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ragionerìa

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Lessico

sf. [sec. XVII; da ragioniere].

1) Disciplina che studia i fenomeni economici e amministrativi dell'azienda enunciando i principi di economia aziendale e norme generali di controllo della gestione e della rilevazione dei fenomeni di gestione. In sostanza essa studia le condizioni di esistenza e le manifestazioni di vita delle aziende, oggetto comune alla tecnica industriale e bancaria e alla dottrina dell'organizzazione, ma considerato dal punto di vista amministrativo e contabile.

2) Complesso di impiegati che in una azienda si occupa della parte contabile e amministrativa; l'ufficio o gli uffici dove svolgono tali mansioni.

3) Istituto tecnico commerciale che conferisce il titolo di ragioniere.

Economia: generalità

La ragioneria si suddivide in: generale, quando enuncia i principi generali riguardanti la vita aziendale; applicata, quando si concreta in norme da applicare alle aziende; secondo il tipo delle aziende si hanno inoltre una ragioneria privata e una ragioneria pubblica. Nel campo degli studi economici due sono le correnti prevalenti: una classica, che considera la ragioneria indipendente dagli studi economici, di gestione e organizzazione e le assegna il fine di stabilire regole di controllo amministrativo; un'altra, più recente, che colloca la ragioneria nell'economia generale aziendale e nell'economia delle singole aziende per lo studio unitario di vari tipi di imprese: mercantili, industriali, bancarie.

Economia: dalle origini al XVIII secolo

Nella storia della ragioneria l'applicazione pratica ha di gran lunga preceduto la teoria. Soltanto in epoche relativamente recenti le trattazioni teoriche, opportunamente approfondite, perfezionarono la pratica. Le prime scritture contabili risalgono alla civiltà sumerica e furono trovate nel IV strato archeologico di Uruk (IV millennio a. C.). Si tratta della contabilità dell'“azienda del tempio”, riguardante l'economia agricola. Esempi di contabilità sono presenti anche nella civiltà cinese, in quella egiziana e in genere in tutte quelle civiltà uscite ormai dai primordi e che sentono la necessità di disciplinare la tenuta dei conti. Tuttavia una ragioneria vera e propria si afferma nel sec. XIII: esemplari di contabilità assai evoluta portano la data del 1211. Ed è proprio in Italia che le grandi compagnie mercantili fin dal Duecento avevano creato una razionale organizzazione contabile che teneva conto e quindi registrava i rapporti di debito e credito, gli apporti di capitale dei soci, i ricavi e le spese sostenute. Il numero dei libri aumenta e le scritture divengono più complesse via via che cresce l'importanza dell'azienda. I metodi di contabilità si andavano anch'essi perfezionando col passare del tempo per rispondere a esigenze sempre più diversificate: ne è un esempio l'azienda di Francesco di Marco Datini, mercante pratese, il cui ricco archivio ha fornito preziose testimonianze. I libri relativi alle scritture elementari, in tale azienda, erano diversi (memoriale, quaderno di cassa, quaderno di spese di mercanzie, quaderno di ricevute e mandate di balle, quaderno di spese di casa). In essi veniva registrato un solo aspetto dei fatti amministrativi, la variazione numeraria “assimilata” o “certa”. Altri libri minori (quaderno dei corrieri, libro di possessioni, libro del chiesto, ecc.) completavano il quadro garantendo la perfezione alle origini e quindi l'accuratezza delle registrazioni definitive che si riportavano nei libri delle scritture complesse. Queste ultime seguivano unicamente il sistema patrimoniale e si servivano del libro grande (l'odierno mastro) suddiviso in libro dei debitori e creditori e libro di mercanzie. I conti aperti ai soci e al personale sono sul libro segreto (importante per i patti di compagnia contenenti le linee essenziali della condotta della società). Vi sono inoltre altri registri: il libro di mercanzie e il libro dell'entrata e uscita. Secondo alcuni studiosi la contabilità veneziana è da considerarsi la più progredita e a essa si fanno risalire i primi esempi di scritture doppie (prima metà sec. XV); secondo altri la partita doppia sarebbe stata largamente applicata dalle compagnie fiorentine e, in particolare, dalla Compagnia Peruzzi che teneva la sua contabilità in partita doppia fin dal 1293. Fu certamente Venezia (anche per l'estendersi della sua influenza commerciale) a diffondere questo sistema conosciuto come “metodo veneziano” verso la fine del sec. XV. Le tecniche di registrazione si diffusero nei Paesi Bassi che adattarono il sistema italiano alle loro complesse attività mercantili e quindi in Francia e in Inghilterra e Germania, dove accanto alla partita doppia era diffusa la scrittura semplice. Le prime teorizzazioni in materia risalgono ancora al sec. XIII: si tratta spesso di opere frammentarie dove la contabilità è considerata come una parte dell'aritmetica, dell'algebra, della geometria. Si possono citare il Liber abaci di Leonardo Pisano (1202), considerato il padre della computisteria, e soprattutto la Summa de arithmetica, geometria, proportioni et proportionalità di Fra Luca Pacioli (1494), dove nel Tractatus de computis et scripturis è esposto il “metodo veneziano”. In seguito numerose opere via via più sistematiche comparvero in tutta Europa ma specialmente nei Paesi Bassi, che nel sec. XVII erano presi a modello per la tenuta della contabilità.

