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Annìbale Barca

generale cartaginese (247-183 a. C.). Il padre Amilcare lo portò con sé, in giovane età, in Spagna, dove Cartagine cercava compensi politici e militari alle gravi perdite subite con la sconfitta nella I guerra punica. Dopo la morte del padre, che gli avrebbe fatto giurare eterno odio contro Roma, e dopo l'uccisione del cognato Asdrubale, nel 221 fu proclamato capo dell'esercito, ormai formato da truppe addestratissime e dotato di abbondanti mezzi forniti dalle ricche miniere spagnole. Proseguendo nella politica di conquista, pose l'assedio a Sagunto (220-219 a. C.), città situata a S dell'Ebro, fiume oltre il quale, per un patto tra Roma e Cartagine, non si doveva spingere l'espansione cartaginese, ma che era alleata dei Romani, i quali intimarono all'assediante di ritirarsi. Annibale invece portò a fondo l'assedio espugnando la città e la guerra divenne inevitabile. Lasciato il fratello Asdrubale in Spagna, nel 218 mosse verso l'Italia, alla testa di un esercito forte di ca. 25 mila uomini e 27 elefanti; superati i Pirenei e le Alpi, si presentò nella Pianura Padana, dove sconfisse le forze romane prima sul Ticino, poi sulla Trebbia, e fu qui che, per la prima volta, adottò la famosa tattica del finto cedimento al centro del proprio schieramento, per lasciarvi incuneare l'esercito avversario, da attaccare poi ai fianchi con la cavalleria, in modo da stringerlo in una morsa senza scampo. L'anno successivo (217), dopo aver superato l'Appennino non senza difficoltà (vi perse un occhio), sconfisse un altro esercito romano al Trasimeno, ma fu a Canne, nel 216, che la sua tattica di avvolgimento ottenne un clamoroso risultato con la tremenda sconfitta inflitta a un nuovo poderoso esercito avversario, forte di ca. 50.000 uomini, il doppio dei suoi. Non ritenne però di marciare su Roma, che sapeva munitissima, tanto più che le sue vittorie non ebbero l'effetto sperato di sollevare gli alleati italici dei Romani, eccettuate alcune città (Capua, Siracusa, Taranto). I Romani adottarono allora la valida tattica di Fabio Massimo della resistenza passiva, senza più scontri frontali, tattica che a lungo andare mise in difficoltà lo stesso Annibale, la cui situazione si fece critica quando i rinforzi portatigli dalla Spagna dal fratello Asdrubale vennero sconfitti al Metauro (207) e Cartagine cominciò a lesinare gli aiuti. Richiamato in patria, nel 202 fu sconfitto nella battaglia di Zama (combattuta in realtà a Naraggara) da parte di Scipione, il primo grande generale romano. La lunga guerra si concludeva disastrosamente per Cartagine. Ma l'indomabile condottiero si diede nuovamente da fare per ricostituire la potenza cartaginese. Ciò diede ombra ai Romani ed egli fu allora costretto a fuggire in Oriente, dove cercò di sollevare altre forze contro Roma. Fu prima presso Antioco il Grande in Siria ma, dopo la sconfitta di questi da parte dei Romani, si rifugiò presso Prusia, re di Bitinia, al quale i Romani ne imposero la consegna: egli vi sfuggì dandosi la morte col veleno.