Territori (Cisgiordania e striscia di Gaza) dell'Asia sudoccidentale (6020 km²). Capitale: Gerusalemme (settore orientale). Divisione amministrativa: distretti o governatorati (11 in Cisgiordania e 5 nella striscia di Gaza). Popolazione: 4.915.349 ab. (stima 2018). Lingua: arabo (ufficiale), ebraico, inglese. Religione: musulmani (per lo più sunniti) 86,8%, ebrei 8,8%, cristiani e altri 4,4%. Unità monetaria: sciclo israeliano, dinaro giordano, dollaro USA, euro. Indice di sviluppo umano: 0,686 (119° posto). Confini: Cisgiordania: Israele (N, W e S), Giordania (E); Striscia di Gaza: Egitto (S), Israele (N e E), Mar Mediterraneo (W). Membro di Lega Araba, OCI, osservatore permanente ONU.

Generalità

I Territori palestinesi comprendono le zone occupate da Israele prima del 1967, Gerusalemme est, la striscia di Gaza e alcune aree della Cisgiordania, tra cui le città di Gerico, Hebron, Nablus e Betlemme, equivalenti a circa la metà di quel territorio. Su queste aree, parte della più generale regione della Palestina, esercita la propria giurisdizione l'Autorità Nazionale Palestinese, secondo quanto ratificato dagli accordi siglati negli anni 1993-2000 con lo Stato di Israele, che ha in questo modo riconosciuto formalmente la sovranità palestinese, pur riservandosi il diritto di intervenire nei territori per “ragioni di sicurezza”. L'esistenza di uno Stato arabo palestinese e la sua conseguente e indispensabile indipendenza presuppongono, come elemento fondamentale della geografia politica, l'individuazione di un territorio i cui confini possano definirsi “certi”. A questa soluzione, e alla sua effettiva attuazione, si sono opposte e si oppongono tuttora in modo marcato le vicende che coinvolgono da decenni l'area comprendente gli Stati mediorientali di Israele, Libano, Siria e Giordania, dove si intrecciano conflitti, occupazioni territoriali, mediazioni e accordi internazionali, causa della profonda instabilità dell'intera regione. Tale situazione, aggravata dall'incertezza nella formulazione delle leggi, nell'amministrazione del diritto e nell'applicazione della giustizia, è anche all'origine dei notevoli problemi di ordine socio-politico di tutta l'area. Inoltre, la costruzione di reali barriere fisiche come il muro eretto in Cisgiordania tra il 2002 e il 2006, l'evacuazione dei coloni ebrei dai Territori palestinesi, lo stato di conflitto permanente hanno gravemente inciso sulla possibilità di movimento e autonomia dei cittadini, con gravi ripercussioni sulla struttura economica della regione. La difficile composizione delle diverse spinte religiose, etniche e politiche che premono sull'area, e degli interessi di cui ciascuna di queste istanze si fa portatrice, sembra dunque allontanare il raggiungimento della pace e della stabilità necessari per la costruzione, o la ricostruzione, di una nuova organizzazione sociale e politica capace di tener conto della stratificazione millenaria che da sempre caratterizza la Palestina.

Stato

Secondo le disposizioni entrate in vigore il 5 luglio 1994, l'Autorità Nazionale Palestinese, che esercita la giurisdizione sui territori, dispone di un'organizzazione amministrativa propria, formata da un Presidente eletto a suffragio diretto, un Primo ministro e un Consiglio dell'Autonomia che ha le funzioni di un parlamento, anch'esso eletto a suffragio universale diretto. Il presidente sceglie, previa approvazione del consiglio, i membri dell'Autorità esecutiva. Il consiglio non ha competenze in materia di politica estera e difesa e la stipula di accordi di carattere economico, sociale e culturale è affidata all'organo dell'OLP, che agisce in nome del consiglio stesso. Nel Paese è in vigore una Basic Law, che, sottoscritta nel maggio del 2002 ed entrata in vigore nel luglio 2002, ha subito diverse modifiche ed emendamenti. Questo insieme di norme giuridiche sostituisce la Costituzione vera e propria, in attesa che venga costituito lo Stato: la situazione all'interno dei Territori palestinesi è infatti in continuo divenire, a causa dei frequenti rivolgimenti interni ed esterni. Anche il sistema di diritto del Paese è in corso di definizione. L'amministrazione della giustizia si basa su diversi codici in uso nei territori, come il corpus di leggi proprio del sistema egiziano, giordano (in uso per esempio a Gaza), islamico (shari'ah), con frequente e spesso concomitante ricorso al diritto tribale, derivante dalla radicata struttura sociale costituita da clan. Il sistema prevede l'esistenza di corti regolari (Corti di conciliazione, Corti di prima istanza, Corti d'appello, Corte suprema, Corte di cassazione, Alta corte di giustizia), di corti speciali (Corti municipali), corti religiose (islamica, cristiana, ortodossa) e corti speciali di sicurezza (Corti militari e Corti di sicurezza dello Stato). Nei territori è attiva una forza pubblica di polizia. Sono presenti anche alcuni gruppi di carattere paramilitare e politico, facenti capo a organizzazioni religiose (come Ḥamas, ritenute da diversi osservatori alla stregua di organizzazioni terroristiche). L'organizzazione del sistema di istruzione è gestita nei diversi campi profughi grazie al supporto dell'agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi (UNRWA). L'ente garantisce un'istruzione primaria e gratuita a tutti i bambini, sostiene gli studi secondari e universitari dei giovani in centri di formazione tecnica e professionale dislocati sul territorio e organizza i corsi di aggiornamento dei docenti.

