Il Protocollo di Kyoto, spiegato: un riassunto per saperne di più
Il Protocollo di Kyoto è stato il primo grande tentativo della comunità internazionale di trasformare l’allarme climatico in regole vincolanti: per la prima volta furono fissati obiettivi concreti e scadenze precise per ridurre le emissioni, segnando un passaggio decisivo che ha cambiato per sempre la diplomazia climatica
Il Protocollo di Kyoto ha segnato un passaggio storico nella lotta al cambiamento climatico: per la prima volta la comunità internazionale ha imposto limiti giuridicamente vincolanti alle emissioni di gas serra. Capire cos'è il protocollo di Kyoto significa comprendere questo cambio di passo: nato alla fine degli anni Novanta, tra timori economici e pressioni scientifiche sempre più forti, ha introdotto obiettivi concreti, strumenti innovativi e un principio destinato a influenzare tutta la diplomazia climatica successiva. Con il passare degli anni emerse la necessità di un quadro più inclusivo e flessibile, ma nonostante limiti e assenze pesanti, la sua eredità è ancora oggi al centro delle politiche ambientali globali, tanto che nel 2015 l’Accordo di Parigi ne ha raccolto l’eredità, ampliando la partecipazione globale e ridefinendo gli strumenti per contenere l’aumento della temperatura media del pianeta.
A distanza di oltre vent’anni, il Protocollo di Kyoto rimane così una tappa fondamentale: vediamo quindi insieme nel dettaglio cosa prevedeva il trattato, quali Paesi hanno aderito e rispettato gli impegni assunti e chi invece non ha aderito, quali limiti ne hanno ridotto l’efficacia e in che modo la sua esperienza ha aperto la strada all’Accordo di Parigi e alle politiche climatiche più recenti.
Contesto storico in cui si inserisce il protocollo di Kyoto
Per sapere come è nato il Protocollo di Kyoto bisogna tornare al 1992, quando al Summit della Terra di Rio venne adottata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC): in quegli anni i rapporti del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico - l’organismo scientifico delle Nazioni Unite incaricato di valutare in modo sistematico e indipendente lo stato delle conoscenze sul clima - avevano ormai chiarito il legame tra attività umane e aumento delle temperature globali, ma mancavano vincoli concreti: la Convenzione infatti si limitava a fissare principi generali, come quello delle “responsabilità comuni ma differenziate”, senza imporre obblighi numerici.
Il salto di qualità avvenne l’11 dicembre 1997 a Kyoto, in Giappone, durante la COP3, la terza Conferenza delle Parti (il più grande evento globale per le discussioni e i negoziati sui cambiamenti climatici): infatti, dopo negoziati complessi, segnati dal timore di ricadute economiche nei settori energetici e industriali, venne adottato un trattato che fissava obiettivi numerici vincolanti per i Paesi industrializzati.
Per l'entrata in vigore era necessaria la ratifica di almeno 55 Paesi responsabili del 55% delle emissioni di anidride carbonica del gruppo industrializzato. La ratifica della Russia, decisiva per raggiungere quella soglia, arrivò solo nel 2004, permettendo l’entrata in vigore del Protocollo nel febbraio 2005.
Obiettivi e provvedimenti del Protocollo di Kyoto
Gli obiettivi del Protocollo di Kyoto erano mirati a intervenire sui principali responsabili dell’effetto serra di origine antropica: il cuore dell’accordo infatti era la riduzione delle emissioni di sei gas serra - anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo.
Nel primo periodo di impegno - dal 2008 al 2012 - 37 Paesi industrializzati e l’Unione Europea si impegnarono a ridurre complessivamente le emissioni del 5,2% rispetto ai livelli del 1990. Gli obiettivi erano differenziati: l’UE accettò un taglio dell’8%, il Giappone del 6%, mentre ad altri Stati furono assegnati target meno stringenti o la semplice stabilizzazione delle emissioni. Questa elasticità rifletteva le diverse condizioni economiche e strutturali dei Paesi coinvolti.
