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Piłsudski, Józef

uomo politico polacco (Żułowo, Lituania, 1867-Varsavia 1935). Nato da una famiglia della piccola nobiltà, crebbe in un ambiente di tradizioni patriottiche e antirusse. Aderì all'opposizione socialista e fu deportato (1887-92) in Siberia. Di nuovo arrestato (1900), fuggì da Pietroburgo riparando in territorio austriaco e poi a Londra. Si recò anche in Giappone (1904) per ottenere aiuti dai nemici della Russia; deluso, tornò a Cracovia dove, staccatosi dai socialisti (1906), diede vita a una formazione rivoluzionaria nazionalista. In questo ambito, organizzò squadre d'azione antirusse; una di queste organizzazioni (l'Unione Tiratori) ebbe un'esistenza legale (1910). Più tardi (1912) cercò di raccogliere in un unico organismo i partiti nazionalisti della Polonia austriaca e russa. Scoppiata la guerra mondiale, Piłsudski continuò nella sua azione politica diretta contro la Russia, organizzando e dirigendo le Legioni polacche che, a fianco degli Austro-Ungarici, entrarono in Polonia e si batterono contro i Russi. Quando gli Imperi Centrali proclamarono (1916) un effimero regno di Polonia, Piłsudski entrò nel governo provvisorio come ministro della Guerra. Cercò quindi di creare un esercito nazionale, ma urtò contro le diffidenze dei Tedeschi, che lo fecero incarcerare (luglio 1917) nella fortezza di Magdeburgo, dove restò sino al termine del conflitto. Tornato in Polonia (1918) venne provvisoriamente investito della suprema autorità. Nel 1919 fu eletto capo dello Stato e comandante supremo dell'esercito. La guerra civile russa lo ebbe tra i suoi protagonisti nell'intento di ampliare i confini polacchi. Battuto dai Russi, che arrivarono fin sotto Varsavia, Piłsudski riuscì infine ad aver ragione degli avversari grazie al massiccio aiuto dell'Intesa (1920). Nel dicembre 1922, Piłsudski, terminato il suo mandato, non si presentò come candidato alla presidenza della Repubblica, appartandosi dalla vita pubblica. Ma nel maggio 1926 marciò su Varsavia alla testa di truppe a lui fedeli e, dopo tre giorni di lotta, costrinse alle dimissioni il governo e il presidente della Repubblica, Wojciechowski. Portato a termine il colpo di stato, non accettò però nessuna delle più alte cariche, accontentandosi del Ministero della Guerra. Da quel momento, la preponderanza dei pilsudskiani nei posti di comando assicurò a Piłsudski poteri dittatoriali. Il suo regime (sanacja, risanamento) fu conservatore e autoritario: ebbe come basi l'esercito e i grandi feudatari.

W. F. Reddaway, Marshall Piłsudski, Londra, 1935; C. Sforza, Costruttori e distruttori, Roma, 1945; N. P. Comnène, Luci e ombre sull'Europa, Milano, 1957; A. Gieysztor, History of Poland, Varsavia, 1968; J. Berezowski, Józef Piłsudski, Londra, 1982.