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I prodromi e lo scoppio della guerra

"Per la cartina geo-politica del mondo all'inizio e durante la I guerra mondiale vedi il lemma del 10° volume." Il periodo storico che sbocca nella prima guerra mondiale "La cartina geo-politica del mondo all’inizio e durante la I guerra mondiale è a pag. 307 dell’11° volume." si caratterizza principalmente per le grandi trasformazioni che hanno avuto luogo nel modo di produzione dominante: il capitalismo, che aveva ormai creato un mercato mondiale, aveva condotto a uno sviluppo senza precedenti la produzione industriale e la sua concentrazione in un numero relativamente ristretto di grandissime imprese. Il passaggio dalla fase liberistica a quella dei monopoli e dei trusts si accompagnò al formarsi di un'oligarchia finanziaria e alla fusione di capitale bancario e capitale industriale nell'ambito di potenti società per azioni. Nella vita economica delle nazioni più avanzate l'esportazione di capitale assunse maggiore importanza rispetto all'esportazione di merci: si crearono nuove forme di legami internazionali, di dipendenza finanziaria e diplomatica, attraverso le quali un gruppo di associazioni monopolistiche (non di rado multinazionali) si ripartirono il mondo, tendendo a sostituire le forme di asservimento puramente coloniale. Si era ormai compiuta la ripartizione (territoriale, economica, politica) della terra tra le più grandi potenze imperialiste. Questo periodo relativamente “pacifico” della storia europea non vide affatto l'attenuarsi della concorrenza economica e delle tensioni politiche fra Stati, ma il loro estendersi su scala più vasta. Gli accordi fra i maggiori cartelli internazionali non escludevano – in seguito all'ineguale sviluppo dei Paesi capitalistici e ai mutamenti di rapporti di forza che ne erano conseguiti – ulteriori redistribuzioni delle sfere di influenza e sfruttamento. In questo quadro, il fenomeno più rilevante degli anni 1871-1914 fu il rapido affermarsi della Germania come maggiore potenza economico-militare del continente e il conseguente insorgere e acuirsi della rivalità con la prima potenza del mondo, la Gran Bretagna. Sul piano diplomatico, la politica tedesca dopo Bismarck, abbandonando alcune fondamentali direttive del grande e prudente cancelliere, ebbe grosse responsabilità nel provocare un notevole rivolgimento degli schieramenti tradizionali: da un lato, la sfida lanciata alla Gran Bretagna nel campo delle costruzioni navali per la supremazia sui mari allarmò quest'ultima (tradizionalmente rivolta anzitutto ai propri interessi extraeuropei e in secondo luogo al mantenimento di un equilibrio fra le potenze del continente) e la spinse a superare l'antica rivalità con la Francia – nonché con la Russia – fino all'instaurazione di “un'intesa cordiale” (1904-1907); dall'altro il sempre più chiaro appoggio della Germania alla politica austriaca nei Balcani e il suo abbandono del trattato di riassicurazione con la Russia (la quale nel 1887 si era impegnata a non appoggiare la Francia in caso di guerra di questa contro la Germania) favorirono la conclusione di un patto militare fra Russia e Francia e dunque quell'accerchiamento che Bismarck aveva sempre cercato di evitare. Sette anni prima dello scoppio della prima guerra mondiale il quadro delle alleanze era così ben definito e un nuovo equilibrio fra le potenze aveva sostituito le linee diplomatiche e le affinità politiche tradizionali. Ma soprattutto le principali questioni ottocentesche irrisolte (revanchismo francese per l'Alsazia-Lorena, questione balcanica e vari nazionalismi e irredentismi) venivano a essere strettamente intrecciate con i contrasti tra imperi industriali in concorrenza; la polveriera dei Balcani veniva inscindibilmente connessa alle rivalità interimperialistiche delle potenze occidentali (che controllavano il mondo intero) tanto che qualunque scintilla doveva portare, come avvenne, a un conflitto generalizzato in cui sarebbero stati coinvolti quasi tutti i continenti. Di fatto, il conflitto tra aspirazioni nazionali dei popoli slavi ed espansionismo austro-ungarico nei Balcani fu la causa più immediata dello scoppio della guerra. Allorché l'arciduca ereditario d'Austria Francesco Ferdinando fu ucciso a Sarajevo da terroristi serbi (28 giugno 1914), la fitta trama di alleanze che legava le potenze europee le trascinò in pochi giorni a intervenire: l'Austria dichiarò guerra alla Serbia il 28 luglio, nonostante quest'ultima avesse risposto in termini concilianti al durissimo ultimatum austriaco; il 30 luglio la Russia ordinò la mobilitazione generale a fianco della Serbia; la Germania dichiarò guerra alla Russia il 31 e alla Francia il 2 agosto; quindi lanciò l'ultimatum al Belgio neutrale, provocando l'immediato intervento della Gran Bretagna (4 agosto). L'Italia, legata dalla Triplice Alleanza agli Imperi Centrali, proclamò il 2 agosto la propria neutralità. Il 23 agosto anche il lontano Giappone si schierava a fianco della Triplice Intesa, limitandosi però a colpire i possedimenti tedeschi nel Pacifico e in Cina. L'esplosione di un conflitto di tanto vaste proporzioni fu resa possibile anche dal clima ideologico dominante in quegli anni, permeato di un nazionalismo aggressivo e distruttivo che aveva preso piede in vasti settori di opinione pubblica sia delle potenze imperialistiche in sviluppo sia degli Stati dinastici multinazionali minacciati dalle aspirazioni dei popoli sottomessi. Del resto giustificazioni della guerra in termini di lotta della democrazia contro l'autocrazia espansionista poterono divenire principali nella propaganda dell'Intesa solo dopo il crollo dell'alleata Russia zarista. Se, per lo più, la guerra fu sostenuta dalla grande industria e dall'alta finanza che videro in essa possibilità di espansione e di illimitati profitti, si poté verificare anche come forme di sciovinismo si fossero largamente infiltrate nell'ambito dello stesso movimento operaio organizzato nella II Internazionale, i cui partiti (il tedesco e il francese in primo luogo) votando i crediti di guerra e appoggiando i governi di unità nazionale cercarono di fare accettare al proletariato dei rispettivi Paesi la guerra come “difensiva” e necessaria alla salvezza della patria: venivano così sconfessate nella pratica le affermazioni pacifiste del Congresso internazionale di Basilea (1912) e la fine della II Internazionale era segnata.

