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Protàgora (dialogo di Platone)

(o Dei Sofisti), dialogo di Platone appartenente al primo periodo. Interlocutori sono Socrate, Ippia di Elide, Prodico di Ceo, Callia, Alcibiade e Protagora. Apre la discussione Protagora, che afferma essere la sofistica la base del progresso umano e l'unica scienza capace d'insegnare la virtù politica (l'arte di convivere assieme). Socrate avanza dubbi su quest'ultima affermazione e Protagora, per salvare la sua tesi, introduce un mito: Giove diede agli uomini la giustizia e il pudore, fondamento della virtù politica. Questa è quindi una virtù innata e quando la si insegna ai giovani si cerca di farla armonizzare con la virtù in senso generale. Socrate allora chiede se le singole virtù fanno parte della virtù così intesa oppure se ognuna di esse fa parte a sé. Protagora si dichiara per l'indipendenza delle varie virtù. Intervengono gli altri presenti; Callia si schiera con Protagora, Alcibiade con Socrate. Ora l'interrogante è Protagora, che però si slancia in un lungo excursus sulla differenza fra la “difficoltà di diventar buoni” e la “difficoltà di essere buoni”. Socrate, usando le stesse arti di Protagora, gli rivolta il discorso e gli dimostra che “nessuno fa il male volontariamente”; quindi riprende le sue domande e chiede a Protagora se rimanga del parere di prima. Protagora ammette che le varie virtù sono simili fra loro, ma che da esse si differenzia il coraggio. Socrate incalza osservando che anche il coraggio, se non è folle temerarietà, si riconduce alla saggezza con cui l'uomo coraggioso disciplina le sue forze. Quindi la virtù è una e come tale si deve insegnare.