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censóre

sm. [sec. XIII; dal latino censor-ōris, da censēre, censire].

1) Nome dei magistrati romani preposti alle operazioni di censimento. I censori furono istituiti verso la metà del sec. V a. C.: erano due, in origine patrizi; eletti ogni cinque anni nel comizio centuriato, duravano in carica diciotto mesi; alla fine del mandato compivano una cerimonia di purificazione, lustrum. Avevano il compito di recensire i beni, redigere la lista dei senatori e dei cavalieri, compilare il bilancio in base alle entrate dello Stato, appaltare i lavori pubblici. Altra mansione che diede sommo prestigio alla carica, specialmente nei sec. III e II a. C., fu il controllo della pubblica moralità (non ne erano immuni gli stessi senatori) con la facoltà di disapprovare ufficialmente, mediante la nota censoria, i comportamenti dei cittadini non conformi ai costumi tradizionali. La magistratura perdette d'importanza nell'ultima età repubblicana e scomparve in età imperiale.

2) Chi, per incarico dello Stato o della Chiesa, ha il compito di esaminare opere letterarie, teatrali, cinematografiche per decidere se possono o no essere pubblicate e rappresentate. In alcune accademie, chi è incaricato di esaminare gli scritti che debbono essere pubblicati negli Atti accademici.

3) In collegi e convitti, il superiore incaricato di sorvegliare la disciplina dei convittori.

4) Iron. o spregiativo, chi si atteggia a giudice intransigente, criticando severamente e spesso con malignità gli atti e i costumi altrui: fare il censore; erigersi a censore; “Era poi un rigido censore degli uomini che non si regolavan come lui” (Manzoni).

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