Il primo anno di guerra: il tramonto della guerra manovrata

"Per le cartine dei fronti occidentale e orientale vedi il lemma del 10° volume." Come risultato della febbrile corsa agli armamenti e dell'instancabile attività diplomatica che precedettero lo scoppio della prima guerra mondiale, fu raggiunto un notevole equilibrio delle forze in campo che, dal momento in cui non servì a scongiurare il conflitto, lo rese incredibilmente aspro e interminabile: esso si rivelò lontano da ogni immaginazione e ben differente dalle guerre cui l'Europa era abituata, come per esempio le campagne bismarckiane. Queste erano state strumenti finalizzati al raggiungimento di precisi obiettivi politico-diplomatici da ottenere col minimo costo e rischio, mentre la “grande guerra” andò molto al di là di ogni previsione. Una delle sue principali caratteristiche fu la prevalente sottomissione dei governi agli Stati Maggiori degli eserciti, della politica alla tecnica militare. Per di più, lo stesso livello degli armamenti e le novità emerse fin dai primi scontri posero spesso i capi militari e politici alla coda degli avvenimenti sconvolgendone i piani e le strategie. Una delle concezioni che furono rapidamente smentite dai fatti era la pretesa superiorità raggiunta dagli strumenti di offesa rispetto ai mezzi di difesa (su ciò si basò il piano tedesco di guerra-lampo): in base a tale convinzione i militari erano tutti fiduciosi in una guerra di breve durata, tanto che per lungo tempo non vollero riconoscere la nuova realtà della guerra di posizione. Eppure gli avvenimenti bellici dimostrarono subito che la combinazione di due nuove armi, la mitragliatrice e il filo spinato, consentivano a eserciti interrati in trincee scavate in breve tempo e appoggiati dall'artiglieria di creare uno sbarramento contro cui era destinato a infrangersi qualsiasi attacco di fanteria o cavalleria nemica. Il costo di un attacco volto a sfondare il fronte avversario diveniva proibitivo, tramontavano le battaglie manovrate e il conflitto si trasformava in tremenda guerra d'usura tra eserciti capaci di resistere a qualsiasi offesa, ma incapaci di attaccare con successo. Solo negli anni successivi lo sviluppo dell'artiglieria pesante e delle bombarde, dei carri armati e degli aerei avrebbe posto le premesse per una ripresa delle possibilità offensive. Si ricorda in particolare l'impiego su larga scala di gas asfissianti, lanciati in appositi contenitori dall'artiglieria, che rendevano temporaneamente impraticabili zone nevralgiche come comandi, passaggi obbligati e lo schieramento d'artiglieria nemico (i gas suscitarono tanto orrore che successivamente furono proibiti da una convenzione internazionale rispettata nella seconda guerra mondiale). Inoltre vanno citati il forte sviluppo qualitativo e quantitativo dell'aviazione, che ai compiti iniziali di osservazione aggiunse il bombardamento tattico e a lunga distanza e la difesa del proprio cielo, e l'invenzione dei carri armati, messi a punto da Inglesi e Francesi troppo tardi per influire in modo decisivo sul conflitto, in tempo però per dimostrare le loro enormi possibilità. La superiorità assoluta dell'offensiva sulla difensiva era però un dogma all'inizio della guerra; e su questa base la Germania impostò la sua preparazione al conflitto "Le cartine del fronte occidentale e del fronte orientale della I guerra mondiale sono a pag. 308 dell’11° volume." . Essa, nel momento in cui dette incondizionato appoggio all'aggressione austriaca alla Serbia, si poneva come obiettivo l'annientamento della Duplice Intesa franco-russa, fidando nella neutralità della Gran Bretagna (impegnata sul piano interno col problema irlandese): per la guerra su due fronti si basò sul piano operativo preparato fin dal 1905 dal capo di Stato Maggiore von Schlieffen, che prevedeva con una rapidissima mobilitazione di piegare la Francia prima che la Russia, lentissima nel mobilitare il suo ingente potenziale umano, potesse impegnare duramente le truppe tedesche sul fronte orientale. A tal fine, l'unico territorio adatto a una rapida avanzata non era la frontiera franco-tedesca (collinosa e boscosa) ma le pianure del Belgio e della Francia settentrionale, che erano per di più meno fortificate. Perciò le armate tedesche avrebbero dovuto disporsi con un'ala destra enormemente rafforzata che, invadendo di sorpresa il Belgio neutrale e avanzando oltre la Marna, avrebbe dovuto minacciare in brevissimo tempo Parigi e accerchiare le armate francesi fra la capitale e i Vosgi. La rete ferroviaria interna avrebbe permesso in un secondo tempo alle truppe tedesche di affrontare una Russia demoralizzata e indebolita dal crollo francese. Nella realtà, allo scadere delle sei settimane previste per la riuscita del piano, questo non solo si dimostrò già fallito, ma la guerra si era chiaramente stabilizzata mostrando il suo nuovo volto di guerra di logoramento. A ciò concorsero molteplici fattori: il generale Helmuth von Moltke, capo di Stato Maggiore tedesco, temendo un'avanzata francese nella Lorena, ridusse la consistenza che l'ala destra aveva nel piano Schlieffen, indebolendone la forza d'urto; le truppe del piccolo Belgio ritardarono, sia pure di pochi giorni, l'avanzata tedesca con una resistenza inattesa; infine, allorché le armate tedesche erano già arrivate a 40 km da Parigi – dopo la caduta di Namur e il fallimento del tentativo offensivo francese nelle Argonne – una violenta controffensiva scatenata dai generali francesi Joffre e Gallieni colpì le armate di von Moltke al fianco e le costrinse a ritirarsi prima sulla Marna e quindi sull'Aisne e la Somme (battaglia della Marna, 6-12 settembre, la più decisiva dell'intero conflitto ). Con la prima battaglia di Ypres (ottobre-novembre) i Franco-Inglesi poterono impedire ai Tedeschi di occupare i porti della Manica e quindi di bloccare l'afflusso di aiuti britannici. Da questo momento il fronte si stabilizzò e nell'autunno i due eserciti si rintanarono nelle trincee. Pagando l'insuccesso della guerra-lampo, von Moltke fu sostituito al comando supremo da Erich von Falkenhayn. Anche sul fronte orientale i calcoli dello Stato Maggiore tedesco non si dimostrarono esatti: la rapidità di mobilitazione della Russia superò ogni previsione, e due corpi d'armata tedeschi dovettero essere trasferiti rapidamente dal fronte occidentale proprio nel momento più critico. I generali tedeschi Hindenburg e Ludendorff riuscirono a fermare l'avanzata russa nella Prussia orientale con le grandi vittorie di Tannenberg e dei laghi Masuri. Contemporaneamente però sul fronte sudorientale i Russi battevano gli Austro-Ungarici a Leopoli (8-12 settembre), occupavano la Galizia e minacciavano l'Ungheria, costringendo il maresciallo austriaco Conrad – che aveva occupato Belgrado nell'agosto – a ritirarsi dalla Serbia. Per la fine dell'anno comunque anche il fronte orientale si stabilizzava. Intanto le diplomazie dei due blocchi riprendevano la loro attività cercando di rafforzare le posizioni dei rispettivi Paesi. L'intervento della Turchia a fianco degli Imperi Centrali (1º novembre) mise in grave difficoltà la Russia, cui vennero a mancare i rifornimenti da parte degli alleati attraverso i Dardanelli: presto per l'esercito russo scarseggiarono le munizioni, e anche a causa di ciò fu costretto ad attestarsi sulla difensiva. Si aprivano così nuovi fronti: uno russo-turco in Armenia e uno anglo-turco in Mesopotamia e in Egitto, mentre gli Inglesi estendevano la guerra alle colonie, attaccando i possedimenti tedeschi in Africa. Già si vedeva la tendenza di ambo le parti ad allargare il conflitto nel tentativo di uscire dall'immobilismo. Queste prime fasi di guerra avevano evidenziato una superiorità degli Imperi Centrali – insufficiente però a spezzare la resistenza dell'Intesa – dovuta sia alla loro continuità territoriale, che facilitava rapidi e segreti spostamenti di truppe e azioni coordinate, sia al possesso di una maggior quantità di artiglieria pesante; nonché alla lentezza della mobilitazione russa e inglese (la Gran Bretagna poté mettere in campo solo 160.000 uomini, meno del Belgio). Ma il tempo giocava a favore dell'Intesa: il suo potenziale demografico ed economico, dovuto alla maggior ricchezza di colonie e di alleati extraeuropei, e il dominio dei mari dovevano spostare a suo favore il rapporto di forze in una guerra d'usura che implicava il massimo sforzo dei campi avversi per mobilitare tutte le proprie riserve produttive e umane, distruggendo o neutralizzando nel contempo le fonti di rifornimento degli avversari. A tal fine si scatenò presto un duello fra blocco navale anglo-francese, che impediva anche alle navi dei Paesi neutrali di far rotta per la Germania, e controblocco tedesco esercitato per mezzo dell'uso senza restrizioni della nuova arma sottomarina (non limitata cioè a colpire le navi da guerra nemiche); e si sviluppò anche l'azione volta a procurarsi l'appoggio e l'alleanza delle nazioni rimaste ancora fuori dal conflitto.

