Film con Alberto Sordi: 10 pellicole da vedere assolutamente

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In questo percorso attraverso dieci capolavori di un gigante del cinema italiano, entriamo nel cuore della filmografia di Alberto Sordi: un autentico patrimonio culturale che ha saputo trasformare la commedia in uno strumento di indagine sociale. I suoi film sono un laboratorio di personaggi, debolezze, ambizioni e contraddizioni nazionali, capaci di far ridere invitando però a una riflessione profonda.

C’è un filo rosso che attraversa la storia dell’Italia repubblicana, fatto di entusiasmi collettivi, trasformismi, slanci ideali e improvvise cadute morali: quel filo ha spesso il volto di Alberto Sordi, attore simbolo della commedia all’italiana, ma anche interprete drammatico di straordinaria potenza. Con le sue maschere, Sordi ha saputo trasformare il cinema in uno specchio implacabile del Paese, raccontando l’italiano medio meglio di qualsiasi trattato sociologico. La sua carriera — vastissima — non si limita alla recitazione: è stato doppiatore, sceneggiatore e regista, lavorando con i più grandi autori del Novecento e firmando personalmente opere di forte impronta morale e politica. E allora scopriamo l’immensa filmografia di Alberto Sordi attraverso un percorso guidato tra dieci titoli fondamentali: dalle collaborazioni con maestri come Federico Fellini, Mario Monicelli e Dino Risi, ai film che lo vedono impegnato in ruoli drammatici o in pungenti satire sociali; dai film ambientati in tempo di guerra fino ai lavori da lui stesso diretti.

Senza avere la pretesa che sia una classifica definitiva, ma piuttosto una mappa per orientarsi dentro una filmografia monumentale, attraversando alcune tappe imprescindibili: dalla commedia, alla satira sociale, dal dramma civile alla riflessione storica, compresi esempi significativi di film di guerra interpretati da Alberto Sordi, per concludere con quello che molti considerano il suo più bel film.

Film con Alberto Sordi: filmografia essenziale

Prima di arrivare alla selezione, è necessario comprendere la dimensione della sterminata filmografia di Alberto Sordi. Con oltre 190 interpretazioni tra cinema e televisione, distribuite in quasi cinquant’anni di attività, Sordi è stato uno dei volti più prolifici e riconoscibili del cinema europeo, ma non solo: ha infatti attraversato il neorealismo contribuendo in modo decisivo alla nascita della commedia all’italiana ed accompagnandone l’evoluzione verso toni sempre più amari e disillusi.

Ha lavorato con alcuni dei più grandi registi del Novecento: Federico Fellini, Mario Monicelli, Dino Risi, ma anche Alberto Lattuada, Vittorio De Sica, Luigi Comencini, dimostrando una versatilità rara. Questa continuità con autori di primissimo piano testimonia infatti la sua statura artistica: non era solo un interprete popolare, ma un attore capace di incarnare visioni registiche complesse e spesso scomode.

Non va poi dimenticato che Sordi fu anche regista: a partire dagli anni Settanta firmò qualcosa come 19 pellicole, dimostrando una sensibilità personale, spesso più amara e disincantata rispetto ai ruoli precedenti. In queste opere emerge una riflessione lucida sul potere, sull’ipocrisia borghese e sulle ambiguità morali dell’Occidente.

Va da sé che scegliere dieci film all’interno di un corpus così vasto è inevitabilmente riduttivo: restano fuori titoli importanti, personaggi iconici e fasi cruciali della sua evoluzione. Questa selezione non pretende di essere definitiva, ma offre una prima bussola per orientarsi in un percorso artistico che coincide, in larga parte, con la storia dell’Italia repubblicana. Attraverso questi film si può seguire la trasformazione del Paese: dal dopoguerra carico di speranze al boom economico, fino al disincanto e alle tensioni che segnano gli anni Settanta e il riflusso degli Ottanta.
È inoltre un viaggio tra le molte maschere di un interprete che ha saputo reinventarsi continuamente, passando da una comicità corrosiva al dramma più cupo, senza perdere lucidità critica. 

