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atto (filosofia)

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Cenni storici

Con il termine atto si può intendere sia l'attività realizzante, sia la realtà prodotta da quell'attività. Il primo a discutere da un punto di vista teoretico tale concetto è stato Aristotele, il quale nella sua definizione sottolinea l'unione di attività realizzante e di realtà prodotta. Per giungere a tale definizione Aristotele distingue potenza e atto, intendendo la prima come grado dell'essere in cui l'essere è possibile e il secondo come grado dell'essere in cui l'essere è reale. Perciò, Aristotele scrive nella Metafisica che potenza e atto stanno tra loro “come il costruire al saper costruire, l'essere desto al dormire, il guardare al tenere chiusi gli occhi pur avendo la vista, come l'oggetto cavato dalla materia ed elaborato compiutamente sta alla materia grezza e all'oggetto non ancora finito”. Aristotele pone inoltre il concetto di atto puro. Tutte le sostanze che divengono, cioè passano dalla potenza all'atto, presuppongono una sostanza in atto che causa il loro sviluppo. Ma poiché nell'ordine delle cause non si può andare all'infinito, è necessario ammettere una causa originaria che sia atto a sua volta non attuato da altro, cioè atto puro, privo di potenza. Proprio sul concetto di atto puro la Scolastica ha fermato la sua attenzione. San Tommaso, dopo aver distinto i due significati del termine atto (atto come attività realizzante ovvero “operazione” e atto come realtà prodotta ovvero “forma e integralità della cosa”) afferma, per chiarire il concetto di atto puro, che l'essenza è potenziale rispetto all'esistenza, da cui consegue che nelle creature l'esistenza è data da altro, nel Creatore invece (Dio come Atto puro) essenza ed esistenza sono identiche. Intorno al concetto di atto, temi che erano stati propri del neoplatonismo ritornano nel pensiero rinascimentale. Sulla stessa linea di Plotino, il quale aveva affermato l'assoluta attualità dell'essere dal quale gli enti emanano per privazione di essere, Giordano Bruno scrive in De la causa, principio e uno che “il primo e ottimo principio” è “tutto quel che può essere, e lui medesimo non sarebbe tutto se non potesse essere tutti: in lui, dunque, l'atto e la potenza son la medesima cosa”. Ora, l'identità di atto e potenza non è che l'attualità immutabile dell'universo ingenerato, incorruttibile e onnicomprensivo (“comprende tutto e non patisce altro e altro essere, e non comporta seco né in sé mutazione alcuna”). In Hegel, l'attualità dell'essere diventa spirito. E poiché lo Spirito è unità di reale e ideale, di determinazioni concettuali e di determinazioni storiche, progressivamente mediate in un processo in cui lo Spirito giunge a possedersi pienamente nella coscienza di sé, Hegel concepisce l'atto come realizzazione dell'idea: l'idea, egli scrive nell'Enciclopedia delle Scienze filosofiche in compendio, “si attua, si produce e gode se stessa eternamente come Spirito assoluto”. Questa concezione di Hegel è parsa tuttavia a Gentile ancora legata alla metafisica tradizionale, cioè a quel tipo di riflessione filosofica che ammette una qualche realtà trascendente rispetto alla soggettività pensante. Per questo Gentile ha proposto di identificare soggettività pensante e atto puro, negando, al di là dell'atto di pensiero, ogni realtà trascendente sia naturalisticamente sia spiritualisticamente intesa. Alla distinzione tomistica di essenza ed esistenza si rifà invece L. Lavelle, la cui concezione intorno al problema dell'atto è l'ultima, in ordine di tempo, tra le più significative apparse sull'argomento. Lavelle si serve della distinzione tomistica per giungere ad affermare che l'esistenza dell'uomo emerge da un distacco da Dio (in cui esistenza ed essenza sono identiche) e che a partire da questo distacco l'uomo muove verso il ritrovamento in Dio della sua essenza.

L'atto umano

L'atto proprio dell'uomo in quanto essere razionale e libero. Si può perciò dire che tale atto specifica l'uomo come persona. San Tommaso, nella sua esauriente trattazione, distingue l'atto dell'uomo, comprensivo di tutte le operazioni dell'uomo (volontarie e involontarie, proprie sia della vita sensitiva e vegetativa sia della vita intellettiva), dall'atto umano, che comprende soltanto le operazioni di cui l'uomo è responsabile. Tale distinzione è stata più volte riproposta dalla filosofia scolastica, non solo medievale, ma anche moderna e contemporanea.