L'intervento dell’Italia

"Per le cartine del fronte italiano dal 1915 al 1918 vedi il lemma del 10° volume." Il 3 agosto 1914 il governo Salandra (succeduto a quello Giolitti nel marzo) aveva dichiarato la neutralità italiana sia in nome della violazione del patto della Triplice da parte dell'Austria, che aveva dato l'ultimatum alla Serbia senza accordarsi preventivamente con l'Italia, sia in virtù del carattere prevalentemente difensivo del trattato. D'altra parte l'esercito non era pronto per un'eventuale entrata in guerra, e il Paese era profondamente diviso nelle sue componenti economiche, politiche e sociali tra interventisti e neutralisti. Favorevole alla neutralità (almeno in un primo momento) era una parte degli industriali, mirante a realizzare grossi profitti procurando a entrambi i campi belligeranti forniture belliche; questo settore trovava espressione politica nelle posizioni liberal-giolittiane e nel loro principale organo, La Stampa di Torino. Giolitti era profondamente convinto che, per quanto riguardava le terre irredente, “molto si sarebbe potuto ottenere senza guerra”, cioè attraverso negoziati con l'Austria, in cambio della neutralità italiana. Neutralisti erano pure i cattolici sotto il pontificato di Benedetto XV (1914-22), così come la maggioranza del Partito socialista, che fu l'unico nell'ambito della II Internazionale a opporsi coerentemente alla guerra: ma lo sterile verbalismo della direzione costrinse il partito a un sostanziale immobilismo di fronte alle decisioni governative, che si risolse nella formula ambigua e attendista “né aderire né sabotare”, allorché l'Italia entrò in guerra. L'intervento a fianco dell'Intesa era voluto invece da quei settori dell'industria che aspiravano ai superprofitti di guerra e a liberarsi del capitale tedesco in Italia; di questi interessi erano portavoce i liberal-conservatori (quali Salandra e Sonnino, ministro degli Esteri dall'ottobre 1914) e il Corriere della Sera di Luigi Albertini. La guerra veniva propugnata in nome delle terre irredente e dell'eredità storica del Risorgimento, fornendo un obiettivo unificante alle disparate e composite forze interventiste: nazionalisti, dannunziani e futuristi, che esaltavano la guerra per se stessa, passarono dall'iniziale appoggio agli Imperi Centrali a un'accesa campagna a favore dell'intervento a fianco dell'Intesa. È da ricordare anche il caso – seppure isolato – di Benito Mussolini che, finanziato dal governo francese, nel novembre 1914 passò dal campo neutralista a quello interventista-nazionalista venendo espulso perciò dal PSI. In nome del retaggio risorgimentale erano interventisti anche i socialisti riformisti di Bissolati, molti repubblicani, sindacalisti rivoluzionari come Corridoni, gli irredentisti capeggiati da Cesare Battisti, e quanti, come Salvemini, videro nella guerra condotta dall'Intesa la difesa della democrazia progressista e delle nazionalità oppresse contro l'assolutismo reazionario. Intensa era intanto l'attività segreta del governo italiano sul piano diplomatico: Sonnino tentava, tramite trattative con l'Austria, di ottenere compensi territoriali nel Trentino in cambio del mantenimento della neutralità italiana. Ma l'Austria non fu disposta a fare concessioni se non nell'aprile del 1915, cioè dopo il fallimento dell'offensiva invernale contro la Russia nei Carpazi e della guerra-lampo a occidente: a questo punto però l'Italia aveva iniziato (dal marzo 1915) le trattative segrete con l'Intesa, che si conclusero il 26 aprile 1915 con la sottoscrizione del Patto di Londra, in base al quale l'Italia si impegnava a entrare in guerra a fianco dell'Intesa "Le cartine del fronte italiano dal 1915 al 1918 sono a pag. 310 dell’11° volume." entro un mese e otteneva in caso di vittoria il Trentino e l'Alto Adige fino al Brennero, Trieste, l'Istria e metà della Dalmazia e delle isole costiere. Mentre il trattato veniva tenuto segreto, il 4 maggio il governo italiano denunciava la Triplice e il generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore, iniziava a radunare l'esercito. Il 9 maggio Giolitti, all'oscuro del patto, giungeva a Roma sperando di raccogliere intorno a sé la maggioranza parlamentare neutralista perché sconfessasse col suo voto l'operato del gabinetto Salandra: la Camera non era riunita, ma la maggioranza dei parlamentari dimostrò lo stesso la propria solidarietà a Giolitti depositando i biglietti da visita nella portineria della sua abitazione. Il gabinetto Salandra decise, il 13 maggio, di presentare le dimissioni senza attendere il voto in Parlamento. Dopo un periodo di consultazioni, durante il quale D'Annunzio faceva comizi e i nazionalisti promuovevano manifestazioni, mentre il Partito socialista non era in grado di organizzare un'efficace azione contro l'entrata in guerra, il re respinse le dimissioni di Salandra (16 maggio) e convocò la Camera dei Deputati: questa rivelò tutta la propria impotenza dando nella sua maggioranza (escluso il PSI) appoggio alla richiesta di “poteri straordinari in caso di guerra”. Il 24 maggio l'Italia dichiarava guerra all'Austria-Ungheria (mentre alla Germania fu dichiarata solo il 25 agosto 1916). Ma l'esercito non era affatto pronto: l'ordine di mobilitazione fu emanato il 22 maggio e le operazioni di radunata terminarono solo il 16 giugno 1915. Esso era composto di 35 divisioni di fanteria oltre che di reparti di alpini e bersaglieri (equivalenti ad altre ca. 8-9 divisioni), cui si contrapponevano inizialmente solo 14 divisioni austriache. Il piano di Cadorna assegnava l'offensiva principale a 15 divisioni (più sette di riserva) schierate nel settore orientale, che irrompendo oltre l'Isonzo, sulla linea Villach-Lubiana, avrebbero dovuto assicurare in 45 giorni all'Italia il possesso di Lubiana e aprire da lì la marcia su Vienna. Sul fronte del Trentino austriaco era previsto solo uno schieramento difensivo. Gli Austriaci, impegnati a sfruttare le vittorie sul fronte russo, si attestavano sulla difensiva adottando una tattica di logoramento delle forze italiane. Le speranze dello Stato Maggiore come del governo (che aveva persino limitato le commesse belliche) in una guerra breve, risolta con poche grandi battaglie di movimento, furono presto deluse, così come era avvenuto sul fronte franco-tedesco. Il fattore sorpresa era venuto a mancare per la lentezza della mobilitazione e per il mancato allestimento di sufficienti vie di comunicazione e installazioni. La prima e la seconda battaglia dell'Isonzo (giugno-luglio), lungi dal riuscire a sfondare le linee nemiche, si risolsero col guadagno di poche decine di metri pagati con gravissime perdite. Non diverso risultato ebbero la terza e la quarta battaglia dell'Isonzo (dal 18 ottobre al 2 dicembre 1915), caratterizzate da una serie di violentissimi attacchi frontali sempre destinati a infrangersi sui reticolati nemici. In quegli otto mesi di guerra si ebbero 250.000 tra morti e feriti su un esercito di un milione di uomini. Nessun obiettivo era stato raggiunto, sia a causa della scarsezza di mezzi capaci di aprire la strada alla fanteria, sia per l'impreparazione di molti alti comandanti e per i grossi limiti dello stesso Cadorna, che fu accusato di aver disperso le poche artiglierie pesanti disponibili su troppi obiettivi, sacrificando le truppe in sanguinosi attacchi frontali non adeguatamente sorretti. Significativo fu comunque il contributo italiano alla prima guerra mondiale: gli Austriaci, che avevano subito anch'essi gravi perdite, dovettero passare su questo fronte dalle 15 divisioni del giugno alle 22 dell'autunno.