Territorio: geografia fisica

I Territori palestinesi sono composti da diverse aree. La Cisgiordania, delimitata a E dal fiume Giordano, che segna il confine con la Giordania, e dal Mar Morto, di cui controlla la porzione nordoccidentale, si estende per circa 6000 km². È in parte composta da un altopiano calcareo, che raggiunge i 1000 m (Tall Asur, 1022 m). Le precipitazioni sono scarse: raggiungono i 685 mm annui nelle zone più elevate, ma diminuiscono a meno di 100 mm presso il Mar Morto. Il suolo, prevalentemente arido, è fertile sulla costa e nella valle del Giordano. Il clima nelle zone collinari è mediterraneo, temperato, con inverni freddi e umidi ed estati calde e secche; la regione presso il Giordano invece presenta inverni miti ed estati molto calde. La striscia di Gaza è una stretta fascia costiera, pianeggiante e desertica, che confina a N e a E con Israele, a SO con l'Egitto e a O con il Mar Mediterraneo. Ha una superficie di 378 km² e si estende da N a S per 40 km. Poco più del 10% del territorio è coltivabile; la pianura costiera è sabbiosa. La piovosità diminuisce da N a S, con medie annue intorno ai 150-400 mm; il clima è mediterraneo. Il Giordano è l'unico fiume importante della regione, ma le sue acque sono ampiamente sfruttate per l'irrigazione dagli israeliani; anche le risorse idriche dello Yarmuk, suo importante affluente, sono impiegate in territorio giordano, riducendo il loro contributo all'intero bacino. Di conseguenza il fiume giunge nei Territori palestinesi della Cisgiordania con una portata estremamente ridotta, mettendo a rischio la produzione agricola palestinese e l'apporto idrico al Mar Morto, necessario per contrastarne l'evaporazione. La gestione del bacino del Giordano costituisce dunque uno fra i punti critici nei rapporti tra Israele e ANP.

Territorio: geografia umana

Alta è la densità della popolazione nel complesso dei due territori (816,50 ab./km²). La concentrazione più alta si registra nella striscia di Gaza dove la densità raggiunge i 3677 ab./km², tutti palestinesi, dopo che, nell'agosto 2005, gli ultimi coloni ebrei sono stati evacuati dall'area. In Cisgiordania, dove la densità di popolazione scende a 404 ab./km², vivono inoltre circa 260.000 coloni ebrei. Gli arabi palestinesi costituiscono, di fatto, la quasi totalità della popolazione. La crescita demografica è elevata (superiore al 3%), in relazione a un alto tasso di natalità e un bassissimo tasso di mortalità; la speranza di vita è elevata (73,7 anni in media). Secondo i dati del UNRWA, nel 2005 il numero dei profughi (coloro che hanno lasciato la Palestina in seguito al conflitto israelo-palestinese) ammontava a oltre 4 milioni di persone. L'agenzia si occupa della gestione di 58 campi (in Cisgiordania, striscia di Gaza, Giordania, Libano e Siria) nei quali sono ospitati i profughi e sostiene progetti di istruzione, formazione, salute e benessere. Sempre nel 2005 circa 350.000 palestinesi presenti in altri Paesi del mondo, dislocati prevalentemente in Arabia Saudita, Egitto, Libia e Algeria, hanno richiesto lo status ufficiale di rifugiati. In seguito al conflitto iracheno, a partire dal 2003 molti rifugiati palestinesi sono stati costretti a lasciare l'Iraq e si sono riversati nei Territori palestinesi e nei Paesi limitrofi. Nel 1988 l'ANP ha proclamato capitale Gerusalemme, nel cui settore orientale vivono circa 250.000 palestinesi. Altri importanti centri politici e amministrativi sono Gerico e Gaza; Hebron, capoluogo del più popoloso governatorato della Cisgiordania, ha una funzione economica e commerciale. I collegamenti tra le città e tra i due territori sono inadeguati a causa della precarietà delle infrastrutture e delle ristrette norme di vigilanza israeliane che ne detengono il controllo; la costruzione del muro in Cisgiordania ha reso le comunicazioni ulteriormente difficoltose.

