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Agamben, Giórgio

filosofo e saggista italiano (Roma 1942). Docente di estetica, esordisce con Stanze. La parola e il fantasma nella cultura occidentale (1977) e svolge ricerche sul problema ontologico del linguaggio con riguardo sia alla letteratura sia alla filosofia: Il linguaggio e la morte (1982), Idea della prosa (1985), Categorie italiane: studi di poetica (1996). Nel 1998 si è cimentato con la più grande tragedia del secolo, l'olocausto, con il saggio Quel che resta di Auschwitz, l’archivio e il testimone. È tra i maggiori studiosi di Walter Benjamin, di cui cura l'edizione italiana, da Ombre corte: scritti 1928-1929 (1993) alle Opere. Iscritto dalla rivista francese Critique tra i “nuovi filosofi italiani” del “postmoderno”, Agamben interpreta la fine della modernità come riconoscimento del carattere enigmatico della storia e suggerisce percorsi della “ragione debole” che lo segnalano quale esponente delle filosofie dell'apparire, piuttosto che dell'essere: Sentimenti dell’aldiquà: opportunismo, paura, cinismo nell’età del disincanto (1990), Homo sacer: il potere sovrano e la nuda vita (1995), Mezzi senza fine: note sulla politica (1996), L’aperto (2002), Lo stato d'eccezione (2003), La potenza del pensiero (2005), Il regno e la gloria (2007), Che cos'è il contemporaneo e Signatura rerum. Sul metodo (2008), Altissima povertà. Regole monastiche e forma di vita (2011).

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