti Il respiro della primavera (1977), il saggio La guerra è anticultura (1983), la raccolta di articoli e saggi Prima di finire (1985), l'opera Fukù! (1989) e il romanzo autobiografico Non morire prima di morire! (1995).

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