Il secondo anno di guerra sugli altri fronti

"Per la cartina con le operazioni nei Balcani dal 1914 al 1918 vedi il lemma del 10° volume." Nel 1915 Falkenhayn concentrò gli sforzi contro la Russia "La cartina con le operazioni nei Balcani dal 1914 al 1918 è a pag. 311 dell’11° volume." , sia perché era il punto più debole dell'Intesa, sia per rafforzare la posizione dell'alleata Austria prima che l'intervento italiano la minacciasse da sud. L'esercito russo subì gravissime disfatte ed enormi perdite da parte di Hindenburg e Ludendorff (seconda battaglia dei Laghi Masuri a febbraio) e di von Mackensen e Conrad (sfondamento di Gorlice a maggio e occupazione austriaca della Galizia). Allontanata la minaccia russa dai Carpazi, l'offensiva tedesca e austro-ungarica di luglio-settembre si concludeva con l'occupazione dell'intera Polonia. Falliva intanto un tentativo franco-inglese di ristabilire i collegamenti con la Russia per mezzo di una spedizione navale contro la Turchia: lo sbarco a Gallipoli (aprile-novembre) si risolse con pesanti perdite. Mentre l'entrata in guerra della Bulgaria a fianco degli Imperi Centrali segnò il crollo della Serbia (ottobre-novembre): i resti dell'esercito serbo furono tratti in salvo a Corfù dalla flotta italiana col concorso di unità alleate. Ancora una volta i successi austro-tedeschi erano notevoli ma non decisivi. La Russia, scarseggiando di artiglieria e munizioni, aveva dovuto subire la guerra di movimento del nemico su un fronte troppo esteso da fortificare e trincerare: perse così oltre due milioni di uomini e tuttavia le sue riserve umane erano tali che non si poteva ancora considerarla fuori combattimento. Sul fronte occidentale, dove i Tedeschi si erano limitati alla difesa, i Franco-Inglesi avevano cercato di approfittare del concentramento nemico a oriente per sferrare una serie di offensive nell'Artois e nella Champagne (Ypres, Arras) che, al solito, costarono più delle perdite inflitte ai Tedeschi senza produrre risultati significativi. La guerra navale non registrò fatti di rilievo. Dopo che la corsa agli armamenti navali era stata un importante elemento di tensione fra Gran Bretagna e Germania, scoppiata la guerra nessuno dei due Paesi osò impegnare la propria flotta: quella tedesca restava nei porti, mentre gli ammiragli inglesi esercitavano il blocco a distanza, ritenendo di mantenere la supremazia sui mari senza rischiare una disfatta. Solo unità veloci come gli incrociatori di von Spee esercitavano azioni di disturbo contro questa supremazia: vincitori nel novembre 1914 presso le coste cilene, vennero però quasi tutti distrutti dagli Inglesi nel dicembre 1914 alle isole Falkland. Nel teatro del Mare del Nord, dove le due flotte antagoniste si fronteggiavano, i Tedeschi tentarono, nei primi sei mesi di guerra, di provocare scontri con importanti frazioni della flotta britannica effettuando scorrerie di grandi incrociatori sulle coste orientali della Gran Bretagna. Quest'attività culminò, il 24 gennaio 1915, nello scontro del Dogger Bank, che impegnò le forze veloci delle due flotte e dopo il quale i Tedeschi dovettero ripiegare. Il controblocco era esercitato attivamente invece dai sommergibili tedeschi, che dal febbraio 1915 minacciarono anche le navi neutrali: finché la decisa reazione americana all'affondamento del piroscafo inglese Lusitania il 7 maggio 1915 (in cui persero la vita 1200 passeggeri, 118 dei quali erano cittadini americani) spinse la Germania a limitare le azioni di guerra sottomarina. Questo secondo anno del conflitto dette, in conclusione, un nuovo colpo alle illusioni di una soluzione a breve scadenza: a causa di ciò venivano sempre più in primo piano problemi quali la resistenza economica e la mobilitazione industriale di ciascun Paese a fini bellici, il rafforzamento degli accordi politici e del coordinamento militare nell'ambito di ciascuno dei due blocchi, il mantenimento dell'unità politica e della pace sociale in seno a ogni Paese, al fine di conservare un'adesione il più possibile di massa alla continuazione della guerra sino in fondo. Un'opposizione alla guerra cominciò a crescere fra le forze socialiste: alcune frazioni minoritarie, che propagandavano una pace senza annessioni ne indennità, promossero nel settembre 1915 una conferenza a Zimmerwald. Questa opposizione, presente con diversa forza in ogni Paese, si rafforzò e divenne più incisiva a partire dall'anno successivo (Congresso di Kienthal, aprile 1916), allorché si sviluppò un'azione diretta per la cessazione immediata della guerra e si andò affermando la concezione di dirigenti rivoluzionari come Lenin e Rosa Luxemburg mirante a trasformare la guerra in rivoluzione sociale anticapitalistica in tutti i Paesi. Ma, per ora, i governi restavano sufficientemente saldi e gli esecutivi erano dotati di estesi poteri. Quanto alla compattezza dei due campi, il problema era relativamente più acuto per l'Intesa: tra Francia, Russia e Gran Bretagna (legate dal Patto di Londra, 5 settembre 1914), nonostante l'unità raggiunta contro il comune nemico, sussistevano contrasti di interessi, di fini, nonché divergenze di vedute sulla condotta della guerra. L'accordo anglo-francese Sykes-Picot del marzo 1915, stabilendo una divisione di zone d'influenza (Mesopotamia alla Gran Bretagna, Siria alla Francia), contribuì a spianare alcuni motivi d'attrito. Dal punto di vista militare invece non si fecero passi avanti nella creazione di un comando unico, nonostante vi fosse in quell'anno un primo tentativo fra Anglo-Francesi, Russi e Italiani di coordinare un'azione simultanea per l'anno successivo. Del resto, anche nel campo degli Imperi Centrali le discordie tra Conrad e Falkenhayn impedivano che si pervenisse a un comando unificato.

