Definizione

sf. [sec. XIX; dal greco gnõsis, conoscenza+-logia]. Tipo d'indagine sui modi più generali o universali del conoscere umano che mira a individuarne i caratteri costitutivi, le condizioni e i criteri di validità, le possibilità e i limiti, stabilendo un discorso fondativo, cioè di riflessione e giustificazione critica, rispetto a tutte le scienze e metodologie delle scienze particolari. Presa consapevolezza, a partire da Parmenide, della differenza tra opinione e conoscenza, e identificato con Aristotele il corpus delle conoscenze umane nell'insieme delle asserzioni vere, cioè adeguate o corrispondenti al reale, il problema gnoseologico fondamentale fu quello d'interpretare nel suo significato e giustificare nella sua possibilità la corrispondenza al reale. Si trattò allora di cercare la determinazione della forma del rapporto conoscente-conosciuto, e con ciò il modo dell'origine dei concetti e dei giudizi conoscitivi.

La conoscenza come intuizione

Le molteplici risposte date nel corso della storia della filosofia si connettono al tipo di ontologia assunta, cioè alla tesi sul genere di “cose” esistenti o, più prudentemente, conoscibili. Così, quanti hanno sostenuto che gli unici oggetti conoscibili sono le idee, o le percezioni, o i dati sensoriali, hanno inteso il rapporto conoscitivo originario come un'intuizione immediata, risolvendo la conoscenza di in coscienza di, o addirittura come un imprimersi dell'oggetto nella coscienza oppure un'immedesimazione fra soggetto e oggetto. La concezione del momento costitutivo della conoscenza come intuizione è esemplarmente presente in Kant e in Husserl; la tesi dell'impressione dell'idea nella coscienza è tipica del sensismo settecentesco e ha la sua origine in Locke; l'immedesimazione fra soggetto e oggetto nella sensazione si ritrova nelle espressioni più conseguenti dell'empirismohumiano, nell'empiriocriticismo, nel monismo neutrale, ecc. I giudizi conoscitivi esprimono per queste filosofie processi di connessione fra idee o intuizioni, che hanno la loro origine nella percezione: per l'empirismo i concetti e le categorie sono meri risultati meccanici di ripetizioni e associazioni; per Kant, invece, la coscienza pensa secondo suoi parametri originari che danno forma all'esperienza; mentre l'attività della coscienza come elaboratrice di ipotesi, leggi e teorie e come donatrice di senso, al di là del rigido schema categoriale kantiano, è sottolineata rispettivamente dai neokantiani e da Husserl. Nell'idealismo sostanzialistico, infine, l'oggetto conosciuto è identico al soggetto come momento dell'autoproduzione di questo.

La conoscenza come acquisizione di forme oggettive

Un secondo gruppo di risposte è venuto da quanti, come Platone e Aristotele, hanno ritenuto che l'oggettività da conoscere consistesse in una realtà modellata o sorretta da una struttura ideale esterna all'uomo: per costoro la conoscenza è l'acquisizione e duplicazione nella coscienza di queste forme oggettive, variamente garantita da processi di trasposizione o illuminazione.

Il materialismo dialettico

Il terzo tipo di soluzione è quello indicato dal materialismo, che ebbe la sua prima formulazione nell'atomismo di Leucippo e Democrito e ha la sua espressione storicamente più matura e compiuta nel materialismo dialettico. Secondo questa dottrina, la conoscenza è faticosa conquista che si corregge e si arricchisce indefinitamente e gradualmente, non intuizione contemplativa; il suo oggetto è la materia, nei suoi vari livelli di organizzazione, non la percezione, che ne è unicamente il riflesso, la comunicazione sensibile di qualche aspetto, che per divenire elemento di conoscenza deve essere interpretato nel quadro di una concezione teorica, cioè di un tentativo di rispecchiamento della realtà che va oltre il fenomenico, spiegandone e prevedendone le occorrenze. Ogni processo di conoscenza per il materialismo dialettico avanza attraverso il confronto continuo fra tre momenti principali (espressione della fondamentale unità fra teoria e prassi): analisi dei dati percettivi; provocazione di nuovi dati percettivi mediante la prassi materiale della sperimentazione; registrazione induttiva ed escogitazione costruttiva di teorie. La connessione accennata fra tesi gnoseologiche e ontologiche sembrerebbe contraddire all'idea della radicale indipendenza fondativa della gnoseologia. Tuttavia, se è vero che le tesi ontologiche adottate condizionano lo sviluppo dei discorsi gnoseologici, è anche vero che da Cartesio in poi si è quasi sempre convenuto, almeno in linea di principio, che le scelte ontologiche dovessero essere giustificate e fondate a loro volta sul terreno gnoseologico dell'esame delle strutture e condizioni costanti dell'esperienza.

Bibliografia

S. Vanni Rovighi, Gnoseologia, Brescia, 1963; P. Prini, Gnoseologia, in “Enciclopedia filosofica”, Firenze, 1967; A. Andrisano, Ricerche di critica della conoscenza, Firenze, 1990; B. Mondin, Logica, semantica, gnoseologia, Bologna, 1999; J. J. Sanguineti, Introduzione alla gnoseologia, Milano, 2003; A. Rizza, Conoscere. Appunti di gnoseologia, epistemologia e storia della scienza, Padova, 2018; F. Marrone, Realitas obiectiva. Elaborazione e genesi di un concetto, Bari, 2018; G. Zamboni, Sistema di gnoseologia e di morale; a cura di F. L. Marcolungo, Verona, 2019.

 

 

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