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saṃnyāsa

“rinuncia” alla vita mondana, nella tradizione religiosa dell'India. La saṃnyāsa rappresenta la soluzione mistica o esasperata dei problemi esistenziali posti dalla speculazione upanisadica (dialettica tra l'io e il mondo). Nei confronti di una realtà mondana presentata come illusoria, e nella prospettiva di trovare in sé la “verità”, la saṃnyāsa attrasse persone di diversa età e condizione che si trasformarono in asceti sedentari (vānaprastha: dediti alla meditazione e allo studio dei Veda) o itineranti (śramana: mendicanti e predicatori). La saṃnyāsa rappresenta, al suo nascere, la crisi stessa della religione vedica e del ritualismo (e in genere dell'azione sacerdotale) che la sosteneva. È la crisi del sec. VI a. C., che ha dato vita a formazioni religiose eterodosse quali il buddhismo e il giainismo. Ma con la ripresa dell'ortodossia brahmanica, ossia con l'avvento dell'induismo, anche la saṃnyāsa viene in qualche modo regolarizzata e integrata nel sistema. Nasce così, già nei poemi epici, la cosiddetta teoria degli āśrama, ossia delle “fasi” della vita. Si distinguono quattro āśrama nella vita di un maschio appartenente a una delle tre caste superiori; ogni āśrama esigeva un proprio comportamento e una propria norma (dharma). La prima fase era connotata dallo studio dei Veda presso un brahmino; la seconda, quella del padre di famiglia, richiedeva la partecipazione integrale al sistema religioso ortodosso; la terza prevedeva il distacco dalla vita sociale e il ritiro nel bosco; la quarta era l'età della saṃnyāsa, ossia della completa rinuncia al mondo, che in tal modo diventava una preparazione alla morte.