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Balzac visionario

La lettura critica dell'opera di Balzac come documento di un'epoca ha suscitato aspri dissensi: Baudelaire definì Balzac "visionario", un'acuta intuizione approfondita dalla critica successiva (A. Béguin). In Balzac è presente un filone mistico, speculativo, più esplicito nelle opere meno riuscite, come Séraphita (1835), strana favola ispirata al misticismo cosmico dello svedese E. Swedenborg, o La ricerca dell'assoluto. Inoltre le descrizioni di Balzac, anche le più minuziose e precise, in nessun modo possono essere considerate un documento, una registrazione impersonale: oggetti e persone di un ambiente acquistano una specie di secondo significato, non afferrabile razionalmente. I suoi personaggi, pur nella loro concretezza storica, non sono realistici: possiedono una volontà smisurata, terribile, disumana; nel bene e nel male tendono verso la meta con un'energia assoluta, incoercibile. In questo senso la critica tende a rivalutare quegli aspetti spesso discussi dell'opera di Balzac, come la moltiplicazione, la mancanza di freno e di misura, l'ambizione incontrollata.