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isterìa

sf. [sec. XIX; dal greco hystéra, utero]. Condizione psicopatologica, detta anche isterismo, contrassegnata da intensa suggestionabilità, labilità emotiva, intensa reattività a determinate situazioni affettive. Vi è tendenza all'autocompatimento, ad attirare l'attenzione su se stessi, alla mitomania. A tali sintomi psichici si accompagnano di frequente sintomi somatici quali paresi, anestesie, ecc., senza che però vi siano cause organiche alla loro base. Accade di frequente che tali sintomi siano in parte o del tutto simulati, ma più spesso il soggetto è inconsapevole delle loro cause. Tipico sintomo isterico è la crisi convulsiva, a volte difficilmente distinguibile da quella epilettica (ma si badi che il soggetto isterico, anche se cade a terra, evita sempre di farsi male). Le ricerche sull'isteria si sono sviluppate verso la fine del sec. XIX, particolarmente in Francia con J. M. Charcot (sono rimaste famose le sue lezioni alla Salpêtrière, con dimostrazioni di crisi isteriche), P. Janet e H. M. Bernheim. L'origine stessa della psicanalisi va fatta risalire all'osservazione di pazienti isterici. Il caso da cui prese origine la dottrina dell'inconscio fu infatti quello della paziente isterica Anna O., trattata da J. Breuer; lo stesso Freud, del resto, era stato in viaggio di studio sia presso Charcot sia presso Bernheim. La psicanalisi sostiene che alla base dei disturbi isterici si trovano dei contenuti inconsci che si manifestano all'esterno in forma simbolica. Si distingue un'isteria di angoscia, quando il sintomo fondamentale è l'ansia (come avviene nelle fobie), e un'isteria di conversione, quando tali contenuti inconsci disturbanti si convertono all'esterno in sintomi somatici (paralisi, anestesie, ecc.).

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