Territorio: ambiente

La vegetazione del territorio palestinese varia secondo le regioni: temperature miti e vegetazione mediterranea distinguono la costa e la valle del Giordano, mentre un clima arido dalle estati torride caratterizza le lande desertiche del resto della regione. Comune in tutta l'area è la scarsità delle risorse: pochi sono i danni causati dall'agricoltura (tradizionale e poco produttiva), moltissimi sono invece quelli arrecati a fauna e risorse naturali dal conflitto israelo-palestinese. In particolare, la regione di Gaza è interessata dai fenomeni dell'erosione del territorio e dell'inquinamento delle aree dei campi profughi. Allarmante è la situazione idrica: l'accumulo della acque di scarico, le fogne inadeguate e la contaminazione delle falde sotterranee sono causa della limitata disponibilità di acque potabili o destinate a usi agricoli.

Economia

L'economia palestinese versa in gravi condizioni. Dopo il 1967 Israele ha acquisito un ruolo di primo piano nell'ambito dell'economia dei territori, imponendosi come unico interlocutore negli scambi commerciali e assorbendo gran parte della manodopera palestinese, in particolare quella non specializzata. Nei decenni successivi è stata la grande emigrazione di lavoratori verso i Paesi del Golfo a sostenere, in maniera determinante, il PIL palestinese. Negli anni Novanta e soprattutto dopo la seconda Intifada, dall'anno 2000, la frequente chiusura delle comunicazioni tra le città della Cisgiordania e tra questa e il territorio di Gaza ha danneggiato pesantemente l'economia palestinese. La situazione è ancora più critica nella striscia di Gaza, a causa del sovrappopolamento e della pressione militare israeliana. A partire dal 2006, con la vittoria di Ḥamas nelle elezioni legislative e l'aggravarsi della crisi interna, gli indicatori economici hanno subito un'ulteriore caduta in relazione al boicottaggio economico attuato da Israele e Unione Europea. Praticamente tutti i settori e comparti, con l'eccezione della coltivazione dell'olivo e della produzione di olio d'oliva, hanno subito una flessione più o meno accentuata: industria, edilizia, commercio, trasporti, finanza, turismo. Israele, che raccoglie le imposte e i dazi doganali per l'ANP, ha cessato nel 2006 il trasferimento all'autorità palestinese delle somme previste, compromettendo ulteriormente la grave situazione, tenendo conto del fatto che più di metà della forza lavoro palestinese è impiegata nell'amministrazione pubblica e non può di conseguenza essere pagata. Secondo le stime del 2018 il PIL ammonta a 14.615 ml $ USA, con un PIL pro capite di 3199 $ USA. La situazione dell'occupazione è grave: nel 2006 circa il 35% della forza lavoro era disoccupata nella striscia di Gaza e il 16% in Cisgiordania, percentuali che hanno subito un deciso incremento negli anni Duemila a causa della parziale e periodica chiusura degli accessi ai lavoratori palestinesi impiegati in Israele. L'agricoltura è praticata con metodi tradizionali e ha una rendita insufficiente a coprire il fabbisogno interno. Si producono frutta, in particolare agrumi e ortaggi; l'olivicoltura è il comparto trainante del settore e viene praticata specialmente in Cisgiordania. I Territori palestinesi sono annoverati tra i maggiori produttori al mondo di olive. Discreto è il contributo dell'allevamento, di ovini e caprini, da cui si ricavano carne e latticini; la pesca è praticata nel tratto mediterraneo della striscia di Gaza. La grande industria è praticamente inesistente, mentre è diffuso l'artigianato, su scala familiare, con la realizzazione di prodotti tessili, sapone e detergenti, oggetti in legno d'olivo e in madreperla, che alimentano il commercio legato al turismo religioso. I comparti dell'industria dei materiali da costruzione (pietra e marmo), farmaceutica, chimica, che produce sapone e detergenti, vernici, e agroalimentare, che vanta in particolare una discreta produzione di olio d'oliva, di cui i Territori palestinesi sono il secondo produttore asiatico (dopo la Siria), hanno un importante ruolo nel PIL di settore. Lo sfruttamento del gas naturale, i cui giacimenti si trovano di fronte alla striscia di Gaza, è interdetto per motivi di sicurezza dal governo israeliano mentre quello dei sali di potassio, nel complesso del Mar Morto, non è ancora adeguatamente valorizzato. L'Autorità Nazionale Palestinese è costretta a importare da Israele parte dell'energia elettrica necessaria al fabbisogno della popolazione. Importate risorsa economica locale è il turismo, in particolare religioso e archeologico, che attira ogni anno nelle città della Cisgiordania (Gerusalemme, Betlemme, Gerico, Hebron ecc.) migliaia di pellegrini.

