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profitto

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Lessico

sm. [sec. XIV; dal francese ant. profit, che risale al latino profectus-us, progresso, vantaggio].

1) Utilità, guadagno, giovamento: lavorare con profitto; trarre profitto da qualche cosa; sentire profitto da qualche cosa, provarne giovamento: sentire profitto da una cura; mettere a profittoqualche cosa, servirsene opportunamente e con vantaggio. Con valore specifico, in economia, compenso spettante al fattore di produzione “organizzazione” o funzione imprenditoriale: il profitto di un'operazione finanziaria; più genericamente al pl., guadagni, introiti, reddito: profitti leciti e illeciti.

2) Progresso, avanzamento in qualsiasi attività pratica, intellettiva o morale: far profitti nella ricerca. In particolare, A) rendimento scolastico dell'alunno: esame di profitto; profitto scolastico, giudizio sul progresso compiuto da un alunno sul piano educativo e didattico espresso al termine di periodi scolastici definiti. Tale giudizio può essere completato, secondo determinate disposizioni, da un consiglio di orientamento che, pur non essendo vincolante, può evidenziare capacità e attitudini per scelte successive.B) Profitti di guerra, utili che presentano forti elementi di anormalità nei confronti della normale redditività di un'attività imprenditoriale; alla loro origine vi è un forte scompenso nell'andamento del mercato, causato dalla sottrazione di capitali e di forza lavoro da altri settori produttivi a tutto vantaggio del settore bellico, dal conferimento obbligatorio delle merci o dal loro blocco attuati in violazione delle norme vigenti; ultima, ma non meno importante causa dei profitti di guerra è il “mercato nero”, cioè lo sfruttamento spregiudicato della carenza di prodotti, specialmente alimentari, per venderli a prezzi fortemente maggiorati.

Economia: generalità

Nella teoria economica, la determinazione e la definizione del profitto non è stata univoca; per gli economisti classici esso è, insieme alla rendita, parte del prodotto netto; mentre il profitto va a remunerare l'imprenditore per la capacità organizzativa applicata al processo produttivo, la rendita è meramente remunerazione del diritto di proprietà sulla terra. D. Ricardo vede il profitto determinarsi come grandezza residuale: il valore della produzione al netto dei salari e delle rendite. Ben diversa e peculiare la posizione di K. Marx che vede nel profitto l'espropriazione di ricchezza compiuta dai capitalisti a danno dei lavoratori. Sia Ricardo sia Marx, tuttavia, sono piuttosto pessimisti sulla capacità di lungo termine della società capitalista di generare profitto, a tal punto da parlare di una legge di diminuzione tendenziale del saggio di profitto a zero. Ricardo motiva tale legge con la produttività marginale decrescente della terra, Marx con il continuo aumento della quota di capitale fisso. Per gli economisti neoclassici il profitto è remunerazione dell'imprenditore da determinarsi come differenza tra ricavi e costi totali; in particolare l'impresa massimizza il profitto scegliendo opportunamente le quantità di fattore da domandare. Se tuttavia i mercati sono pienamente concorrenziali, come tradizionalmente supposto dai neoclassici, nel lungo periodo la concorrenza tra gli imprenditori ridurrà il prezzo di mercato fino al costo medio di produzione ed eliminerà dunque il profitto. Rimarrà all'imprenditore solo una remunerazione “normale” per il lavoro svolto. J. Schumpeter lega il profitto alla capacità innovativa dell'imprenditore, tale da porre quest'ultimo in una posizione di potere sul mercato in cui opera; F. Knight lo collega alle capacità dell'imprenditore di accettare l'incertezza nella sua attività, vale a dire una non-misurabilità e quindi una non-assicurabilità del rischio assunto. Le teorie dell'impresa che individuano diversi gruppi di potere, all'interno della grande impresa, proprietari e manager, per esempio, e ne studiano le relazioni con il mondo del credito, hanno dato diversa valenza al profitto. Esso sarebbe determinato dal bargaining (processo di contrattazione) tra i suddetti gruppi di potere e dalla necessità di ottenere credito dal mondo finanziario.

Economia: gestione aziendale

Particolare accezione assume l'espressione centro di profitto, che viene intesa come unità o divisione di un'impresa il cui direttore è responsabile del conseguimento di una qualche configurazione di risultato economico (margine di contribuzione, reddito operativo, reddito netto). La delega ai livelli gerarchici intermedi della responsabilità della combinazione ottimale dei costi e dei ricavi costituisce uno degli aspetti salienti dell'evoluzione dell'impresa moderna. In effetti, l'introduzione dei centri (o divisioni) è stata la risposta naturale delle imprese organizzate funzionalmente all'aumento delle dimensioni in termini di prodotti, processi produttivi e mercati di sbocco (divisionalizzazione). Nelle imprese divisionalizzate ogni centro corrisponde a una combinazione produttiva particolare dotata di autonomia, e per la quale sia significativo misurare le risorse impiegate e i prodotti ottenuti in termini monetari, quantificando il contributo dell'unità al conseguimento dell'obiettivo di reddito dell'impresa nel suo complesso. Perché il centro risponda alle sue finalità, è necessario che il direttore abbia l'autorità di prendere le decisioni che influenzano il profitto e inoltre la libertà di scegliere i mercati di approvvigionamento e di sbocco. Nelle imprese integrate verticalmente, le singole unità sono vincolate ad acquistare e vendere all'interno, per cui i risultati di ciascuna unità sono influenzati da quelli delle unità a monte e a valle del processo produttivo. In questo caso si parla di centri semiautonomi proprio per riflettere il nesso di interdipendenza che accomuna le unità. Nelle imprese organizzate per matrice si assegnano le responsabilità di profitto ai direttori dei progetti/prodotti, in quanto le unità funzionali non hanno la visione integrata del progetto/prodotto e quindi non possono che perseguire obiettivi di efficienza o efficacia; e solo l'organo di progetto, che taglia trasversalmente la struttura funzionale, è in grado di monitorare la combinazione ottimale delle risorse e dei risultati. I vantaggi principali della creazione dei centri possono così riassumersi: a) la maggior parte delle decisioni operative vengono prese alla “periferia”, evitando così di sovraccaricare il vertice (decentramento decisionale); b) la tensione al profitto viene stimolata in maniera diffusa in tutta l'organizzazione, come pure vengono stimolate l'iniziativa e l'imprenditorialità dei responsabili dei centri; c) aumenta la tempestività nella formulazione delle decisioni da parte delle persone che conoscono profondamente le caratteristiche della combinazione prodotto/mercato di cui sono responsabili. Tra i principali svantaggi sono da segnalare l'eccessiva enfasi che viene posta sui profitti di breve periodo a scapito di quelli di lungo periodo; la perdita di controllo da parte del vertice sulle operazioni decentrate; la subottimazione cioè l'evenienza che alcune decisioni prese dai responsabili dei centri, pur massimizzando il risultato dell'unità, possono ridurre il profitto complessivo dell'impresa.