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Sannazaro, Iàcopo

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Biografia

(anche Sannazzaro). Poeta e umanista italiano (Napoli 1457-1530). Ebbe un'infanzia segnata dal dolore per la morte del padre e per la perdita di una parte del patrimonio, che costrinsero la madre a ritirarsi nel suo feudo salernitano. Tornato a Napoli nel 1475, fu introdotto nel mondo letterario da Pontano, che gli impose il nome accademico di Actius Syncerus, e, nel 1481, entrò a far parte della corte di Alfonso d'Aragona, duca di Calabria. Nel 1496 passò alle dipendenze di Federico d'Aragona, che gli donò la splendida villa di Mergellina. Ma quando, nel 1501, Napoli fu occupata dai Francesi, Sannazaro, con gesto magnanimo, donò parte dei suoi averi al suo signore e lo seguì in esilio. Morto Federico, tornò a Napoli nel 1505.

Opere

L'opera più celebre di Sannazaro, largamente imitata e diffusa in Europa fino a tutto il Settecento, è l'Arcadia, pubblicata, dopo lunga elaborazione, nel 1504. Raffinatissimo esercizio letterario, il romanzo pastorale ha come argomento non il tema bucolico per sé, ma la nostalgia per le forme preziose con cui quel tema è stato elaborato dagli antichi poeti, soprattutto da Virgilio. Esempio perfetto del gusto classicheggiante dell'umanesimo, l'Arcadia è, nel contempo, il tipico prodotto della civiltà cortigiana dell'ultimo Quattrocento: in essa, infatti, si rispecchia il sogno di una vita libera da parte di una società aristocratica e colta che trasferisce nella cornice stilizzata della campagna le idealità e le convenzioni del mondo di corte. Di tale società cortigiana sono espressione anche le sei Farse, tra le quali si ricordano La presa di Granata, il Trionfo de la Fama, La giovane e la vecchia. Affini alle Farse sono i Gliommeri (gomitoli), in dialetto, dei quali solo uno ci è pervenuto, in cui si elogia la cucina del buon tempo antico. A Cassandra Marchese, il cui amore illuminò l'ultimo periodo della sua vita, Sannazaro dedicò la raccolta delle Rime, fondate sul culto esclusivo di Petrarca. La produzione latina di Sannazaro, molto precoce, è però da ascrivere in maggior parte al periodo napoletano posteriore all'esilio. Più ricche di riferimenti autobiografici sono le Elegiae, tra le quali la più notevole è la meditazione sulle rovine di Cuma, espressione di un'alta malinconia e di una mestizia di fine secolo, mentre molto eterogenei sono gli Epigrammata. Un'arcadia marina sono le Eclogae piscatoriae, la cui novità sta nel sostituire il tradizionale ambiente bucolico con la costa partenopea: malgrado la diversità dello scenario, però, i pescatori sono troppo simili ai pastori di Virgilio. Un'arcadia sacra è infine il De partu Virginis (1526), l'opera cui il poeta intese affidare la sua fama, rielaborandola a lungo nella quiete di Mergellina. Sollecitato da Leone X come un antidoto contro il veleno dell'eresia luterana, il poema è il risultato di un sincretismo tra la mitologia pagana e la storia della Natività, che traduce in versi di classica fattura, ma di troppo fredda lucentezza, l'aspirazione umanistica a conciliare l'eredità classica con il messaggio cristiano.

Bibliografia

A. Altamura, Jacopo Sannazaro, Napoli, 1951; G. Folena, La crisi linguistica del Quattrocento e l'“Arcadia” del Sannazaro, Firenze, 1952; F. Tateo, Tradizione e realtà nell'Umanesimo italiano, Bari, 1967; M. Corti, Metodi e fantasmi, Milano, 1969; C. Vecce, Jacopo Sannazzaro in Francia, Padova, 1988.

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