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collazióne

sf. [sec. XIV; dal latino collatío-ōnis].

1) Riscontro di testi, copie, bozze e sim. con l'originale o altro testo. In particolare, in filologia, confronto sistematico tra due o più copie diverse di uno stesso testo, per rilevare le differenze (varianti) ed esaminarle criticamente stabilendo quindi il rapporto che esiste tra copia e copia sino a dare del testo un'edizione critica.

2) Istituto di diritto successorio fra più discendenti, consistente nell'aumentare la massa ereditaria da dividere facendovi rientrare i beni donati in vita ai vari coeredi. La legge prescrive infatti che il figlio, o altro discendente che concorra alla successione con altri figli o con i loro discendenti, debba conferire a favore dell'asse ereditario tutti i beni che ha ricevuto in vita dal defunto a titolo di liberalità. La collazione ha luogo sia nelle successioni legittime sia in quelle testamentarie; è data però facoltà al testante di esonerare il donatario dalla collazione, sempre che quanto donato rientri nei limiti della quota disponibile.

3) Collazione dei benefici, conferimento d'un beneficio, fatto liberamente e in virtù del proprio diritto, dall'autorità ecclesiastica competente. La libera collazione è il modo ordinario di provvista del beneficio ecclesiastico. Il papa, in virtù del suo primato di giurisdizione, ha il diritto di conferire i benefici nella Chiesa universale e di riservarsene la collazione; i cardinali nell'ambito del loro titolo o della loro diaconia, e gli ordinari nel loro territorio.

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