J'Accuse di Zola: storia di una celebre lettera aperta
Il J’Accuse di Émile Zola non è soltanto una lettera aperta, ma uno degli atti politici e morali più potenti della storia europea moderna, perché mostra come la difesa della giustizia, anche contro lo Stato, possa diventare un dovere civile
Nel cuore della Francia fin-de-siècle, una lettera aperta trasformò uno scandalo giudiziario in una crisi morale nazionale: il J’Accuse di Émile Zola, pubblicato il 13 gennaio 1898 sul quotidiano L’Aurore, fu indirizzato al presidente della Repubblica Félix Faure e denunciava apertamente le responsabilità dello Stato francese nell’ingiusta condanna del capitano Alfred Dreyfus, portando alla luce antisemitismo, abusi di potere e corruzione all’interno dell’esercito francese. Quel testo non solo segnò una svolta nell’affaire Dreyfus, ma inaugurò una nuova idea di responsabilità civile dell’intellettuale moderno.
Ricostruiamo insieme l’intera vicenda, dal contesto dell’affare Dreyfus, alla genesi del testo del J’Accuse di Zola, scritto per forzare l’opinione pubblica e provocare un processo; dal significato profondo del celebre “io accuso”, che inaugura la figura dell’intellettuale impegnato, fino alle reazioni violente che divisero la Francia e alle conseguenze giudiziarie e politiche che seguirono.
Attraverso i fatti, le accuse di Zola, i processi, la riabilitazione finale di Dreyfus e l’eredità lasciata da questa lettera, emerge il senso ultimo del significato del J’Accuse: la difesa della verità contro il potere, e della giustizia contro il pregiudizio.
Il contesto dell’Affare Dreyfus
L’origine dello scandalo risale al 26 ottobre 1894, quando i servizi segreti francesi intercettarono un documento riservato contenente informazioni militari destinate alla Germania: la grafia fu attribuita, seppur senza prove solide, al capitano Alfred Dreyfus, ufficiale di Stato Maggiore, ebreo alsaziano e unico israelita in quell’ambiente. In un clima saturo di nazionalismo e antisemitismo, il sospetto bastò.
Il ministro della Guerra Auguste Mercier ordinò l’arresto: Dreyfus fu processato a porte chiuse, condannato all’ergastolo e pubblicamente degradato il 5 gennaio 1895 nel cortile dell’École Militaire, tra le urla della folla. Deportato all’Île du Diable, in Guyana, visse per anni in isolamento assoluto, sorvegliato giorno e notte: una punizione sproporzionata che rivelava già di per sè l’iniquità del procedimento.
Nel 1896 emerse però una verità scomoda: il tenente colonnello Georges Picquart, capo dei servizi segreti, scoprì che la grafia del documento apparteneva in realtà al maggiore Ferdinand Walsin Esterhazy, ufficiale indebitato e in contatto con ambienti tedeschi. Invece di riaprire il caso, lo Stato Maggiore scelse l’insabbiamento: Picquart fu rimosso e inviato in missione lontano da Parigi.
Fu in questo contesto che Émile Zola, scrittore allora già celebre, decise di intervenire: informato da Georges Clemenceau e dalla famiglia Dreyfus, Zola comprese che non si trattava di un errore isolato, ma di un vero e proprio sistema ben collaudato, che sacrificava un innocente per salvare l’onore delle istituzioni. Dopo l’assoluzione-farsa di Esterhazy nel gennaio 1898, Zola scrisse in pochi giorni la sua lettera aperta, con l’intento deliberato di provocare un processo e costringere lo Stato a reagire.
Il contenuto e il significato del J’accuse
Il testo del J’Accuse di Zola, lungo circa 4.500 parole, è una requisitoria rigorosa e documentata: Zola elenca accuse precise contro i consigli di guerra che condannarono Dreyfus, contro i vertici militari che fabbricarono e occultarono prove, e contro un clima politico che tollerava l’antisemitismo come strumento di consenso.
Ma ciò che davvero è importante nel J’Accuse è che il suo significato va ben oltre la difesa di un singolo uomo: rappresenta infatti l’atto di nascita dell’intellettuale impegnato, colui che mette il proprio prestigio al servizio della verità e della giustizia. Celebre l’accusa morale che attraversa il testo, in cui Zola denuncia un “delitto contro la modernità” e confessa di non poter dormire sapendo un innocente condannato in nome della ragion di Stato.
Pubblicazione e reazioni al J'accuse
Il 13 gennaio 1898 L’Aurore uscì con il titolo “J’Accuse…!” stampato a caratteri cubitali su sei colonne: furono vendute circa 300.000 copie in un solo giorno, un autentico record per l’epoca. La Francia si spaccò - da un lato i dreyfusardi, dall’altro i nazionalisti e gli anti-dreyfusardi - le piazze furono attraversate da violenze e manifestazioni antisemite; Zola ricevette minacce di morte.
Lo Stato reagì rapidamente: il 23 febbraio Zola fu processato per diffamazione, condannato a un anno di carcere e a una multa molto salata. Per evitare la prigione, si rifugiò in Inghilterra sotto falso nome, dove rimase fino al 1899.
Le conseguenze storiche del J'accuse di Zola
L’effetto del J’Accuse fu però irreversibile e le pressioni dell’opinione pubblica portarono a nuove indagini: nell’agosto 1898 il colonnello Hubert-Joseph Henry, autore di una delle principali falsificazioni contro Dreyfus, confessò ed in seguito si suicidò in carcere, Eterhazy fuggì all’estero, mentre Picquart fu riabilitato.
Dreyfus fu riportato in Francia e sottoposto a un nuovo processo a Rennes nel 1899: incredibilmente, fu di nuovo condannato, seppur con attenuanti. Il presidente Émile Loubet gli concesse la grazia, ma solo il 12 luglio 1906 la Corte di Cassazione annullò definitivamente le condanne, reintegrandolo nell’esercito con il grado di maggiore e conferendogli la Legion d’Onore.
Zola purtroppo non riuscì a vedere la piena riabilitazione di Dreyfus: morì nel 1902, ufficialmente per asfissia da monossido di carbonio, in circostanze che alimentarono sospetti mai del tutto chiariti.
L’eredità culturale e politica
L’affaire Dreyfus segnò profondamente la Terza Repubblica: mise a nudo l’antisemitismo istituzionale, rafforzò l’idea di uno Stato laico e contribuì al clima politico che portò alla legge del 9 dicembre 1905 sulla separazione tra Chiesa e Stato. Sul piano culturale, il J’Accuse di Émile Zola divenne un modello universale di denuncia pubblica: da allora l’espressione “j’accuse” è sinonimo di accusa morale rivolta al potere.
Da Sartre a Camus, fino alle inchieste contemporanee – dal Watergate ai movimenti di denuncia del XXI secolo – l’eredità di Zola continua a vivere come richiamo alla responsabilità individuale di fronte all’ingiustizia. Il testo integrale del J’Accuse di Zola è oggi consultabile su Gallica, l’archivio gratuito di documenti digitalizzati della tradizione francese, dal Medioevo agli inizi del secolo XX, provenienti dalle collezioni della Bibliothèque nationale de France.
Paola Greco
Foto di apertura: Émile Zola, Public domain, via Wikimedia Commons