controcultura

sf. [sec. XX; contro+cultura]. Le varie forme di espressione esistenziale, intellettuale e artistica che intendono porsi in alternativa ai modelli culturali dominanti (vedi cultura). A partire dalla contestazione studentesca nata nei campus americani sul finire degli anni Sessanta del Novecento, il termine controcultura viene usato perlopiù per indicare una certa subcultura giovanile che fa proprio un radicale rifiuto delle istituzioni e dei valori della cultura della società occidentale, dalla scuola alla famiglia, dalla tecnologia alla medicina tradizionale, dalla vita urbana alle organizzazioni politiche codificate. Tipici tratti della controcultura sono la vita nomade e comunitaria, la libertà sessuale, la musica pop e rock, l'uso di droghe per la dilatazione dei limiti della percezione, il primato dell'affettività sulla ragione, la libertà dell'espressione creativa e la ricerca di una formazione spontanea. Tali principi orientativi hanno dato luogo a diverse azioni sociali, quali la formazione di comuni, dove perseguire un ideale di vita totalmente comunitaria; la fondazione di “scuole libere” e “antiuniversità”, in cui, con un vago richiamo alle realtà medievali, viene annullata la distanza tra alunno e maestro e cancellato qualsiasi piano di studio; l'esperienza di forme d'arte spontanee e psichedeliche e l'organizzazione di happenings musicali come quello di Woodstock o dell'isola di Man; l'adesione a pratiche meditative ed estatiche perlopiù ispirate alle religioni e alle filosofie orientali. Le pratiche della controcultura non hanno avuto quell'impatto sulle società occidentali che gli studiosi si aspettavano sul finire degli anni Sessanta. Tuttavia, molti suoi elementi sono divenuti parte integrante della subcultura giovanile e hanno animato diversi movimenti sociali e culturali, quali il femminismo, l'antipsichiatria, l'ecologismo, l'antiglobalismo.

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