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peccato

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Lessico

sm. (pl. f. ant. -a) [sec. XIII; latino peccātum].

1) In senso teologico, violazione della legge divina: peccato mortale, veniale; rimettere i peccati, concedere l'assoluzione (detto specialmente del confessore). Fig.: brutto come il peccato, di persona o cosa veramente brutta. In etnologia, la confessione dei peccati, è forma di culto molto diffusa tra i popoli di interesse etnologico, intesa sia come purificazione magica sia come richiesta di perdono.

2) Colpa grave in genere; errore, fallo: questi sono peccati imperdonabili. Per estensione, mancanza anche lieve, difetto, menda: nell'articolo c'è qualche peccato di precisione; scherzoso: peccati di gioventù, colpe dovute all'inesperienza giovanile e in particolare opere artistiche o culturali rinnegate nel periodo della maturità. Talora solo per esprimere rammarico o rincrescimento (anche come escl. ellittica): è un peccato che tu non sia con noi; non vuole più saperne, peccato!

Religione: generalità

Il concetto di peccato è fondamentale per l'edificazione di un sistema religioso, a sua volta posto a garanzia di un determinato ordine cosmico e sociale. Si danno al riguardo tre esempi. In Grecia il peccato per eccellenza era l'hybris, cioè il “superamento” dei limiti imposti dall'ordine cosmico, tanto nell'ambito dei rapporti umani quanto in quello dei rapporti tra uomini e dei. Nell'escatologia egiziana il morto era giudicato per i suoi peccati mediante la pesa del suo cuore; dall'altro piatto della bilancia, a commisurare l'entità e la qualità dei peccati, era posta la dea Maat (verità, ma anche giustizia), che impersonava proprio l'ordine cosmico. Nell'India vedica il peccato era considerato una fuoruscita dall'ordinato fluire della vita che in quella cultura teneva il posto di un cosmo statico. Così stando le cose, è lecito vedere nell'espiazione dei peccati, più che una punizione dissuasiva o retributiva, un processo rituale per ristabilire l'equilibrio cosmico turbato dal peccatore. Infatti se un rito espiatorio è sempre contemplato, la punizione è spesso assente, o è presente in forme puramente simboliche. Si può cioè peccare anche senza “colpa”, e dunque non serve tanto punire un colpevole quanto annullare gli effetti del peccato. “Peccare senza colpa” è un'espressione forse paradossale per la nostra coscienza etica, ma va rilevato che il concetto di peccato, quale emerse dalla comparazione storico-religiosa, non è necessariamente legato a un codice etico o alla formazione di una coscienza etica, in senso occidentale. Per quanto concerne l'idea di peccato, il posto di ciò che nella nostra cultura va inteso come funzione etica, è tenuto nella maggior parte delle altre culture da una funzione che definiremmo “divinatoria” (divinazione), la quale si svolge secondo il seguente schema: in occasione di una crisi (una disgrazia, una malattia, ecc.), ci si rivolge all'indovino per conoscerne la causa; l'indovino la trova in un'azione compiuta dal soggetto, la quale per essere la causa di una crisi è definita come peccato. Vale a dire: non è la qualità specifica di quell'azione che basta a farla riconoscere come peccaminosa; se bastasse, il soggetto lo saprebbe da sé senza dover consultare un indovino; ma l'azione, di per sé neutra, diventa un peccato soltanto quando si riconosce che essa ha turbato l'ordine cosmico producendo una condizione di crisi.

Religione: la dottrina cattolica

Secondo la dottrina cattolica, è un atto libero per il quale l'uomo contravviene alla volontà di Dio, autore della legge morale. Il peccato presuppone: la presenza di una legge morale; la conoscenza di detta legge; l'atto con cui l'uomo liberamente si oppone a essa e quindi a Dio, che l'ha prescritta. In ordine alla sua gravità il peccato può essere: mortale, una violazione grave dell'ordine morale, che priva l'anima della grazia di Dio e può essere perdonato solo attraverso il sacramento della confessione o con un atto di carità perfetta; veniale, forma imperfetta di violazione della legge morale, che non toglie la grazia di Dio ma ne ritarda l'azione sull'anima. Se ne ottiene il perdono anche solo con i sacramentali (preghiere, atti di umiltà, opere di misericordia, benedizioni). Rispetto al soggetto che lo compie il peccato può essere: materiale, violazione oggettiva della legge morale, che però la coscienza di chi l'ha compiuta non giudica tale. In tal caso l'atto è buono in quanto conforme alla norma soggettiva (beninteso, secondo retta coscienza: per esempio un protestante che prega perché un cattolico si converta alla sua fede compirebbe un atto materialmente cattivo, ma buono per la sua coscienza); formale, quello commesso non solo contro l'ordine morale, ma anche contro la propria coscienza. Riguardo alla malizia, il peccato può essere: interno, quando si esaurisce nelle facoltà interne dell'intelligenza e della volontà, senza attuazione esteriore: per esempio pensieri e desideri cattivi, che rimangono tali; è un peccato completo, pur mancando di ogni esteriorità; esterno, quando è pensato, voluto e portato ad attuazione. È peccato come quello interno, solo che può accompagnarsi ad altri peccati quali lo scandalo, l'induzione al male, ecc. Per i peccati più gravi l'assoluzione è riservata al papa o al vescovo della diocesi.

Religione: il peccato originale

Il peccato originale è quello commesso da Adamo in quanto capostipite del genere umano e trasmesso a ogni uomo come suo discendente. Consiste nella mancanza dell'amicizia di Dio e della sua grazia e nella perdita dei doni preternaturali (immortalità, esenzione dalla concupiscenza e dal dolore). Il peccato originale si toglie rinascendo in Cristo nel battesimo, che lo elimina radicalmente come colpa e come pena, pur non liberando il battezzato dal fomite della concupiscenza, che diventerà il terreno di lotta di ogni anima per affrancarsi da esso con l'aiuto della grazia di Dio.

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