Il 1916: la strategia tedesca di logoramento

Nel 1916 Falkenhayn tornò a concentrare le forze tedesche sul fronte occidentale considerandolo il solo che poteva decidere l'esito della guerra. Questa volta la Germania prese atto del carattere di immobilismo assunto dalla guerra e adottò una strategia di logoramento, fidando nella propria superiorità tattica rispetto agli Anglo-Francesi e nella propria potenza di fuoco. Scegliendo la fortezza di Verdun come punto su cui sferrare l'attacco, Falkenhayn schierò in pochi chilometri quadrati diciannove divisioni sostenute da un enorme concentramento di artiglieria. Il suo piano non consisteva più nel cercare di sfondare le linee nemiche, ma nel costringere la Francia a esaurire tutte le proprie riserve nella difesa di una posizione essenziale, fino a dissanguarsi definitivamente. L'attacco tedesco cominciò con un improvviso violentissimo bombardamento il 21 febbraio, e la battaglia si protrasse per oltre cinque mesi, fino a luglio: persero la vita in questa carneficina ca. 700.000 soldati, equamente distribuiti tra le due parti . Anche questo nuovo piano tedesco era dunque sostanzialmente fallito, sia per il costo ulteriormente dimostrato dell'offensiva nella guerra delle trincee e delle mitragliatrici, sia perché la Gran Bretagna (passata proprio all'inizio del 1916 dal servizio militare volontario alla coscrizione obbligatoria) stava rapidamente restaurando l'equilibrio di riserve umane. Tale maggiore capacità d'impegno della Gran Bretagna sul fronte occidentale spinse l'Intesa a tentare, nell'ultimo mese della battaglia di Verdun, una massiccia offensiva sulla Somme (1º luglio) : in questa occasione fecero la prima comparsa i carri armati inglesi, che non ebbero però adeguato impiego e non produssero risultati di rilievo, sciupando l'effetto della sorpresa. Anche la battaglia della Somme, durata fino a novembre, non ebbe esiti significativi e si risolse in una carneficina come Verdun: se costò ai Tedeschi mezzo milione di uomini, gli Inglesi ne persero 400.000 e i Francesi 200.000. Pressappoco in coincidenza con questa offensiva, la Russia si rifaceva viva attaccando a giugno col generale Brusilov sul fronte orientale, costringeva le divisioni austro-ungariche a ripiegare profondamente e catturava in pochi giorni 200 mila prigionieri sul fronte della Volinia e della Bucovina. I successi di Brusilov ebbero importanti risultati: costrinsero Falkenhayn a spostare truppe dal fronte occidentale impedendogli un contrattacco sulla Somme; contribuirono al fallimento della “Strafexpedition” lanciata da Conrad contro l'Italia sull'altopiano dei Sette Comuni (maggio-luglio 1916), permettendo a Cadorna una vittoriosa controffensiva (sesta battaglia dell'Isonzo, agosto-novembre) iniziata con la conquista di Gorizia (agosto) ma proseguita con un pesante logoramento umano; favorì infine la decisione presa dalla Romania di entrare in guerra contro gli Imperi Centrali (27 agosto). Ciò non fu però di alcun aiuto per l'Intesa, in quanto la Romania venne in breve tempo invasa da truppe tedesche, austro-ungariche e bulgare (Bucarest cadde il 6 dicembre), senza poter ricevere appoggio dalla Russia la cui offensiva era ormai bloccata dall'endemica scarsità di equipaggiamento e munizioni: l'esercito russo, duramente provato, cominciava a entrare quell'anno in gravissima crisi. Intanto lo scacco tedesco portava alla destituzione di Falkenhayn, che venne sostituito al comando supremo da Hindenburg e Ludendorff. Sugli altri fronti è da segnalare la vittoria turca sul corpo di spedizione britannico in Mesopotamia (aprile). La Gran Bretagna riuscì però a conservare Suez, mentre il colonnello Lawrence incitava contro la Turchia le tribù arabe con la promessa della creazione di uno Stato arabo indipendente. La guerra sui mari vide nel 1916 l'unico scontro importante tra grandi unità di tutta la prima guerra mondiale: la battaglia dello Jütland (31 maggio-1º giugno), provocata dall'ammiraglio tedesco von Scheer per cercare di allentare la pressione del blocco infliggendo un grave colpo alla flotta britannica dell'ammiraglio Jellicoe, fece registrare effettivamente alla Gran Bretagna perdite in uomini e navi circa doppie rispetto a quelle tedesche. Ma la Germania dovette prendere atto che simili successi tattici erano lontani dallo spezzare l'egemonia navale inglese, e fino alla fine della guerra la sua flotta rinunciò a contrastare agli Inglesi il dominio del Mare del Nord. Nel complesso la fine di quell'anno vedeva perdurare l'equilibrio delle forze opposte e una situazione di stallo generale. La durata della guerra e i sacrifici e le privazioni sofferti dalle popolazioni facevano intanto intravedere un aggravarsi della situazione interna dei vari Stati. Perciò nel corso del 1916 si assistette a un tentativo di rafforzamento dei vari governi. Aristide Briand in Francia guidava un governo di larga coalizione; in Italia, dopo la “Strafexpedition”, il gabinetto Salandra cadeva attaccato dalla destra nazionalista e dalla sinistra socialista e veniva sostituito dal governo di “concentrazione nazionale” di Paolo Boselli; al posto del gabinetto Asquith subentrava in Gran Bretagna il “gabinetto di guerra” di David Lloyd George. In Germania l'ascesa di Hindenburg e Ludendorff al comando supremo dell'esercito acuiva i contrasti fra il potere militare e quello civile: mentre lo Stato Maggiore premeva per la ripresa della guerra sottomarina senza restrizioni, il cancelliere Bethmann-Hollweg e il nuovo imperatore d'Austria Carlo I (succeduto nel novembre 1916 a Francesco Giuseppe) erano inclini a negoziati di pace. Proposte in tal senso vennero avanzate nel dicembre dagli Imperi Centrali, con la mediazione del presidente americano Wilson: ma il tentativo fallì ben presto, anche perché la Germania voleva trattare sulla base del riconoscimento dei vantaggi territoriali fin allora acquisiti. Lo Stato Maggiore tedesco ebbe infine la meglio sul governo e all'inizio dell'anno successivo (febbraio 1917) impose la ripresa della guerra sottomarina illimitata: anche perché, sia pur lentamente, la Germania cominciava a risentire degli effetti del blocco. L'inverno 1916-17 fu assai duro per lo scarseggiare delle riserve di cibo, nonostante l'occupazione della Romania avesse procurato nuove scorte di frumento e petrolio. Davanti alla prospettiva di un nuovo anno di stasi della guerra in terraferma, gli Imperi Centrali preferirono correre l'estremo rischio, fidando di riuscire a piegare la Gran Bretagna entro sei mesi, prima cioè che l'eventuale intervento americano spostasse definitivamente la bilancia a favore dell'Intesa.