I vitelloni (1953) – Regia di Federico Fellini

In questo capolavoro di Fellini, che lo consacrò al panorama internazionale, Sordi interpreta Alberto, uno dei giovani provinciali sospesi tra ambizioni confuse e totale immobilismo - i cosiddetti “vitelloni”. Il film rigetta la retorica eroica e punta invece su una visione quasi documentaristica dell’ozio, dell’immaturità e della paura del futuro. Anche se non protagonista assoluto, Sordi imprime al personaggio una forza tale da renderlo memorabile, già perfettamente calibrato tra comicità e fragilità esistenziale: il suo ruolo, infatti, è così incisivo da restare impresso come archetipo del personaggio pigro e vanesio, incapace di assumersi responsabilità, che anticipa molte maschere future dell’attore.

Il film vinse il Leone d’Argento al Festival di Venezia e segnò una tappa fondamentale nel percorso di Fellini. Per Sordi rappresenta il primo grande riconoscimento critico: la sua comicità non è mai fine a sé stessa, ma intrisa di malinconia e fragilità esistenziale.

Un americano a Roma (1954) – Regia di Steno alias Stefano Vanzina

Diretto da Steno (pseudonimo di Stefano Vanzina, figura centrale della commedia italiana del dopoguerra, nonché padre di Enrico e Carlo Vanzina), il film consacra Sordi come protagonista della nuova commedia italiana. In Un americano a Roma, Sordi è Nando Moriconi, giovane sognatore romano talmente ossessionato dal mito americano, da rinnegare le proprie radici e la propria cultura pur di inseguire un sogno fatto di stereotipi cinematografici. Tra gag esilaranti e battute ormai entrate nell’immaginario collettivo (celebre la scena degli spaghetti) la pellicola riassume il conflitto identitario dell’Italia del dopoguerra: modernità contro tradizione.

Dietro la comicità esplosiva si nasconde una satira lucidissima sull’esterofilia tipica del nostro dopoguerra e sull’ansia di riscatto sociale: Sordi racconta con ironia il desiderio di modernità e la difficoltà di accettare le proprie radici, dando vita a una delle performance più rappresentative del cinema italiano anni ‘50.

La grande guerra (1959) – Regia di Mario Monicelli

La pellicola è considerata uno dei migliori film italiani sulla Prima guerra mondiale e uno dei capolavori della storia del nostro cinema. Accanto a Vittorio Gassman, Alberto Sordi interpreta Oreste Jacovacci, soldato pavido, goffo e opportunista, lontanissimo dall’eroe celebrato dalla retorica patriottica. Attraverso un uso magistrale dell’umorismo nero e la costruzione di antieroi profondamente umani, il film smonta ogni visione glorificante del conflitto, restituendone invece la dimensione misera, quotidiana e tragica.

Diretto da Mario Monicelli, il film vinse il Leone d’Oro al Festival di Venezia, fu candidato all’Oscar come miglior film straniero e si aggiudicò tre David di Donatello e due Nastri d’Argento, ottenendo anche un enorme successo internazionale.

La chimica tra Sordi e Gassman, sostenuta da una scrittura brillante e incisiva, trasforma la narrazione in un affresco epico ma profondamente umano, dove gag tragicomiche e riflessioni amare convivono fino a un finale di altissima tensione morale. In questo contesto, Sordi riesce a convertire la vigliaccheria del suo personaggio in un ritratto universale di fragilità, paura e, paradossalmente, dignità.

Una vita difficile (1961) – Regia di Dino Risi

In Una vita difficile, diretto da Dino Risi, Alberto Sordi interpreta Silvio Magnozzi, ex partigiano che attraversa circa vent’anni di storia italiana, dalla Resistenza agli anni del boom economico. Idealista, orgoglioso, spesso sconfitto ma incapace di piegarsi del tutto, Magnozzi incarna la parabola di un Paese che progressivamente sacrifica i propri ideali sull’altare del benessere e dell’opportunismo.