Storia

Il riconoscimento formale dell'Autorità Nazionale Palestinese sui territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza è legato alla travagliata storia del conflitto israeliano-palestinese, che all'inizio degli anni Novanta del sec. XX trovava una sua parziale composizione grazie alla reciproca accettazione del diritto di esistenza di Israele e dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP), sancita con gli accordi conclusi tra le due parti a Oslo e poi firmati a Washington (1993). Nel corso di queste trattative si stabiliva la creazione di una zona di autonomia palestinese nella striscia di Gaza (la fascia costiera della Palestina destinata nel 1947 dall'ONU alla costituzione di uno Stato arabo palestinese e stabilmente occupata da Israele dal 1967, in seguito alla “guerra dei Sei giorni”) e nel territorio della città di Gerico, sancendone le modalità poi dettagliatamente stabilite con un accordo firmato al Cairo nel maggio del 1994, noto anche come accordo di Gaza-Gerico. Questo trattato prevedeva la realizzazione dell'autogoverno palestinese entro un periodo transitorio di non più di cinque anni, il progressivo ritiro degli israeliani dagli insediamenti arabi in Cisgiordania, che sarebbero dovuti passare sotto il controllo di un Consiglio eletto dai palestinesi, e l'inizio entro tre anni delle trattative sui punti rimasti controversi, in particolare la scottante questione dell'assetto della parte orientale di Gerusalemme, anche questa in mano israeliana dal 1967. Dopo che nel 1994 Gaza e Gerico avevano ottenuto l'autogoverno, e in seguito a ulteriori negoziati complementari dell'agosto 1994 e dell'agosto 1995, i rappresentanti di Israele e dell'OLP raggiungevano nel settembre del 1995 a Taba, in Egitto, un nuovo accordo (siglato a Washington e detto anche “Oslo B”) che stabiliva dettagliatamente le modalità del ritiro delle truppe israeliane dalla Cisgiordania, da compiersi entro un periodo di sei mesi, e sanciva il passaggio ai palestinesi di gran parte dell'autorità civile fino a quel momento esercitata da Gerusalemme nei territori occupati, nonché le elezioni dirette del Consiglio palestinese. In applicazione di questo accordo gli israeliani si ritiravano, alla fine del 1995, da una zona comprendente le sette principali città palestinesi (a esclusione di Gerusalemme est e, fino al 1997, di Hebron), che pertanto iniziavano a godere di uno statuto analogo a quello delle zone autonome di Gaza e Gerico, con l'esercizio da parte dell'Autorità Nazionale Palestinese dei poteri civili e di polizia. Nei restanti villaggi della Cisgiordania (corrispondenti a circa il 23% della superficie), invece, i palestinesi assumevano poteri civili e, parzialmente, di polizia, ma l'esercito israeliano vi manteneva il controllo della sicurezza e il diritto permanente e unilaterale d'intervento. Gli accordi venivano però improvvisamente congelati dallo Stato ebraico in seguito all'assassinio nel novembre 1995 del primo ministro israeliano, il laburista e convinto fautore del processo di pace, Yitzhak Rabin, e all'avvento al suo posto del leader del partito conservatore, Binyamin Netanyahu, che, fermamente contrario ai negoziati, si rifiutava di ritirare le truppe dalle aree occupate, determinando prima ritardi e poi un sostanziale blocco nell'applicazione degli accordi. Nel gennaio del 1996 le prime elezioni del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese e del Consiglio registravano la schiacciante vittoria (88,1% dei voti) del leader storico dell'OLP, Yāsir ‘Arafāt, allineato su posizioni moderate nell'ambito del movimento di resistenza palestinese e negli ultimi anni principale protagonista dei difficili negoziati con Israele. Per quanto l'elevata affluenza alle urne indicasse un ampio consenso popolare verso l'Autorità, a dispetto degli oppositori radicali che avevano invitato a disertare le consultazioni, ‘Arafāt si trovava tra il 1997 e il 1999 in crescente difficoltà nel tentativo