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cànapa indiana

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Botanica

Nome comune della pianta Cannabis sativa varietà indica della famiglia Cannabacee affine alla canapa comune dalla quale si differenzia per alcune caratteristiche morfologiche (colore delle foglie, fusto cilindrico, ecc.) e per il contenuto in resine ad azione stupefacente delle foglie e delle infiorescenze femminili. Da alcuni autori questa varietà viene elevata al rango di specie (Cannabis indica) .

Farmacologia

La droga, detta hashish nei Paesi arabi, bhang o siddhi in hindī, marihuana in America, è costituita da piccole masse resinose appiattite contenenti infiorescenze femminili, brattee, foglie, ecc. Dalla resina e, in minor misura, dai fiori e dalle foglie, si estraggono numerose sostanze farmacologicamente attive, le più importanti delle quali sono i tetraidrocannabinoli (THC) in varie forme isomeriche. Il contenuto di tetraidrocannabinoli nell'hashish, ricco di resina, è mediamente il 5% in peso; è invece più basso nella marihuana, ottenuta prevalentemente dai fiori e dalle foglie. La canapa indiana possiede una notevole azione analgesica, analoga a quella della morfina e ha un grande interesse tossicologico. Assunta per via orale, o più spesso fumata, provoca, dopo 30-60 minuti, una sensazione di secchezza alla gola, sete e midriasi. Tali sintomi precedono di poco una fase di eccitazione sensitiva e motoria i cui aspetti variano soggettivamente, anche in rapporto alle circostanze ambientali. Tipiche manifestazioni sono: ebbrezza, esagerata espansività, euforia, allucinazioni in genere piacevoli e un allungamento della sensazione del tempo, per cui i minuti sembrano ore. In taluni soggetti prevalgono manifestazioni deliranti, con incoordinazione motoria, allucinazioni in genere a sfondo erotico, poi uno stato di dormiveglia che precede un periodo ipno-narcotico. Le alterazioni a carico della sfera psichica sono accompagnate da disturbi vegetativi talora gravi, quali depressione respiratoria, ipotensione, abbassamento della temperatura corporea, bradicardia. In sostanza la canapa indiana produce effetti molto simili a quelli della morfina, ma con una più intensa e durevole azione psicoeccitante. In genere l'uso ripetuto della droga porta alla tossicomania. La cannabinomania costituisce oggi, in tutto il mondo, uno dei più gravi aspetti delle intossicazioni voluttuarie da stupefacenti. Ciò deriva soprattutto dalla dilagante abitudine del fumo di sigarette contenenti la droga e dall'errata opinione che l'intossicazione da canapa indiana sia meno pericolosa di altre forme di asservimento, quali la morfino- o la cocainomania. In effetti il cannabinomane non necessita di quantità crescenti della droga, come avviene in altre tossicomanie, né va incontro a una vera sindrome di astinenza in seguito all'interruzione del trattamento. Tuttavia quasi sempre l'intossicazione provoca nel giro di alcuni anni gravissimi danni a carico del sistema nervoso, con alterazioni a carico della sfera psichica e intellettiva. Negli ultimi anni il problema della tossicità della canapa indiana è stato al centro di approfonditi studi: se i fautori della liberalizzazione sostengono che l'uso modico e saltuario della canapa indiana non comporti conseguenze psicofisiche, è d'altra parte dimostrato il fatto che l'abuso porta a gravi disturbi psichici. In più negli ultimi anni è comparsa sul mercato clandestino una varietà di canapa indiana (detta Jinsemilla) priva di semi, considerata da due a cinque volte più tossica di quella in circolazione in passato.

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