Il film mette in scena la frattura tra principi politici e compromessi quotidiani: Silvio si scontra con un’Italia che cambia in fretta, dove l’integrità morale diventa un ostacolo più che una virtù. Sordi rende questa trasformazione con una prova attoriale stratificata, alternando ironia, amarezza, scatti d’orgoglio e profonde umiliazioni. La regia di Risi, poi, intreccia satira e sentimento, costruendo una radiografia morale dell’Italia repubblicana. Ne emerge uno dei ritratti più intensi e maturi della carriera di Sordi, capace di fondere comicità e disillusione in un equilibrio di straordinaria forza narrativa.

Mafioso (1962) – Regia di Alberto Lattuada

In Mafioso, diretto da Alberto Lattuada, Alberto Sordi interpreta Antonio Badalamenti, operaio siciliano perfettamente integrato nella Milano industriale del boom economico. Tornato in Sicilia per una vacanza con la famiglia, viene progressivamente risucchiato in dinamiche mafiose che credeva lontane dal proprio presente. Il film parte come una commedia sul contrasto tra Nord e Sud, modernità e tradizione, ma si trasforma gradualmente in un dramma psicologico teso e inquietante.

Lattuada destruttura i meccanismi della commedia tradizionale, conducendo lo spettatore verso un clima sempre più cupo, dove l’ironia iniziale lascia spazio a un senso di fatalismo e oppressione. Sordi sorprende per misura e controllo: la sua interpretazione è trattenuta, quasi soffocata, e costruisce un personaggio comune travolto da forze più grandi di lui. L’opera è considerata tra le prime a raccontare la mafia in chiave moderna, evitando il folclore e privilegiando una riflessione lucida sulle contraddizioni dell’Italia contemporanea. Attraverso la vicenda di un individuo qualunque, il film mette in scena il conflitto tra innocenza e complicità, tra integrazione e appartenenza, offrendo uno dei ritratti più complessi e ambigui della carriera di Alberto Sordi.

Il boom (1963) – Regia di Vittorio De Sica

In Il boom, diretto da Vittorio De Sica, Alberto Sordi interpreta Giovanni Alberti, imprenditore romano travolto dalle contraddizioni del miracolo economico. Ossessionato dal successo sociale e dal bisogno di mantenere uno status superiore alle proprie possibilità, Alberti vive sopra le righe fino a scontrarsi con la realtà dei debiti e con la spietatezza del mercato. Pur di salvare le apparenze, arriva ad accettare la vendita di un occhio: una scelta estrema che diventa metafora potentissima della cecità morale prodotta dal consumismo. Il progresso materiale, suggerisce il film, comporta una mutilazione etica prima ancora che fisica.

De Sica costruisce una satira impietosa sull’illusione della prosperità, mentre Sordi offre un’interpretazione tragicamente umana, sospesa tra ambizione, vergogna e disperazione. La forza della pellicola sta proprio nell’equilibrio tra comicità e tragedia personale: si ride, ma con disagio. È una delle denunce più feroci e lungimiranti sulla società italiana degli anni Sessanta e una delle prove più memorabili dell’attore nel raccontare le fragilità nascoste dietro il mito del benessere.

Lo scopone scientifico (1972) – Regia di Luigi Comencini

In Lo scopone scientifico, diretto da Luigi Comencini, Alberto Sordi interpreta Peppino, uomo umile che ogni anno sfida a carte una ricca americana interpretata da Bette Davis. La partita, apparentemente innocua, diventa metafora delle profonde disuguaglianze sociali e dell’illusione di riscatto dei più deboli. La tensione e la ripetitività del gioco accentuano il senso di impotenza del protagonista: dietro l’avidità e il desiderio di vincere si intravede la disperazione di chi non ha strumenti per cambiare la propria condizione. Sordi costruisce un personaggio complesso, capace di alternare comicità, frustrazione e malinconia, trasformando persino un gioco in un dramma psicologico.

La regia di Comencini è misurata e tesa, con una sceneggiatura che equilibra ironia e amaro realismo, fino al finale, memorabile e drammatico: dopo una lunga partita, Peppino perde tutto, compresa la speranza di riscattare la propria vita. Questa chiusura amara trasforma il film in una riflessione feroce sulla giustizia sociale e sull’inevitabile ciclicità delle disuguaglianze, confermandolo come una delle opere più sofisticate e dense del repertorio di Sordi.

