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Ḥaylasellase I

imperatore d'Etiopia (Harar 1892-Addis Abeba 1975). Figlio di ras Maconnen, governatore dell'Harar, e cugino di Menelik, fu governatore della regione dei Sidamo nel 1908 e quindi, deceduti il padre e il fratello maggiore, governatore dell'Harar nel 1910. Fu uno dei capi della rivolta contro Iyasu, che, succeduto a Menelik, era divenuto inviso ai vari capi etiopici per la sua politica sia filomusulmana sia favorevole agli Imperi Centrali durante la prima guerra mondiale. Deposto Iyasu, il trono imperiale passò a Zeuditù, una delle figlie di Menelik, mentre Ḥāylasellāsē I veniva riconosciuto erede col nome di ras Tafari. Abile politico, venne incaricato di curare i rapporti con gli Stati europei e ottenne il suo più grande successo con l'ammissione dell'Etiopia alla Società delle Nazioni (1923). Nel 1928 abolì la schiavitù, stipulò un trattato d'amicizia con l'Italia e venne nominato “vicario plenipotenziario dell'Impero”. Due anni dopo, morta Zeuditù, Ḥāylasellāsē I diventava negusa nagast e quindi incoronato imperatore. Il suo regno ebbe un promettente avvio con la promulgazione della prima Costituzione scritta (1931), anche se, nonostante l'accoglimento degli istituti parlamentari, il potere restava centralizzato nelle mani del sovrano. La guerra perduta con l'Italia (1935-36) costrinse Ḥāylasellāsē I all'esilio in Gran Bretagna, da cui tornò, il 5 maggio 1941, per essere reinsediato sul trono restituitogli dalle truppe inglesi che avevano riconquistato l'Etiopia nel corso della guerra. Al sistema politico feudale, già scosso dalla nuova politica attuata dall'Italia durante l'occupazione, Ḥāylasellāsē I cercò di sovrapporre nuove strutture organizzative di modello europeo, così come cercò la via dell'industrializzazione del Paese. Con una nuova Costituzione (1955) Ḥāylasellāsē I concesse il suffragio universale, senza rinunciare tuttavia al potere assolutistico che fu causa di un tentato colpo di Stato nel 1960 in cui fu coinvolto lo stesso principe ereditario. Un fatto che sembrò non oscurare la figura del sovrano che tre anni dopo, facendo della sua capitale la sede dell'Organizzazione dell'Unità Africana, si ergeva tra i massimi politici africani. Tuttavia, dietro la facciata di stabilità e ordine, il regno di Ḥāylasellāsē I nascondeva mali profondi: latifondo, analfabetismo, corruzione, privilegi. In questo contesto si inserì, agli inizi degli anni Settanta, una grave carestia (oltre 100.000 morti). Il crollo fu rapido. Una rivolta delle forze armate (febbraio 1974) si aggiunse alla protesta studentesca: cadde il governo, capitolò la potente Chiesa copta. Ḥāylasellāsē I fu arrestato il 12 settembre 1974 e morì in carcere.