L'anno di crisi: 1917

Il 1917 fu un anno di acuta crisi per tutti i Paesi belligeranti, ma soprattutto per l'Intesa. Il morale delle truppe era deteriorato dall'estenuante sforzo della guerra, dalle inutili carneficine e dall'immobilismo senza prevedibile sbocco degli eventi bellici. In Italia si cominciava a diffondere uno spirito di sfiducia verso Cadorna soprattutto in seno ai giovani ufficiali di complemento. In Francia la crisi si manifestò ancor più gravemente in occasione dell'offensiva dell'aprile 1917 che il generale Nivelle (succeduto a Joffre al comando supremo) sferrò nella Champagne su un fronte di 80 km contro una munitissima linea difensiva tedesca: non solo questo inutile attacco costò 100.000 uomini, ma aggravò la stanchezza e la confusione fra le truppe, causando l'ammutinamento di vari reparti combattenti a Soissons. In seguito a questi avvenimenti, Nivelle fu sostituito dai generali Pétain e Foch con l'incarico di rimettere in piedi l'esercito francese. In questa fase il maggiore sforzo gravò sul corpo di spedizione britannico e sui resti dell'esercito russo. Anche i tentativi offensivi inglesi furono pagati duramente: l'avanzata di 8 km permessa dalla lunga battaglia di Passchendaele, su un terreno sconvolto e ridotto a un mare di fango dai bombardamenti d'artiglieria, costò 400.000 vittime. Non maggior fortuna ebbe l'attacco a sorpresa sferrato a fine anno a Cambrai, che pure riuscì, con l'appoggio di 400 carri, a sfondare in parte le linee tedesche: il successo parziale non poté essere consolidato per la scarsità di rifornimenti, truppe fresche e nuovi carri. Il 1917 si chiuse ancora per il fronte occidentale in una situazione di stasi, con l'Intesa molto logorata e gli Imperi Centrali in attesa di sferrare l'ultima disperata offensiva. Per questi ultimi la guerra era divenuta, più che mai, una lotta contro il tempo. La reazione americana alla guerra sottomarina non si era fatta attendere: il 1º febbraio Wilson ruppe i rapporti diplomatici con la Germania e il 2 aprile 1917 gli Stati Uniti, dietro la spinta della grande industria e dell'alta finanza (legate all'Intesa dalla concessione di larghi crediti), dichiararono guerra alla Germania, seguiti dalla maggior parte degli Stati americani. Ma l'intervento americano non avrebbe potuto influire in modo decisivo sul corso degli eventi se non l'anno seguente. Nel frattempo per la Germania si trattava di sfruttare il vantaggio offertole dall'uscita della Russia dalla scena della guerra. Come già era accaduto in occasione del conflitto russo-giapponese del 1904, la guerra aveva precipitato la crisi dell'Impero zarista mettendone in luce l'arretratezza, la disorganizzazione e la corruzione. Una serie di rivolte spontanee, scioperi e ammutinamenti scoppiati nel marzo 1917, provocati inizialmente dalla mancanza di pane, furono appoggiati dalle truppe di Pietroburgo e si politicizzarono rapidamente trasformandosi in rivoluzione politica e portando il 15 marzo all'abdicazione dello zar Nicola II. La lotta di classe si sviluppò impetuosamente e per alcuni mesi la vita politica russa fu caratterizzata da un “dualismo di potere” che vide contrapposte le organizzazioni spontanee di operai, contadini e soldati (Soviet) ai resti in disgregazione del potere statale (la Duma) a capo del quale si succedettero i cadetti (nobili liberali e alta borghesia moderata) e il governo menscevico di Aleksandr Kerenskij. Questi governi provvisori cercarono di far accettare ai contadini e alle masse russe la continuazione della guerra promettendo un regime democratico-costituzionale e procedendo a nuove distribuzioni delle terre: ma, nonostante qualche iniziale successo contro l'Austria, l'offensiva del giugno-luglio in Galizia voluta da Kerenskij ebbe risultati disastrosi e confermò l'impossibilità di continuare la guerra mentre le armate si disgregavano e la rivoluzione seguiva il suo corso. Nel novembre 1917 i bolscevichi di Lenin, guadagnatisi il controllo dei Soviet, conquistarono il potere proclamando la Repubblica Socialista Federativa dei Soviet, conclusero subito (dicembre) un armistizio con la Germania e infine, il 3 marzo 1918, sottoscrissero il Trattato di Brest-Litovsk pagando la pace separata a durissimo prezzo (perdita dell'Ucraina, dei Paesi baltici e della Finlandia). Questi avvenimenti dettero respiro agli Imperi Centrali, permettendo loro di spostare su altri fronti le armate fino ad allora immobilizzate sul fronte russo; anche se, nel contempo, la vittoria delle forze popolari in Russia contribuì ad acuirne le difficoltà politico-sociali interne (rafforzarsi delle correnti favorevoli alla pace, scioperi e rivolte). Si era soprattutto andato accentuando, nel corso del 1917, il processo di sfaldamento dell'Impero asburgico con la creazione di un governo cecoslovacco in esilio e la conclusione del Patto di Corfù (luglio 1917) tra Serbi, Croati e Sloveni per la creazione di uno Stato unitario iugoslavo, con l'appoggio dei governi dell'Intesa e l'opposizione invece del ministro degli Esteri italiano Sonnino. La politica nazionalista di quest'ultimo verso le terre ottomane e i Balcani alla conferenza alleata di San Giovanni di Moriana (19-20 aprile 1917) – durante la quale aveva anche posto il veto a un tentativo di pace separata avanzata dall'imperatore d'Austria – provocò una decisa opposizione da parte dell'opinione pubblica democratica italiana e una grave crisi del gabinetto Boselli. Alla fine dell'anno, dopo il fallimento di un ultimo tentativo di pace di Benedetto XV (agosto), i governi dell'Intesa assunsero il carattere di gabinetti della guerra a oltranza, con poteri quasi dittatoriali (Lloyd George in Gran Bretagna, Clemenceau in Francia, Orlando in Italia dopo Caporetto). Nel settembre 1917 Ludendorff, con l'obiettivo dell'eliminazione dell'avversario più debole, appoggiò finalmente il piano del comando austriaco di scatenare una massiccia offensiva sul fronte italiano. Dal maggio del 1917 Cadorna aveva logorato l'esercito italiano in una serie di offensive che, malgrado successi parziali come la conquista dell'altopiano della Bainsizza (agosto), erano costate circa 400.000 vittime senza raggiungere l'obiettivo sognato di Trieste. Contro questo esercito esaurito e sfiduciato gli Austro-Tedeschi lanciarono l'attacco il 24 ottobre 1917 sfruttando la testa di ponte di Tolmino sull'Isonzo: Cadorna, pur preavvisato, si dimostrò incerto e passivo e il crollo del fronte italiano fu quasi immediato. Dopo lo sfondamento austro-tedesco di Caporetto, l'esercito italiano iniziò una disastrosa ritirata per evitare l'accerchiamento: in seguito a nuovi attacchi, dovette ripiegare dal Tagliamento al Piave (9 novembre), perdendo complessivamente 600.000 uomini. Il disastro provocò la caduta del governo Boselli, sostituito dal governo di coalizione nazionale di Vittorio Emanuele Orlando, mentre a Cadorna subentrava il generale Armando Diaz. Dopo cinque giorni di durissima lotta un nuovo attacco nel settore fra il Piave e il Brenta venne fermato, mentre cominciavano ad affluire aiuti da parte degli alleati.

