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liberismo

sm. [da libero]. Indirizzo di politica economica sviluppatosi a partire dalla seconda metà del sec. XVIII a opera inizialmente dei fisiocratici (che ne coniarono il motto: laissez-faire, laissez-passer), successivamente dei classici e quindi dei neoclassici. La dottrina liberistica, appellandosi a principi filosofici, come quello dell'ordine naturale immanente nella realtà o come quelli di tipo utilitaristico teorizzati da Bentham, sosteneva che la ricerca del proprio egoistico interesse, se perseguita liberamente dall'individuo, avrebbe condotto, attraverso il gioco della concorrenza, al massimo vantaggio per la collettività. Meccanismo equilibratore dell'attività economica, in quanto permette sia di sfruttare nel modo più efficiente le risorse disponibili sia di soddisfare al prezzo più conveniente la domanda dei consumatori, è pertanto ritenuto il libero gioco del mercato concorrenziale. Ne consegue che lo Stato non deve intervenire, o deve intervenire il meno possibile, lasciando l'iniziativa privata libera di agire nelle diverse sfere della produzione e dello scambio (interno e internazionale; liberoscambismo). La politica economica liberistica, che ha conosciuto il periodo di massimo splendore nella seconda metà del sec. XIX quando la maggior parte dei governi europei ne seguirono più o meno integralmente i dettami, è stata in pratica dappertutto abbandonata dopo la prima guerra mondiale a seguito delle ricorrenti crisi economiche e del deteriorarsi delle regole di concorrenza dietro il moltiplicarsi dei monopoli. Le teorie keynesiane contribuirono al loro abbandono. Tuttavia, tra la fine del sec. XX e gli inizi del XXI, una serie di fattori (crisi dell'industria manifatturiera tradizionale, sviluppo del terziario avanzato, delocalizzazione e globalizzazione), ha favorito nei Paesi occidentali la ripresa e lo sviluppo delle teorie liberiste.

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