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Reviczky, Gyula

poeta ungherese (Vitkóc 1855-Budapest 1889). Figlio illegittimo di un proprietario terriero, venne allevato dai parenti paterni. Ebbe una giovinezza infelice e a Budapest si guadagnò a fatica da vivere con il giornalismo, con ripetizioni e morì a soli trentaquattro anni consunto dalla tisi e dalle privazioni. Pessimista e ribelle, similmente al poeta Komjathy di cui fu amico, Reviczky elaborò una sua filosofia dell'umorismo: “l'amore del prossimo, purificato nella sofferenza, piange ridendo” indicandolo come la conquista finale del saggio. Soggettivista, considerò l'infelicità come una carenza dell'individuo. Poeta di rottura, Reviczky si pose oltre la linea poetica dell'Ottocento e introdusse quella del Novecento. Con Solitudine (1879) e La mia giovinezza (1883) pubblicò i suoi primi volumi di versi, scrivendo con il poema La morte di Pan una specie di contropartita del dannunziano “il gran Pan non è morto”. Il ciclo di dodici poesie dedicate a Perdita introduce nella lirica ungherese, probabilmente su modelli francesi, la figura di una piccola mondana mulatta. Scrisse anche due romanzi, Eredità paterna (1884), La fortuna di Margherita (postumo, 1890).

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