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fatalismo

sm. [sec. XVIII; da fatale]. Concezione che afferma la stretta dipendenza degli avvenimenti nel mondo e delle azioni nell'uomo da una causa assoluta e necessaria, sovente identificata nella divinità. Per estensione, atteggiamento di chi accetta gli eventi senza cercare di modificarli, subendoli con rassegnazione. § Nella sua forma prelogica si ha un fatalismo astrologico, che fissava il destino dell'uomo per l'influsso degli astri al momento della sua nascita, e un fatalismo mitologico, che (almeno nella mitologia greca) poneva sopra le volontà umane e divine un fato, immutabile ed eterno. L'indagine filosofica tenta di valorizzare il fato come garanzia dell'unità del cosmo, provvidenza e natura che muove la materia in modo uniforme e costante (Zenone). È la negazione di ogni istanza pluralistica e personalistica, che sarà combattuta da Plotino e da Proclo in nome dei diritti dell'anima e avversato dal cristianesimo inteso a difendere il valore originario della persona. Al fatalismo si richiamò Nietzsche con la sua teoria dell'eterno ritorno e dell'amor fati, inserendo lo spirito nella fatale trama dei cicli storici. Di fatalismo teologico si può parlare nel predestinazionismo o volontarismo teistico, dove la volontà antecedente di Dio annienta la libertà individuale dell'uomo e la sua responsabilità morale.

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