Alessandro Manzoni

"I promessi sposi"

La ricerca di un mezzo largamente comunicativo e adatto a trattare una materia complessa volge Manzoni dal teatro al romanzo, genere rilanciato con successo dalle narrazioni di argomento storico dello scozzese Walter Scott.

La redazione

Prima di porre mano alla narrazione, Manzoni fece ricerche scrupolose sulla Lombardia del '600, studiando la storiografia d'epoca (Giuseppe Ripamonti, Tadino), i moderni scritti economici e giuridici (M. Gioia, P. Verri) e attingendo infine a fonti documentarie, come le raccolte di gride pubbliche che cita nel romanzo in gustosi pastiches. Compiuto nell'autunno del 1823, il Fermo e Lucia resta però nel cassetto dello scrittore insoddisfatto della lingua adottata, eclettico miscuglio di forme letterarie (attinte dal vocabolario della Crusca) e di modi parlati (Manzoni conversava abitualmente in milanese e in francese). La scrittura del Fermo abbonda così di lombardismi, gallicismi, latinismi e arcaismi, apparendo insomma "goffa e affettata".

Già nel marzo 1824 Manzoni riprende il lavoro, riducendo nella trama le parti più vistosamente romantiche (la fosca storia della Monaca di Monza, la cupa fine di don Rodrigo), e ritoccando sia la lingua, ritenuta astratta e artificiosa, a vantaggio della parlata toscana, sia lo stile, ricondotto a misure classiche e temperato dall'ironia. Neppure la redazione "ventisettana" (1825-27) dei Promessi sposi soddisfa pienamente l'autore, che si reca a Firenze per "sciacquare i panni in Arno". La nuova revisione sfocia nella redazione "quarantana" (1840-42), in cui, fra la lingua nazionale ma "morta" della tradizione scritta (toscano letterario) e quella popolare ma municipale della conversazione (dialetti), Manzoni trova una geniale mediazione nel fiorentino vivo della borghesia colta, fornendo così alla nuova Italia la base linguistica, il suo idioma nazional-popolare.

La tematica

Manzoni sceglie di applicarsi al genere del romanzo obbedendo a radicate esigenze estetiche ed etiche: l'arte deve avere per oggetto il vero, l'utile come fine e l'interessante come mezzo.

Già nella poesia Manzoni aveva manifestato una predilezione per il "vero", compromesso dagli abbandoni fantastici o dalle evasioni idilliche. Anche le due tragedie avevano intenti educativi, in parte vanificati dal carattere elitario dei personaggi e dello stile, inadatto ai lettori comuni ai quali lo scrittore intende rivolgersi questa volta. Nel suo romanzo Manzoni decide di raccontare non le storie dei grandi personaggi, ma quelle oscure delle masse anonime di cui ricostruisce la vita quotidiana, promuovendo due umili popolani al rango di protagonisti.

Un intreccio "inventato" ma verosimile si staglia su uno sfondo storico ben tratteggiato (il malgoverno spagnolo, la peste, la guerra) in cui agiscono personaggi reali (il cardinal Borromeo, la Monaca di Monza, l'Innominato) o figure emblematiche di gruppi sociali (bravi prepotenti, preti spaventati, cappuccini coraggiosi, politici intriganti, folle eccitate): l'amore contrastato fra un artigiano e un'operaia, ostacolati da un tirannello di provincia, viene alfine coronato grazie alla "conversione" di un potente bandito e ad alcuni eventi "provvidenziali".

La vicenda è costruita su uno schema narrativo elementare (lo stesso amore contrastato, il superamento degli ostacoli con intervento di danneggiatori e coadiutori, il lieto fine) ed è l'esile filo su cui si innestano digressioni psicologiche e morali, riflessioni storiche ed esistenziali, espresse con uno stile che conosce l'arte della descrizione precisa, del dialogo comico, della notazione ironica, dell'accensione tragica o lirica.

Una profonda convinzione spinge Manzoni a scegliere il Seicento come sfondo storico: quel secolo incarna i suoi bersagli polemici, il formalismo, l'esibizione scenografica, la sopraffazione, l'erudizione, il farisaismo ipocrita di potenti in cappa o in tonaca, l'ignoranza, che egli smaschera con lo sguardo lucido e severo della ragione illuministica e della morale cattolica. Il Seicento gli appare come il periodo in cui i valori dello spirito e dell'intelligenza subiscono i più gravi oltraggi e fa risaltare le possibilità concesse all'individuo di scegliere responsabilmente la via della giustizia e della salvezza.

Spesso il romanzo è stato definito un'epopea della Provvidenza e criticato per la rassegnata accettazione del male. In realtà, se l'irruzione divina nel mondo dell'uomo segna nella narrazione il punto più alto, essa non abolisce dolori e ingiustizie: il suo campo d'azione resta il segreto dell'anima, dove riesce a rendere più sopportabili i dolori che accompagnano l'esistenza terrena.