L'estremo sforzo: 1918

Nell'attesa dell'ultima offensiva degli Imperi Centrali prima dell'arrivo in Europa delle forze americane, i comandi dell'Intesa erano finalmente riusciti a creare un comitato esecutivo interalleato (febbraio 1918) con a capo il maresciallo francese Foch. La forza economica e produttiva degli Stati Uniti aveva bilanciato le perdite causate dai sommergibili tedeschi e l'uscita della Russia dalla guerra; si trattava ora di resistere al meglio, per poter poi sferrare la controffensiva decisiva con l'apporto delle divisioni statunitensi. Perciò l'Intesa, abbandonata la tattica delle massicce offensive frontali, adottò una linea di difesa elastica. L'attacco di Ludendorff iniziò il 21 marzo su un fronte di 65 km nella regione di San Quintino, alla congiunzione delle armate britanniche con quelle francesi di Pétain che difendevano Parigi. Ludendorff intendeva produrre una rottura fra le truppe inglesi e le armate francesi, costringendo le prime a ritirarsi a protezione della Manica e le seconde in direzione di Parigi, e occupare il nodo ferroviario di Arras. La rottura fra lo schieramento inglese e quello francese di Pétain si produsse, ma gli Inglesi, pur travolti con pesanti perdite, riuscirono a conservare Arras, mentre Foch difendeva strenuamente Amiens. Una serie continua di violente offensive in aprile e maggio portava i Tedeschi a raggiungere nuovamente la Marna (30 maggio, battaglia dello Chemin des Dames). Contemporaneamente l'esercito austriaco riprendeva l'offensiva sul Piave (15 giugno) e, mentre veniva fermato nella zona di Asiago e del Grappa, riusciva a passare il fiume sulla direttrice di Treviso e occupava il massiccio del Montello: in dieci giorni di battaglia l'attacco venne contenuto e respinto e il 22-23 giugno si aveva la ritirata austriaca . Nel luglio 1918 anche l'offensiva di Ludendorff si era ormai spenta: intanto, dall'aprile, le truppe americane arrivavano in Europa al ritmo di 300.000 uomini al mese, permettendo all'Intesa di sferrare tra agosto e settembre il contrattacco decisivo: questo iniziò con la seconda battaglia della Marna (18 luglio) poi, sfruttando la deficienza di riserve e lo sbilanciamento dell'esercito tedesco, l'Intesa lo costrinse con una serie di attacchi combinati (Soissons, Amiens, Ypres) a ripiegare sino alle ultime linee di difesa (Wotan, Hindenburg e Grunilde), sferrando nelle Ardenne il colpo di grazia. Il 24 ottobre aveva inizio anche la controffensiva italiana che, sfondato il fronte austriaco a Vittorio Veneto dopo una dura lotta sul Grappa e sul medio Piave, si concluse il 3 novembre con la conquista di Trento e Trieste e la firma, lo stesso giorno, dell'armistizio di Villa Giusti che segnava la resa senza condizioni degli Austro-Ungarici. La vittoria dell'Intesa maturava pure su altri fronti. A metà settembre un attacco di Francesi, Serbi e Inglesi a Salonicco permise la liberazione di Serbia, Montenegro e Albania portando alla resa della Bulgaria per la fine del mese. Sul fronte turco (dove, l'anno precedente, i rapporti arabo-inglesi erano entrati in crisi per la promessa di lord Balfour al movimento sionista della costituzione di uno Stato ebraico in Palestina) le truppe inglesi di Allenby catturavano in Palestina l'intero esercito turco, e invadevano la Siria e l'Asia Minore entrando a Damasco il 1º ottobre. Il 30 ottobre la Turchia era costretta alla resa. Gli Imperi Centrali erano ormai in completo sfacelo: l'impero asburgico si disfaceva e, alla fine di ottobre, si costituivano gli Stati di Iugoslavia, Cecoslovacchia, Austria e Ungheria, e Carlo I abdicava. Il comando supremo tedesco invitava il Kaiser a chiedere l'armistizio (riunione di Spa, 29 settembre): ma il nuovo cancelliere Max von Baden, formato un gabinetto liberale su base parlamentare, voleva continuare la lotta, mentre ormai gli eserciti dell'Intesa non incontravano resistenza e la Germania stava per essere invasa. Scoppiarono rivolte popolari e dell'esercito, il 3 novembre la flotta si ammutinò a Kiel, mentre il movimento rivoluzionario si estendeva a tutta la Germania, da Monaco a Berlino, dove sorgevano Soviet di lavoratori e soldati sull'esempio della Russia. Il 9 novembre Guglielmo II dovette abdicare e l'11 l'Armistizio di Rethondes segnava la capitolazione della Germania, mentre la fine della prima guerra mondiale veniva sanzionata definitivamente dal Trattato di Versailles che concluse i lavori della Conferenza di Parigi il 28 giugno 1919. Il cancelliere socialdemocratico Friedrich Ebert aveva appena proclamato la Repubblica e si accingeva con l'aiuto dell'esercito a reprimere i tumulti popolari e a impedire la svolta rivoluzionaria guidata dalla Lega di Spartaco di Liebknecht e Rosa Luxemburg.