di contenere la delusione e gli estremismi causati tra i palestinesi dallo stallo dei colloqui di pace determinato da Netanyahu. La sua leadership moderata andava pertanto progressivamente indebolendosi rispetto alle opposizioni radicali, in particolare quella di Ḥamas, la radicata organizzazione guerrigliera nata nella striscia di Gaza e guidata da Ahmad Jasin, che, insieme agli hezbollah, i fondamentalisti filo-iraniani operanti contro gli israeliani nel Libano meridionale, si è tenacemente opposta alle trattative di pace con lo Stato ebraico e ha ridato vita all'Intifada. Un quadro incerto che, unitamente alle precarie condizioni economico-sociali dei territori autonomi, spingeva l'Autorità Nazionale Palestinese ad assumere atteggiamenti sempre più autocratici, persino sprezzanti verso le libertà individuali, e repressivi non solo verso le frange palestinesi più estremiste, ma anche nei confronti delle manifestazioni di dissenso della popolazione. Per altri versi, però, il crescente calo di popolarità induceva ‘Arafāt a minacciare nel 1999 l'unilaterale proclamazione dello Stato di Palestina, anche in seguito all'ennesima disapplicazione israeliana dei nuovi accordi sottoscritti l'anno prima a Washington (il cosiddetto “Memorandum di Wye”), che prevedevano ulteriori ritiri delle truppe israeliane dalla Cisgiordania, il graduale passaggio della zona sorvegliata da Israele ma amministrata dall'Autorità Nazionale Palestinese sotto il controllo esclusivo di quest'ultima, in cambio della rinuncia palestinese all'obiettivo della distruzione dello Stato ebraico e della collaborazione nella repressione degli atti di terrorismo antisraeliano. Nonostante tutte queste difficoltà, e malgrado la persistenza di azioni terroristiche e di manifestazioni antiebraiche spesso represse dalle forze di polizia dell'Autorità Nazionale Palestinese, proprio nel 1999, grazie all'elezione in Israele del premier laburista Ehud Barak, convinto sostenitore della necessità di proseguire i negoziati con i palestinesi, e grazie all'attività diplomatica statunitense, l'Autorità Nazionale Palestinese poteva registrare una positiva ripresa delle trattative, con la firma in settembre del “memorandum” di Sharm el-Sheikh (in Egitto) tra ‘Arafāt e Barak. Altri passi in avanti costituiva nel marzo del 2000 l'approvazione da parte del governo e del Parlamento israeliani del piano di ritiro dal 5,1% del territorio della zona della Cisgiordania destinata a passare sotto il completo controllo dell'Autorità Nazionale Palestinese e dall'1% del territorio in cui i palestinesi avrebbero dovuto assumere la sola amministrazione civile, lasciando a Israele la responsabilità della sicurezza. Seppur con esasperante gradualità e senza ancora alcuna certezza circa la futura creazione di uno Stato palestinese pienamente sovrano, all'alba del 2000 la ripresa del processo di pace mediorientale, favorito dalla contestuale riapertura delle trattative tra Siria e Israele e dal ritiro dell'esercito israeliano dal Libano meridionale (maggio 2000), rafforzava la funzione dell'Autorità Nazionale Palestinese e incoraggiava le prospettive di un riavvicinamento delle istanze moderate a quelle più radicali del movimento palestinese, in particolare Ḥamas, il Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP) e il Fronte democratico di liberazione della Palestina (FDLP). Tuttavia il successivo fallimento dei colloqui di pace rilanciati dagli USA, la provocatoria visita del leader del Likud Ariel Sharon nella Spianata delle Moschee di Gerusalemme e infine l'avvento di questi alla guida di un governo di destra in Israele scatenavano di nuovo la violenza e la ripresa dell'Intifada, che nessuna delle iniziative diplomatiche intraprese riuscivano a bloccare, determinando nuove critiche delle ali più radicali del movimento palestinese verso la politica moderata dell'Autorità Nazionale Palestinese. In Cisgiordania le autorità israeliane stabilivano, intanto, la costruzione di un “muro di sicurezza” di 360 km, lungo la linea di confine del 1967, con ampie concessioni territoriali in proprio favore. Nel 2003 il Consiglio di autonomia creava la figura di Primo ministro e, su designazione di ‘Arafāt, affidava l'incarico a Mahmūd Abbās, detto “Abū Māzen”, una delle figure più rilevanti dell'OLP. Nell'aprile di quell'anno, con l'insediamento del nuovo governo, prendeva avvio un nuovo piano di pace, denominato road map, elaborato congiuntamente da Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite. Il piano prevedeva entro il 2005 la costituzione di un nuovo Stato palestinese, la firma di un trattato di pace tra questo e Israele e la risoluzione di questioni sospese, come lo status di Gerusalemme e il rientro in Palestina dei profughi. Su queste basi avveniva l'incontro tra il premier palestinese e quello israeliano, il primo dopo due anni di Intifada, cui seguivano una serie di impegni reciproci comprendenti la cessazione degli attacchi terroristici da parte palestinese e la liberazione dei prigionieri palestinesi da parte israeliana. Tuttavia, il mancato rispetto di questi accordi da entrambe le parti e le difficoltà di rapporto con ʻArafāt e con alcune componenti dell'OLP inducevano Abū Māzen, nel corso dello stesso anno, a rassegnare le dimissioni. Al suo posto veniva designato Ahmed Qurei, noto come Abu Ala, che formava un nuovo governo con l'obiettivo di rilanciare il piano di pace. Nel gennaio 2005, dopo la morte di ‘Arafāt (avvenuta a fine 2004), si svolgevano le elezioni presidenziali, vinte da Abū Māzen. In febbraio aveva luogo a Sharm el Sheikh un incontro tra il presidente palestinese e Sharon nel corso del quale venivano concordate una tregua e la riapertura del processo di pace previsto dalla road map. Nel settembre del 2005 , con l'evacuazione dalla striscia di Gaza degli ultimi coloni israeliani e l'arrivo delle truppe di frontiera egiziane in sostituzione di quelle di Israele il territorio tornava interamente sotto il controllo palestinese; venivano inoltre abbandonati alcuni insediamenti a N della Cisgiordania. Nel gennaio 2006 si svolgevano le elezioni legislative per il rinnovo del Parlamento, a sorpresa vinte da Ḥamas, che si aggiudicava la maggioranza assoluta dei seggi, 76 su 132. Successivamente Ḥamas designava Ismail Haniyeh, un moderato, come premier. Il rifiuto di abbandonare le violenze, di accettare gli accordi precedenti e di riconoscere lo Stato di Israele da un lato e la decisione israeliana di non negoziare con il nuovo governo palestinese dall'altro conducevano a un progressivo acutizzarsi delle tensioni interne ed esterne. Il boicottaggio attuato da Stati Uniti e Unione Europea e la sospensione degli aiuti rendevano precarie le condizioni di vita della popolazione; sul fronte interno proseguivano gli scontri tra militanti di Ḥamas, che creava una nuova forza di sicurezza, e la forza pubblica di polizia sotto il controllo di al-Fatah, il partito del presidente Abū Māzen. Nel 2007 i due territori controllati dall'Autorità Nazionale Palestinese erano di fatto divisi: la striscia di Gaza governata da Ḥamas e la Cisgiordania dai sostenitori di al-Fatah. Nel 2012 l'Assemblea generale dell'ONU decideva di riconoscere la Palestina come Stato osservatore. Nel 2014 avveniva una riconciliazione tra al-Fatah e Ḥamas che portava alla formazione di un governo palestinese di unità nazionale, a capo del quale è stato confermato Rāmī Ḥamd Allāh, in vista di nuove elezioni. Nel giugno 2015 il governo di unità nazionale guidato da Hamd Allāh si scioglieva a causa delle difficoltà incontrate nel far rispettare la propria autorità nella Striscia di Gaza. Nell’agosto 2015 Abu Mazen si dimetteva dalla presidenza dell’OLP, sostituito ad interim da S. Erekat. Nel 2017 si scioglieva l’esecutivo di Hamas a Gaza e venivano indette elezioni generali valide per Gaza e Cisgiordania. Nel 2019 Hamd Allāh rassegnava le dimissioni da primo ministro e gli subentrava Mohammad Shatayyeh.

