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Ch'ien-lung

imperatore della Cina della dinastia Ch'ing (1711-1799). L'eco dell'assolutismo illuminato di Ch'ien-lung pervenne fino in Europa dove la Cina fu mitizzata dagli enciclopedisti. Una serie di guerre, tra il 1750 e il 1760, diede all'impero i confini definitivi; nel 1751 Ch'ien-lung annesse il Tibet quale protettorato e il dalai-lama fu posto sotto la stretta sorveglianza di due residenti mancesi; tra il 1755 e il 1757 la repressione di una ribellione in Dsungaria gli permise, a prezzo di stragi che annientarono la popolazione, di sottomettere la regione dell'Ili, nel 1758-59 seguì l'annessione del Turkestan orientale. A una prima fase positiva subentrò però un periodo di crisi per la dinastia, sia per gli ostacoli posti dal sistema feudale al commercio e all'attività delle manifatture (nel tentativo di porvi rimedio, già nel 1757 Ch'ien-lung aveva emanato un decreto che proibiva il commercio estero in tutti i porti della Cina tranne Canton), sia per l'impoverimento dovuto alle spese della corte; dal 1775 Ch'ien-lung era in balia del generale Ho-Shên, un funzionario corrotto e avido. Mentre dilagava la corruzione, si intensificò l'attività delle società segrete e si verificarono sommosse contadine. Nel 1796 Ch'ien-lung abdicò in favore del figlio Cha-ch'ing ma detenne in pratica il potere fino alla morte. Grande mecenate, egli stesso pittore e calligrafo, Ch'ien-lung incoraggiò largamente le arti, peraltro solo nella loro tendenza più accademica. Inoltre tra il 1773 e il 1782 ordinò la compilazione, sotto la guida di Chi Yün, di una gigantesca opera bibliografica comprendente più di diecimila scritti (esclusi quelli in lingua parlata e quelli religiosi buddhisti e taoisti).