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caitya

termine derivante dalla parola sanscrita citā (usata per definire il mucchio di cenere rimasto dalla cremazione di un cadavere e più tardi estesa a indicare anche il tumulo di terra sotto il quale venivano riposte le ceneri o una reliquia) che indica lo spazio (l'ambiente e quindi l'edificio, caityaghara) che contiene lo stūpa. Nella sua complessa estensione il termine si riferisce a qualsiasi oggetto o luogo o immagine di valore sacro (caitya sta anche per stūpa). Le più antiche sale-caitya dell'India buddhista appartengono all'architettura rupestre dei complessi monastici (vihāra- samghārāma) e dei santuari (caitya) tagliati nella roccia di Bhaja, Koṇḍane, Nasik (sec. I a. C.), in cui sono riprodotti gli elementi essenziali derivati da prototipi lignei. Il più antico precedente per gli ulteriori sviluppi dell'architettura rupestre del buddhismo è costituito dalla grotta Lomas-Rishi (Lomása rsi) del complesso di celle tagliate nella roccia a Barabar del sec. III a. C., la cui pianta anticipa nella disposizione degli elementi strutturali quella dei complessi più evoluti di caitya, il cui schema, sia pure per esigenze diverse, ricorda la struttura della basilica cristiana. La facciata esterna del caitya (pure scolpita nella roccia) presenta un grande portale d'ingresso con portico monumentale. Dapprima spoglia d'ogni elemento decorativo, la facciata accoglie poi l'opera prodigiosa di costruttori e di scultori che ne invadono lo spazio creando falsi lucernari e altorilievi ricchi di raffigurazioni plastiche. Ne sono splendidi esempi i caitya di Karla (125 d. C.), di Kanheri (sec. II-III) e quelli ancor più adornati di epoca gupta (Ajanta). La sola documentazione rimasta di caitya costruiti all'aperto è costituita dalla raffigurazione dei medesimi in alcune opere di scultura.