Bilancio della guerra

"Per la cartina geo-politica del mondo dopo la I guerra mondiale vedi il lemma del 10° volume." Con lo smembramento degli ultimi imperi supernazionali (Austria-Ungheria, Russia, Turchia) la prima guerra mondiale concludeva il periodo storico della formazione delle nazionalità europee e, soprattutto, apriva una nuova epoca caratterizzata non tanto dai notevoli mutamenti territoriali apportati dal conflitto quanto dalla crisi economica e politico-sociale sul piano internazionale e interno ai vari Stati: da un lato la prima guerra mondiale aveva aperto la via alla vittoria delle forze rivoluzionarie socialiste in Russia con la creazione del primo regime sovietico e aveva creato condizioni rivoluzionarie in numerosi altri Paesi occidentali; dall'altro, aveva sancito la fine del predominio esclusivo del continente europeo sul mondo intero, portando alla ribalta nuove potenze come Stati Uniti e Giappone "La cartina geo-politica del mondo dopo la I guerra mondiale è a pag. 313 dell’11° volume." . Il centro di gravità del commercio mondiale era passato dall'Europa agli Stati Uniti, le cui capacità produttive erano talmente aumentate che le esportazioni nel periodo bellico furono triplicate. Enormi erano i debiti dei Paesi dell'Intesa verso gli USA ai cui prestiti anche la Germania nel dopoguerra dovette ricorrere per la ricostruzione: questo danaro tornava poi negli Stati Uniti nella forma di acquisti di merci americane o riparazioni di guerra o restituzioni di debiti, permettendo ai capitali e ai prodotti americani di invadere i mercati europei, asiatici e sudamericani. Alle nazioni europee il conflitto – che aveva provocato complessivamente la morte di ca. 13 milioni di persone – causò la perdita di incalcolabili ricchezze in impianti industriali e raccolti agricoli, di molto superiori al pur elevatissimo costo finanziario della guerra. Il Paese più provato dalle distruzioni belliche fu la Francia che, col Trattato di Versailles e il suo atteggiamento nella questione delle riparazioni di guerra, mirò a impedire la rinascita economica della Germania facendole pagare il peso della propria ricostruzione: quest'ultima dovette cedere l'Alsazia-Lorena e lo sfruttamento per 15 anni del bacino minerario della Saar alla Francia e perse interamente i possessi coloniali in massima parte a vantaggio della Gran Bretagna. Quanto al problema delle riparazioni, che contribuì ad avvelenare gravemente il clima politico-diplomatico del dopoguerra, fu fissata una cifra astronomica che prostrò finanziariamente la Germania per lungo tempo. In tutti i Paesi europei gli anni della guerra e del primo dopoguerra videro il costante sviluppo di una profonda crisi economico-sociale, che si manifestava nella tendenza inflazionistica di una continua ascesa dei prezzi dei prodotti. Se, da un lato, questa crisi portava a un processo di immiserimento delle masse popolari (in tempo di guerra i salari non conobbero infatti aumenti corrispondenti al crescere del costo della vita) e alla rovina di ceti piccolo-borghesi e di quanti vivevano di redditi fissi, dall'altro poterono approfittarne grandi imprenditori industriali, banchieri, grandi azionisti, realizzando grandi profitti grazie alle condizioni di monopolio in cui vennero a trovarsi nel periodo bellico. Queste classi conquistarono il controllo sempre più stretto dello Stato, le cui funzioni si estendevano ora anche sul terreno economico attraverso le commesse belliche e i finanziamenti che poteva accordare alle industrie, rastrellando danaro pubblico e piccoli risparmi. Proprio in quegli anni si assistette infatti a un vertiginoso sviluppo dell'industria italiana (meccanica, elettrica, chimica). Gli sconvolgimenti apportati dalla prima guerra mondiale nella vita economica delle nazioni furono alla base dell'esasperazione dei contrasti di classe e della lotta politica dell'Europa postbellica. Al desiderio dei ceti dominanti di far pagare tutto il peso della guerra e della ricostruzione alle masse popolari si opponeva un nuovo livello di coscienza e organizzazione del proletariato internazionale (sorsero in quegli anni partiti comunisti in tutti i Paesi, guardando all'esempio russo). Ma le forme della lotta di classe divenivano più complesse per l'innestarsi dei risentimenti dei ceti intermedi rovinati, per le difficoltà della riconversione dell'economia di guerra, per il riacutizzarsi dei nazionalismi (anche in seguito alla impostazione data dalle potenze alla conferenza della pace, in cui l'idealismo wilsoniano uscì sconfitto dalle mire imperialistiche dei vincitori).

O. Malagodi, Conversazioni sulla guerra, Milano-Napoli, 1960; Autori Vari, Benedetto XV, i cattolici e la prima guerra mondiale, Roma, 1963; P. Pieri, L'Italia nella prima guerra mondiale, Torino, 1965; B. Vigezzi, L'Italia di fronte alla prima guerra mondiale, Milano-Napoli, 1966; M. Isnenghi, I vinti di Caporetto, Padova, 1967; B. Liddel Hart, La prima guerra mondiale, Milano, 1968; P. Melograni, Storia politica della grande guerra, Bari, 1969; A. Monticone, Italiani in uniforme, Bari, 1972; P. Caporilli, Primavera 1917, La Spezia, 1989.