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induismo

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Definizione

sm. [sec. XIX; da indù]. Nome convenzionale dato al politeismo indiano sorto dopo la crisi del politeismo vedico. Il passaggio da questo all'induismo, anche se il prodotto finale giustifica la distinzione, non è mai esattamente avvertibile. È un passaggio che si svolge in un intero millennio: dal 600 a. C. al 400 d. C. Esso è determinato dalla speculazione upaniṣadica, dall'insorgenza di religioni eterodosse quali il buddhismo e il giainismo e dalla convergenza di un'infinità di correnti collaterali e secondarie, in un principale filone culturale almeno nominalmente ancora legato alla tradizione vedica, grazie alla presenza e alla continuità d'azione dell'antica casta sacerdotale dei brahmani (vedi anche India, Religioni).

Arte

Il complesso pantheon dell'induismo dominato da Brahma, Viṣṇu e Śiva (la Trimurti brahmanica) e la molteplicità di aspetti che queste singole divinità possono assumere hanno dato vita nella cultura figurativa dell'India classica (sec. V-VI) a una ricca fioritura artistica. Essa coincide (ben otto secoli dopo l'attestazione del culto delle immagini) con la definizione stessa dell'induismo e, soprattutto, si amplia in un maggiore spazio di realizzazione e propagazione seguito al lento decadere del buddhismo. All'elaborazione dell'arte indù, sia essa riferita all'immagine scultorea o pittorica della divinità principale o secondaria, oppure sia quella relativa alla realizzazione del disegno di un tempio rupestre o costruito all'aria aperta, soprintende con assoluto potere vincolante tutta una precisa trattatistica alle cui regole e codificazione di convenzioni devono subordinarsi pratiche tecniche e atteggiamenti della creazione. L'opera d'arte risulta così, più che un'esperienza estetica, un'esperienza essenzialmente spirituale, alla quale contribuiscono in parità di osservanze e di fede sia l'artista sia il “fruitore”, che non è tale in quanto l'opera non costituisce una somma di qualità estetiche, ma soltanto un mezzo (upāya) per aiutare l'essere ad affrancarsi dalla situazione esistenziale (samsāra). Anche la pianta del tempio risponde a queste insopprimibili esigenze, in quanto essa è concepita come un disegno mistico ma perfetto di un simbolismo magico basato sull'elemento cosmico, la cui energia e le cui leggi di equilibri e di gravitazioni sono all'origine dell'universo. È in connessione a questa religiosità che nell'India gupta si realizzò la prima architettura costruita all'aria aperta con materiali durevoli. Le prime forme del tempio indù sono costituite da piccole celle (spesso precedute da portico di accesso) e sono documentate nelle architetture di Trivikrama a Ter e di Sanchi (tempio XVII) dei sec. V-VI. Da questi modelli derivarono tipi di templi a piante più complesse (templi di Lad Khan e di Durga ad Aihole, sec. V), che diedero, nelle precise caratteristiche degli elementi costitutivi – portico (antarala), sala a pilastri (mandapa), cella (garbagrha) e corridoio per la deambulazione –, lo schema base del tempio indù tradizionale delle epoche successive. Immutabile nel disegno della pianta, tuttavia esso fu sensibile a variazioni sia nell'ordine della distribuzione degli elementi decorativi nel contesto strutturale, sia nella moltiplicazione o amplificazione degli ambienti. Ancor più sensibili a variazioni strutturali e decorative furono i due tipi più diffusi di copertura del tempio, quello a profilo curvilineo (sikhara) diffuso nel Nord (il più antico esempio è nel Laskmana di Sīrpur) e quello, tipico del Sud, a forma di piramide. Questi due tipi di copertura svilupparono sia le proporzioni della propria struttura, sia l'uso di riprodursi in scala ridotta in infinite serie di modelli miniaturizzati a scopo ornamentale (Rajarani di Bhubaneswar, templi di Khajurāho, sec. X-XI; nei ratha di Mahabalipuram e nel Kailāsa di Ellora, sec. VII-VIII). Ad altre forme più evolute si riferiscono le piante più elaborate dei templi di Kanchipuram (sec. VIII) e quello della spiaggia di Mahabalipuram (sec. VIII). Carattere a sé assume nell'architettura dell'India del Sud l'imponente struttura piramidale del Vimāna di Tanjore (sec. X). E nel Sud ancora, con gli stili medievali, il tempio si trasforma in città-tempio, dominato dalla gigantesca struttura della torre-portale (gopuram), come negli esempi delle architetture di Vijayanagar (sec. XV-XVI) e Madurai (sec. XVII). Ai medesimi concetti informatori di complesso simbolismo rispondono le numerose architetture rupestri dell'induismo, specie negli esempi di Badami (sec. VII-VIII), Ellora (sec. VIII-IX) e di Elefanta (sec. VIII), scavate nella roccia secondo i modelli dei templi costruiti all'aria libera. Nell'evoluzione della scultura indiana l'elaborazione iconografica delle divinità indù svolse un ruolo importante soprattutto quale elemento integrativo delle strutture architettoniche nel cui organismo il modellato plastico del rilievo o del quasi tuttotondo s'inserisce, animando il tessuto connettivo delle superfici con slanci improvvisi di sporgenze e di rientranze in superbe cadenze di ritmi chiaroscurali. Sviluppi diversi e interessanti ebbe l'induismo nell'interpretazione artistica delle civiltà dell'Asia sudorientale, specialmente nella Cambogia khmer (templi-montagna) e nei vari aspetti dell'arte indo-giavanese.

Bibliografia

G. Tucci, Teoria e pratica del mandala, Roma, 1949; idem, Induismo, Le Civiltà dell'Oriente, vol. III, Roma, 1958; J. Gonda, Les Religions de l'Inde, Parigi, 1962; J. L. Herbert, L'induismo vivente, Roma, 1985.