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Anacreónte

(greco Anakréōn-ontos), poeta lirico greco (Teo, Ionia, ca. 570-485 a. C.). Lasciò la patria quando fu minacciata dai Persiani, recandosi ad Abdera, in Tracia, e di lì a Samo, chiamato a corte dal tiranno Policrate. Grandi onori ebbe poi ad Atene, dove Ipparco, che allora vi dominava, lo invitò dopo la morte di Policrate. Quando Ipparco fu ucciso in una congiura, nel 514, Anacreonte migrò presso gli Alevadi, signori della Tessaglia. Là probabilmente morì in età molto avanzata. Gli alessandrini raccolsero le sue poesie in cinque libri, di cui rimangono un centinaio di frammenti: tre libri erano costituiti dai carmi lirici veri e propri, uno da giambi e uno da elegie dedicatorie e funebri. Sono invece apocrife le celebri Anacreontiche, una sessantina di brevi poesie, leziose elaborazioni di spunti anacreontici, che, pubblicate nel 1554 dall'umanista francese Henricus Stephanus, ebbero larga fortuna nel Seicento e nel Settecento. La poesia di Anacreonte canta i piaceri eletti del banchetto fra schiere di amici (non la crapula e il chiasso dei barbari, ma il canto delle cetre, il gioco, la gioia del vino) e l'amore per i begli efebi e le fanciulle ritrose. Il sommo dio di Anacreonte è Eros, che sembra giocare con i sentimenti dell'uomo e degli stessi dei, ma è talora un dio terribile, che stronca con un colpo di scure. Unica nube, oltre le pene amorose, è la vecchiaia, che toglie al poeta la bellezza, la capacità di godere e lo avvicina al “baratro tremendo” dell'Orco. La lingua di Anacreonte esprime con straordinaria chiarezza questo mondo non complesso ma inesauribile nelle sue variazioni; semplici anche i metri, fra cui il verso che da lui fu detto anacreonteo.

Bibliografia

B. Gentili, Anacreon, Roma, 1958; J. Defradas, Les élégiaques grecs, Parigi, 1962; E. Degani, G. Burzacchini (a cura di), Lirici greci, Firenze, 1977; B. Gentile, Poesia e pubblico nella Grecia antica, Roma-Bari, 1984.

Media

Anacreonte.