Finché c’è guerra c’è speranza (1974) – Regia di Alberto Sordi

In Finché c'è guerra c'è speranza, Alberto Sordi non è solo interprete ma anche regista. La pellicola segue le vicende di un trafficante d’armi che, con cinico pragmatismo, giustifica le proprie attività come lavoro necessario, mostrando il lato industriale e morale della guerra anziché quello del fronte.
Questo secondo film di guerra di Alberto Sordi adotta una satira politica corrosiva: la comicità è sottile ma pungente, mirata a denunciare il cinismo e l’ipocrisia occidentale che alimentano i conflitti internazionali. La narrazione si muove tra salotti, contratti d’affari e mediazioni diplomatiche, evidenziando come la guerra possa diventare strumento di profitto e come la complicità morale sia diffusa e silenziosa. Il film segna una fase più cupa e adulta della carriera di Sordi: la regia è sicura e misurata, e il protagonista, pur comico nelle sue giustificazioni, appare di un realismo inquietante. La pellicola spinge lo spettatore a riflettere sulle responsabilità individuali e collettive, trasformando la commedia in una feroce riflessione sociale e morale, dimostrando la maturità del Sordi regista e interprete.

Un borghese piccolo piccolo (1977) – Regia di Mario Monicelli

In Un borghese piccolo piccolo, diretto da Mario Monicelli e ispirato al romanzo omonimo di Vincenzo Cerami del 1976, Alberto Sordi dà vita a Giovanni Vivaldi, impiegato ministeriale ossessionato dal futuro lavorativo del figlio, che, dopo una tragedia familiare, abbandona ogni misura e diventa un uomo vendicativo, trasformando la sua mediocrità borghese in rabbia e disperazione.
Il film segna un distacco netto dalla commedia tradizionale: il tono è cupo, il realismo crudo e l’atmosfera pesante anticipa il clima degli anni di piombo. La performance di Sordi è intensa e dolorosa, capace di rendere palpabile la tensione interiore, la frustrazione e la violenza latente del protagonista.

La pellicola ottenne grande riconoscimento: fu presentata al 30º Festival di Cannes, vinse 3 David di Donatello e 4 Nastri d’Argento, e viene considerata da molti critici come la conclusione ideale della commedia all’italiana, una sorta di “pietra tombale” su un genere che si confrontava con tempi sempre più difficili da rappresentare con leggerezza. Con questo film, Sordi conferma la propria versatilità, dimostrando che la sua arte poteva andare ben oltre la comicità, esplorando la drammaticità e la complessità della condizione umana.

Il marchese del Grillo (1981) – Regia di Mario Monicelli

In Il marchese del Grillo, diretto da Mario Monicelli, Alberto Sordi interpreta il celebre marchese Onofrio del Grillo, assumendo anche il doppio ruolo del popolano Gasperino. Ambientato nella Roma papalina, il film fonde magistralmente comicità, satira sociale e riflessione storica, ed è considerato da molti critici il più bel film di Alberto Sordi.

La pellicola racconta le beffe del marchese, che si diverte a infrangere le regole sociali e a sfidare nobili e plebei, trasformando ogni scherzo in un’allegoria sulla relatività del potere e sull’ipocrisia delle gerarchie. Ancora una volta Sordi dimostra il suo virtuosismo attoriale: passa con naturalezza dall’aristocratico cinico e brillante al popolano ingenuo e reattivo, mostrando la sua capacità unica di combinare ironia, carisma e critica sociale.

La scrittura brillante e le scene memorabili hanno reso il film un classico senza tempo, con battute che ancora oggi vivono nella memoria collettiva. Riconosciuto con diversi David di Donatello, Il marchese del Grillo rappresenta uno dei vertici della commedia italiana, capace di intrattenere e allo stesso tempo offrire un’analisi sottile e acuta della società e delle sue contraddizioni.

Paola Greco

Foto di apertura: Brazilian National Archives, Public domain, via Wikimedia Common