Uno degli aspetti più innovativi fu l’introduzione dei cosiddetti meccanismi flessibili: lo scambio di quote di emissione consentiva ai Paesi che avevano superato i propri obiettivi di vendere le eccedenze ad altri Stati. Il Clean Development Mechanism permetteva di finanziare progetti di riduzione delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo, favorendo investimenti sostenibili e trasferimenti tecnologici. La Joint Implementation riguardava invece progetti realizzati tra Paesi industrializzati.
Questi strumenti hanno posto le basi dei moderni mercati del carbonio e hanno influenzato in modo diretto politiche successive, come il sistema europeo di scambio delle emissioni (ETS).
Nel 2012, con l’Emendamento di Doha, il Protocollo fu prorogato per un secondo periodo di impegno (2013-2020), con obiettivi più ambiziosi ma una partecipazione più limitata rispetto alla fase iniziale.
Paesi aderenti e assenze
Attualmente il Protocollo di Kyoto è ratificato da 192 parti, tra Stati e organizzazioni regionali come l’Unione Europea, e coinvolge quindi quasi tutta la comunità internazionale. La sua struttura, però, distingue chiaramente tra livelli di responsabilità: solo i Paesi industrializzati inseriti nell’Annex I - ovvero i 43 storicamente responsabili del 75% delle emissioni cumulative di gas serra dal 1850 - sono soggetti a obblighi giuridicamente vincolanti di riduzione delle emissioni, mentre gli altri Stati partecipano senza target numerici obbligatori, contribuendo soprattutto attraverso politiche di cooperazione, adattamento e sviluppo sostenibile.
Benchè il secondo periodo di impegno (2013-2020) - introdotto con l’Emendamento di Doha - sia concluso, questo non ha modificato lo status di ratifica del trattato, ed anche i ritiri hanno inciso sugli impegni successivi senza mettere in discussione l’adesione formale.
Per questo, quando ci si domanda chi ha aderito al Protocollo di Kyoto, la risposta comprende quasi tutti gli Stati del mondo, seppure con obblighi differenti. Ma entriamo nello specifico: tra i principali Paesi aderenti al Protocollo di Kyoto figuravano:
- l’Unione Europea
- il Giappone
- la Russia
- Diversi Stati dell’Europa orientale.
Alcuni, come l’Ucraina, si trovarono con un surplus di quote di emissione a causa del crollo industriale seguito alla dissoluzione dell’Unione Sovietica, che aveva già ridotto drasticamente le emissioni rispetto al 1990.
Diverso è il discorso su chi non ha aderito al Protocollo di Kyoto: la mancata ratifica da parte degli Stati Uniti ha avuto un forte impatto politico e simbolico. Pur avendo firmato il testo, Washington annunciò nel 2001 che non lo avrebbe ratificato, ritenendo l’accordo economicamente penalizzante e squilibrato per l’assenza di obblighi per economie emergenti come la Cina e l’India. Anche il Canada si ritirò ufficialmente nel 2011, dichiarando di non poter rispettare i target fissati. Queste defezioni, unite alla crescita rapida delle emissioni nei Paesi emergenti, hanno limitato l’impatto globale dell’accordo, che copriva solo una parte delle emissioni mondiali.
L'eredità del Protocollo di Kyoto e l'Accordo di Parigi
Nonostante i limiti, il Protocollo di Kyoto ha rappresentato una svolta nel diritto ambientale internazionale: ha introdotto un sistema strutturato di monitoraggio, rendicontazione e verifica delle emissioni, rafforzando il ruolo dei dati scientifici e della cooperazione multilaterale.
Nel 2015, alla COP21 è stato adottato l’Accordo di Parigi, che ha superato la distinzione rigida tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo: oggi quasi tutti gli Stati del mondo presentano contributi nazionali di riduzione delle emissioni, aggiornati periodicamente, con l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale ben al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali, puntando a 1,5°C.
Insomma, anche se il Protocollo di Kyoto non è riuscito a invertire la curva globale delle emissioni, ha comunque il merito di aver dimostrato che la cooperazione internazionale può tradursi in regole vincolanti e strumenti concreti. La sua eredità vive nei mercati del carbonio, nelle istituzioni climatiche e nell’architettura multilaterale che ancora oggi sostiene la lotta contro il cambiamento climatico.
Paola Greco
Foto di apertura: Jcomp su Freepik