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Gilgamesh

nella mitologia mesopotamica, l'eroe più famoso. Il suo mito è stato fissato in forma di poema epico nell'Epopea di Gilgamesh, giunta a noi in redazioni diverse e in frammenti di varia epoca: i testi più antichi sono del III millennio a. C. e in lingua sumerica; i più recenti sono traduzioni semitiche (babilonesi e assire) ma non prive di una loro creatività e indipendenza dall'originale. Nell'Epopea Gilgamesh appare come un re di Uruk, legato in amicizia a Enkidu, altro fortissimo eroe. I due lottano per l'immortalità, ma si tratta ancora dell'immortalità in senso eroico: il conseguimento di imprese la cui fama sopravviva alla breve permanenza su questa terra. Poi Enkidu muore e Gilgamesh, affranto dal dolore, vorrebbe riportarlo in vita. Gli si pone così il problema dell'immortalità in senso concreto, ossia della lotta contro la morte stessa. Si mette alla ricerca dell'unico uomo che abbia potuto sfuggire alla morte: Utnapishtim, l'unico scampato al diluvio (secondo la versione babilonese). Lo trova dopo avventure d'ogni genere e ottiene da lui solo un surrogato dell'immortalità, una pianta che ha il potere di far ringiovanire. La vera immortalità – gli rivela Utnapishtim – è soltanto quella degli dei. La pianta magica sarà rapita a Gilgamesh da un serpente e l'eroe resterà sconfitto dall'ineluttabilità della morte, carattere proprio alla condizione umana. Oltre che dell'Epopea, Gilgamesh è protagonista di altri poemetti che, come La morte di Gilgamesh, Gilgamesh, Enkidu e gli Inferi, ecc., sviluppano temi o episodi del grande poema epico. La posizione di Gilgamesh nei confronti della morte ne ha fatto, per tradizione, una specie di giudice dei morti.

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