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Kapoor, Anish

scultore indiano (Bombay 1954). Attivo a Londra, ove ha studiato (1973-78) presso lo Hornsey College of Art e la Chelsea School of Art, è figura di rilievo della nuova scultura inglese. Pietra e pigmento colorato (quest'ultimo utilizzato quale metafora della trascendenza e dell'assoluto) sono i materiali con cui Kapoor ha realizzato sculture dalle forme organiche e semplici da cui traspare, dalla giovanile 1000 Names (1979-80) sino a Void Fields (1989), l'idea di un “luogo” originario fuori dal tempo, di un centro metafisico dell'universo, di uno spazio di vita potenziale da cui possono emergere pensieri e sentimenti. Questo presupposto poetico è rafforzato dalla quantità di riferimenti culturali e filosofici (pensiero induista, misticismo ebraico, astrattismo modernista, minimal art, formalismo elementare, intuizione psicanalitica, oggettivismo poetico postminimalista) che Kapoor condensa in un delicato equilibrio di tensioni. Nei suoi primi lavori dominavano esteriorità e forme convesse (White Sand, Red Millet, Many Flowers, 1982; Black Earth, 1983); gradualmente, a cominciare da Pot for Her e Mother as a Mountain del 1985, le convessità si sono ritratte in concavità; nelle successive Shrine (1987) e Virgin (1987-88) l'attenzione si è concentrata tutta sul volume interiore; in Blood Stone (1989) il volume interno è quasi del tutto inavvicinabile e con chiarezza estrema rimanda all'idea di uno spazio-utero metafisico. Con il passaggio dall'esteriorità all'interiorità, sono subentrati, ai primi colori solari, colori notturni; prevale il mistero contenuto nel blu di Prussia scurito con il nero (Madonna, 1989-90). Dopo aver ottenuto il Turner Prize nel 1992, ha descritto nei suoi lavori soprattutto il vuoto, attraverso una cavità riempita o una materia svuotata: di particolare rilevanza è l'opera Taratantara (1999), una doppia tromba dalla lunghezza di 51 m e l'altezza di 32 realizzata in PVC.

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