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Gracco, Tibèrio Semprònio

(latino Tiberíus Semproníus Gracchus), uomo politico romano (Roma 162-133 a. C.). Appartenente a una delle più grandi famiglie romane (suo padre, Tiberio Sempronio Gracco, era stato, oltre che censore, console due volte, e con vigorose imprese militari aveva rappacificato la Spagna; sua madre, Cornelia, era figlia di Scipione l'Africano), si era formato alla scuola di Blossio di Cuma e di Diofane di Mitilene, esponenti della corrente filosofica stoica che vagheggiava un rinnovamento sociale secondo principi di giustizia e uguaglianza. Nel 146 a. C. prese parte alla conquista di Cartagine e nel 137 a. C. assisté in Spagna alla capitolazione dell'esercito romano davanti a Numanzia. Al rientro in Italia, sostò in Etruria, dove gli si offrì lo spettacolo desolante degli schiavi che nei latifondi avevano preso il posto dei lavoratori liberi di un tempo. Di qui nacque in lui l'idea di ripopolare l'Italia di piccoli contadini per ridare nerbo all'esercito legionario, al quale Roma doveva il suo impero. Fattosi eleggere tribuno della plebe per il 133 a. C., propose una legge agraria che, richiamandosi ad antiche norme cadute in oblio, limitava il possesso dell'ager publicus a un massimo di 1000 iugeri (circa 250 ettari) per famiglia; il terreno eccedente doveva essere distribuito in parcelle ai nullatenenti. La nobiltà, colpita nei suoi interessi, reagì facendo porre il veto alla legge da un altro tribuno della plebe, Ottavio. Tiberio rispose con due misure rivoluzionarie: fece dichiarare decaduto Ottavio e chiese la propria rielezione al tribunato per l'anno successivo senza l'interruzione voluta dalla prassi costituzionale, in modo da assicurare l'applicazione della legge intanto approvata. Per finanziarla, reclamò i beni che lo Stato romano aveva ereditati da Attalo III, re di Pergamo. A queste decisioni fecero seguito torbidi nel corso dei quali Tiberio, accusato di aspirare alla tirannide, fu ucciso con 300 dei suoi. Il suo corpo fu gettato nel Tevere.