Cultura: generalità

La Palestina è terra di origini quasi mitologiche, è la culla dell'umanità e delle tre grandi religioni monoteiste. Le grandi civiltà del passato vi sono passate e hanno lasciato i propri segni, fino ai giorni nostri, dall'ellenismo all'islamismo, dall'impero ottomano al regno britannico. Ciò che questo nome rappresenta oggi è, invece, una realtà ben diversa. E se questa terra si può ancora considerare un centro nevralgico del mondo, ciò avviene a causa di un conflitto che dura da decenni, che ha opposto generazioni a generazioni, che ha mescolato istanze religiose, politiche, culturali (accade, per esempio, che il giorno della festa per l'Indipendenza degli israeliani sia, per i palestinesi, al-Naqba, il giorno del lutto). E la lotta per l'indipendenza, per avere una terra, per costituire una nazione, è senza dubbio il motivo centrale dell'opera di molti artisti e intellettuali palestinesi (letterati, pittori, musicisti, cineasti ecc.) del Novecento. Troppo forte è stata, ed è tuttora, la “questione” per lasciare posto, nella mente degli uomini di cultura e, del resto, di ogni abitante, ad altri temi, a nuove ispirazioni. Inoltre, l'espressione dell'arte, nei Territori palestinesi, acquisisce un valore ancora maggiore, perché inserita in un contesto di grandi difficoltà materiali, di assenza di fondi e, in pratica, di quasi ogni sostegno o politica dedicata. Le generazioni del secondo Novecento e del nuovo millennio, spesso, hanno solo cercato nuovi mezzi d'espressione, aggiungendo alla poesia il rap, o alla pittura il computer, ma il grido di protesta sotteso rimane invariato. Dalla letteratura alla musica, dal folklore alla videoarte, tutto ruota, purtroppo, ancora intorno alle medesime vicende politiche; e così il teatro, in specie il Palestine National Theater, promotore di numerosi produzioni a tema socio-politico, e, soprattutto, il cinema, in cui i conflitti arabo-israeliani e le loro conseguenze sono stati al centro di numerose opere (tra l'altro, anche di molti registi stranieri e non appartenenti a una delle due fazioni). Tra gli autori più importanti si ricordano Hany Abu-Assad (n. 1961), regista di Paradise Now (2005) vincitore di tre premi al Festival di Berlino; Tawfik Abu Wael (n. 1976), regista di Atash (2004), film premiato a Cannes, così come Yadon ilaheyya (2002; Intervento divino) diretto da Elia Suleiman (1960), regista anche, nel 1996, di Chronicle of a Disappearance, premiato a Venezia; Rashid Masharawi (1962), autore di Hatta Ishaar Akhar (1994; Curfew) e Ticket to Jerusalem (2002). In definitiva l'arte e la cultura non sono assenti in questa realtà lacerata, e trovano una loro, essenziale, via di manifestazione. Del pari il patrimonio artistico è considerevole, ed è soprattutto di matrice religiosa (a Gerusalemme, Betlemme, Hebron, Gerico ecc.), anche se l'attrazione esercitata è costantemente vincolata dalla mutevole e imprevedibile contingenza politica.

