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Parlaménto di Parigi

costituitosi durante il regno di Luigi IX, in pieno sec. XIII quando, sulla dissoluzione della Curia regis, andò organizzandosi e acquistando potere un'alta corte giudiziaria, con sede nello stesso palazzo reale e composta di magistrati permanenti (nominati dal re) e, occasionalmente, da grandi feudatari e prelati, col tempo il Parlamento si organizzò in tre sezioni distinte, una “camera delle inchieste” (che istruiva i processi), una “grande camera” (tribunale di prima istanza) e una “camera dei ricorsi” che ben presto assommò in sé il culmine del potere giudiziario. Specie nel corso del sec. XV l'autorità e il prestigio del Parlamento divennero tali che la monarchia gli riconobbe il diritto di presentare ricorsi e di proporre modifiche agli editti e alle ordinanze reali; non solo, ma ammise anche che la registrazione delle leggi regie da parte del Parlamento avesse valore di indispensabile sanzione giuridica. Tutto ciò comportò una progressiva politicizzazione dell'istituto, accentuata nel sec. XVI da uno scarso e saltuario intervento dei re nelle nomine dei parlamentari i quali furono alla fine autorizzati a cedere a familiari o a vendere le loro cariche. Il Parlamento divenne così un'accolta di ricchi borghesi nobilitati (nobiltà di toga) e di aristocratici, arroccati nella difesa dei privilegi di casta e di potere. Tutt'altro che rari furono i conflitti con la corona e le ingerenze negli affari di governo. Si ricordano, fra le altre, la presa di posizione (1462) contro la Prammatica Sanzione; il giudizio a favore della legge salica contro il parere degli Stati Generali (1593); il conferimento della reggenza a Maria de' Medici (1610); fino alla Fronda (1648-49) parlamentare. Naturalmente sotto sovrani forti (come durante il regno di Luigi XIV) le velleità politiche del Parlamento vennero meno. Soppresso nel 1771 per essersi proclamato corpo unico e indivisibile con i Parlamenti provinciali, fu restaurato nelle sue funzioni nel 1774 da Luigi XVI, al quale tuttavia si oppose vigorosamente quando si presentò la minaccia di soppressione dei privilegi. Nel 1787 votò per la convocazione degli Stati Generali compiendo con quel gesto un autentico suicidio in quanto questi, nel 1790, ne decretarono la fine.