Economia: il XIX e il XX secolo

Nei primi decenni del sec. XIX le costruzioni tecniche si fanno più complesse e si manifesta lo scopo scientifico: un'opera sistematica sul metodo della partita doppia fu pubblicata da Edmund Degranges padre che enuncia una teoria detta dei “cinquecontisti”. In Italia notevole appare La scienza dei conti (1838) di Giuseppe Crippa, seguace della scuola lombarda assieme a Francesco Villa (La contabilità applicata alle aziende private e pubbliche, 1840; Elementi di amministrazione e contabilità, 1850). Essi sostenevano la teoria dei conti “a valore”, allo scopo di evidenziare nei rapporti contabili il valore dei beni aziendali. Francesco Marchi sosteneva invece la teoria dei conti “a persona”, che poneva in evidenza i rapporti di debito e credito del proprietario nei confronti dei terzi. Nell'ultimo quarto di secolo queste e altre teorie furono rielaborate e perfezionate dalle ricerche di Giuseppe Cerboni e Fabio Besta. Il Cerboni nell'opera fondamentale La ragioneria scientifica e le sue relazioni con le discipline amministrative e sociali (1886) assegnava alla ragioneria come oggetto fondamentale lo studio delle leggi che governano le aziende. Il Cerboni espose anche una speciale metodologia, la logismografia, applicazione della teoria personalistica, che tende a rilevare gli effetti specifici, giuridici ed economici dei fatti aziendali. Tale metodo ebbe applicazione nella contabilità dello Stato italiano dal 1877 al 1892. Fra i seguaci del Cerboni è da segnalare G. Rossi (Trattato dell'unità teoretica dei metodi di scrittura in partita doppia, 1895). Ma soprattutto Fabio Besta, sul cui pensiero si basa ancor oggi la ragioneria, definì il campo di osservazione della materia nella sua opera La ragioneria. In contrasto con le teorie personalistiche del Cerboni, egli basava la teoria dei conti sui valori, delineando i metodi e i sistemi di scritture, facendo così rientrare nella ragioneria lo studio delle registrazioni, degli inventari e bilanci e parzialmente l'organizzazione aziendale mentre ne escludeva lo studio della gestione. Seguaci del Besta furono, in Italia, l'Alfieri, il Vianello, il D'Alvise, il Lorusso, il De Gobbis. Progressivamente che la vita aziendale si faceva più complessa e articolata e le operazioni più varie e numerose, s'imponeva lo studio dell'azienda in modo unitario pur nelle diverse manifestazioni della sua vita economica. Interprete di queste nuove esigenze si fece Gino Zappa (Il reddito d'impresa, 1925; Tendenze nuove negli studi di ragioneria, 1926). Accanto ai problemi della rilevazione contabile egli pose i problemi economico-aziendali e le molteplici rilevazioni extracontabili che illustrano la vita delle aziende. Si sviluppò così un grande movimento dottrinale che dette i suoi frutti in Italia e all'estero sistemando la ragioneria nello “studio quantitativo dei fenomeni economici in cui si manifesta la vita dell'azienda”, delineando gli strumenti necessari per un'efficace gestione. All'estero sono da segnalare, in Germania, gli studi aziendalistici di Schmalenbach e Nicklisch; nei Paesi anglosassoni quelli amministrativi e di programmazione aziendale; in Francia quelli riguardanti una dottrina generale dell'impresa.

Ragioneria generale dello Stato

In Italia, organo ausiliario dell'amministrazione centrale dello Stato, istituito nel 1869. Controlla l'intera gestione patrimoniale e il bilancio dello Stato e vigila sulla gestione di enti economici, amministrativi e finanziari nei quali lo Stato è interessato. In particolare, la ragioneria dello Stato prepara i bilanci preventivi e i rendiconti finanziari e patrimoniali da sottoporre all'approvazione del Parlamento. È posta alle dipendenze del Ministero dell'Economia e delle Finanze e a essa fanno capo le ragionerie centrali, distaccate presso i singoli ministeri. Le ragionerie centrali, oltre a vigilare sull'attività finanziaria dei rispettivi uffici amministrativi, compilano annualmente il bilancio preventivo e il conto consuntivo che vengono inviati al Ministero dell'Economia e delle Finanze

Bibliografia

F. Melis, Storia della ragioneria, Bologna, 1950; P. Onida, Le discipline economico-aziendali, Milano, 1951; idem, La logica e il sistema delle rilevazioni quantitative d'azienda, Milano, 1970; C. Caramiello, Ragioneria generale, Roma, 1988.

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