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piacére

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Lessico

[sec. XIV; da piacere (verbo)].

1) Viva soddisfazione, sensazione piacevole che deriva dall'appagamento di un desiderio, dal godimento di un bene materiale, intellettuale o spirituale: mangiare e bere con grande piacere; non provo nessun piacere a parlare male del prossimo; è un piacere vederlo recitare. Frequente in frasi di cortesia, col senso di compiacimento, onore: ho il piacere di invitarla alla festa; piacere (di conoscerla)!, formula ricorrente nelle presentazioni. § In psicanalisi, principio del piacere, principio primitivo mirante al raggiungimento del piacere e all'eliminazione del dolore. Il principio del piacere regola il funzionamento della prima istanza psichica, l'Es; se l'immediata soddisfazione delle pulsioni istintuali non è possibile, avviene il ricorso all'immagine allucinatoria dell'oggetto di desiderio (processo primario).

2) Ciò che appaga i sensi o lo spirito, cosa che piace, che dà soddisfazione (per lo più al pl.): i piaceri della buona tavola, della lettura; usato senza determinazione, s'intende il soddisfacimento materiale dei sensi: l'abuso dei piaceri è dannoso per la salute; casa di piacere, euf. per postribolo. Per estensione, svago, divertimento: gita, viaggio di piacere; prima il dovere e poi il piacere. Anche atto di cortesia, favore, specialmente in frasi di convenienza: ti devo chiedere un piacere; per piacere, formula analoga a per favore; fammi il piacere!, mi faccia il (santo) piacere!, per invitare a cessare un'azione importuna.

3) Desiderio, volontà; libera scelta, arbitrio: questo è il suo piacere; faccia a piacere suo, come piace a lei; a piacere, senza alcuna limitazione: pane e vino a piacere.

4) Ant., l'insieme delle qualità fisiche e morali di una persona che ispirano amore.

Filosofia

La discussione sul piacere fu nella filosofia greca il principale elemento di dissidio tra i cinici e i cirenaici; i primi lo consideravano come la causa della schiavitù dell'animo umano, mentre per i secondi era il movente dell'azione. Platone espresse nel Fedone la necessità di liberare l'anima dalla corporeità, mentre nel Filebo manifestò un'opinione meno radicale, affermando che il piacere doveva essere regolato ma non soppresso. Aristotele vedeva nel piacere l'atto di una disposizione conforme a natura; Hobbes vi ravvisava un “movimento” utile al corpo. Spinoza definiva piacere la “passione per la quale la mente sale a una perfezione maggiore”. Secondo Schopenhauer, infine il piacere è uno stato transitorio negativo, mentre solo il sentimento del dolore è positivo.