Cultura: tradizioni

La società palestinese presenta canoni culturali tipici del mondo arabo. Tradizionalmente il nucleo sociale fondante è la famiglia, la cui reputazione, all'interno del gruppo, è determinata dall'onore e dallo status, criteri che a loro volta si basano su elementi quali la storia, i possedimenti, la lealtà dei componenti il nucleo familiare stesso. Questo tipo di struttura sociale, tipicamente mediorientale, ha trovato nel contesto palestinese un terreno ancor più fertile in ragione dell'assenza di una autorità governativa o statale. Ne sono derivati l'importanza attribuita ai figli maschi, tramite i quali viene assicurata la continuità della famiglia, e il controllo rigoroso della vita delle figlie, e delle donne in genere, da parte degli uomini. Gli anni Duemila hanno invero portato alcuni segnali di cambiamento in questo senso benché, in generale, sia costante il rischio di un ritorno a pratiche e visioni fortemente conservatrici nei rapporti e nei ruoli sociali. Il popolo palestinese riesce in ogni caso a mantenere vive le proprie tradizioni. Tra le pratiche più tipiche dell'artigianato, merita un cenno speciale il ricamo, molto diffuso e considerato una vera e propria arte dal forte valore identitario. Tra i protagonisti più attivi nell'ambito della danza e della musica tradizionali c'è El-Funoun Palestinian Popular Dance Troupe, gruppo nato nel 1979 e apprezzato in molti Paesi esteri per i propri spettacoli folkloristici. L'ensemble ha anche fondato il Popular Art Centre, per la diffusione della cultura arabo-palestinese. La cucina appartiene alla più tipica tradizione araba, con piatti quali cuscùs, kebab, felafel, hummus. Similmente, la bevanda più diffusa è il caffè, una costante nelle occasioni di socialità e simbolo di ospitalità.

Cultura: letteratura

Più problematica e maggiormente legata alla realtà politica della propria terra, rispetto agli autori che non vi abitano, è la produzione letteraria degli scrittori dei territori occupati, che trova una delle sue più significative rappresentanti in Sahar Khalifa (n. 1941), la cui opera maggiore, Dikrā lī ‘l-nisyān (Una memoria per l’oblio) del 1987, è stata tradotta in Italia nel 1997; la scrittrice, in alcuni suoi romanzi, descrive l'atrocità degli attentati e affronta il tema della lotta nazionale rispetto alla condizione femminile (Bāb al-Saḥa, 1971; La porta della piazza, 1994). Del 1997 è inoltre The Inheritance. Vanno ricordate anche la scrittrice Bāsima Ḥalāwa (1949-1979), autrice di novelle, e Akram Haniyya (n. 1953), che permea i suoi racconti di un'atmosfera surrealistico-metafisica. Fra gli altri autori che hanno, o hanno avuto, voce significativa nel panorama letterario del secondo Novecento palestinese si annoverano Izzat Ghazzawi (1951-2003) vincitore del premio Sakharov (insieme all'israeliano Nurit Peled-Elhanan); Liana Badr (1950), autrice di A Compass for the Sunflower (1979) e Stars of Jericho (1993); Adel Said Bishtawi (n. 1945); Samira ‘Azzam (1927-1967), autrice, morta durante la guerra dei sei giorni, di raccolte come Ancora un anno, Destino e Palestinese! E altri racconti, e i poeti Turki Amer (n. 1954) e Ayman Allabadi (n. 1962). Naji Al Ali (1937-1987), è stato il più famoso vignettista palestinese, autore di Hanzalah, personaggio divenuto l'emblema della resistenza palestinese e adottato come simbolo dalla Commission for Freedom and Justice Through Humor, organismo UNESCO. Tra gli autori palestinesi recenti ricordiamo Suad Amiry (1951), autrice nel 2003 di Sharon e mia suocera, premiato nel 2004 con il Premio Viareggio. Ibrahim Souss (1945) e Suad (1958), autrice del romanzo di successo Bruciata viva. Vittima della legge degli uomini, opera che denuncia la brutale pratica di ardere vive le ragazze che restano incinte prima del matrimonio, considerate colpevoli di aver disonorato la famiglia. 

Bibliografia

J. C. Hurewitz, The Struggle for Palestine, New York, 1950; S. Hadawi, Bitter Harvest. Palestine Between 1914-1967, New York, 1967; M. Rodinson, Israele e il rifiuto arabo. Settantacinque anni di storia, Torino, 1969; R. John, S. Hadawi, The Palestinian Diary 1914-48, New York, 1970; G. Chaliand, The Palestinian Resistance, Middlesex, 1972; J. K. Cooley, Green March, Black September: The Story of the Palestinian Arabs, Londra, 1973; A. Moscato, Israele, Palestina e la guerra del Golfo, Roma, 1991; C. Vercelli, Storia del conflitto israelo-palestinese, Laterza, Bari, 2014; M. Moretti, M.Tabusi, Palestina: storia e territori, Pacini, 2009; R.J. Samuelson, Palestina. Storia di un conflitto infinito, in I Signori della Guerra Vol. 22, La Case book, 2014.

 

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