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Canti

titolo dato da G. Leopardi alla raccolta delle sue poesie, pubblicata a Firenze nel 1831 e preceduta da una lettera dedicatoria Agli amici suoi di Toscana. Il titolo fu conservato nell'edizione corretta e accresciuta di Napoli (1835) e in quella postuma (Firenze, 1845), accresciuta e curata dal Ranieri. La raccolta comprende 41 canti, disposti dal poeta senza tener conto della data di composizione. Vi sono inclusi i “piccoli” (o primi) idilli, i “grandi” (o secondi) idilli e le “canzoni civili”: definizioni che il poeta aveva usato nelle precedenti edizioni (dal 1818 in poi) o che furono desunte dai critici. Il titolo di Canti, nuovo nella tradizione letteraria italiana, sta a indicare il carattere lirico delle composizioni: genere che secondo Leopardi era l'unico veramente poetico. Le caratteristiche fondamentali dei Canti sono tre: la limpidezza del linguaggio, che proviene al poeta dalla lezione dei classici (soprattutto i Greci e il Petrarca); la scelta sentimentale e patetica, frutto di un incontro con la letteratura romantica europea; il contenuto speculativo, altissimo prodotto di una lirica meditazione che mostra, nel suo sviluppo sottolineato dalla disposizione stessa delle liriche, la storia spirituale e intellettuale del poeta. Le prime composizioni della raccolta sono le due canzoni patriottiche All'Italia e Sopra il monumento di Dante (1818), per le quali Leopardi usò lo schema modificato della canzone petrarchesca. In esse appare per la prima volta il tema del contrasto tra lo splendore delle antiche età e lo squallore presente. I canti successivi mostrano l'avvenuta crisi (1819), durante la quale Leopardi passò dalla convinzione del dolore personale a quella di un'infelicità collettiva, causata dal prevalere, nella società contemporanea, della ragione sulle illusioni che consolavano la vita degli antichi, ignari dell'arcigno “vero” e vicini alla natura. L'opera leopardiana si dirama a questo punto in due diverse direzioni: quella degli idilli (primi o piccoli) e quella delle “canzoni filosofiche” o “di stile”. Gli idilli – definizione che il poeta trasse da Mosco, dai lirici greci, ma anche dal poeta svizzero Gessner – prendendo l'avvio da un elemento paesistico, tipico di questo genere poetico, esprimono “situazioni, affezioni, avventure storiche del mio animo”, su temi dell'infinito-indefinito e delle “ricordanze” (La sera del dì di festa, Il sogno, La vita solitaria e, sommi fra tutti, L'infinito e Alla luna). Stilisticamente, linguaggio e metro tendono a un'espressione più sciolta e melodica, con l'uso di endecasillabi non rimati, rispetto alle canzoni, caratterizzate dal tono classicheggiante e dotto, nelle quali il poeta racchiude, pur trasfigurandola in poesia, la materia della sua “filosofia” (Ad Angelo Mai, Bruto minore, Alla Primavera, Ultimo canto di Saffo, ecc.). Compaiono in esse i due fondamentali atteggiamenti del poeta: l'agonistico e l'elegiaco, appassionata protesta contro la natura e il destino l'uno, doloroso lamento per la caduta degli ideali l'altro. Dopo l'apparente affievolirsi della vena poetica nel periodo che va dalla fine del 1822 ai primi del 1828, Leopardi compose quelli che la critica chiamò i “grandi o secondi idilli”: Il risorgimento, A Silvia, Le ricordanze, La quiete dopo la tempesta , Il sabato del villaggio, Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, Il passero solitario, tutti nati da un ricondursi della memoria del poeta al tempo favoloso della prima giovinezza e delle illusioni, in contrapposizione alla desolazione di un presente dominato dall'“arido vero”. In essi, come del resto nei primi idilli e nelle canzoni, personaggi e paesaggi assumono un vago carattere di simboli. Negli ultimi canti, scritti dopo la definitiva partenza di Leopardi da Recanati e l'intensificarsi dei suoi rapporti umani, il carattere agonistico prevale su quello elegiaco, e la concezione pessimistica del poeta diviene vero e proprio valore morale in contrasto con la meschinità d'animo e di vita dei suoi contemporanei (Il pensiero dominante, Amore e morte, A se stesso, Aspasia, La ginestra, ecc.). La ginestra chiude i Canti con un virile messaggio di solidarietà umana.

B. Croce, Leopardi, in “Poesia e non poesia”, Bari, 1922; W. Binni, La nuova poesia leopardiana, Firenze, 1947; S. Solmi, Introduzione a Giacomo Leopardi, in “Opere”, Milano-Napoli, 1956; A. Frattini, Lineamenti della fortuna critica dei “Canti” in Giacomo Leopardi, Brescia, 1960; P. Bigongiari, Leopardi, Firenze, 1962; L. Piccioni, Linea poetica dei Canti leopardiani, Milano, 1988.

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