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Israèle (Stato)

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(Medinat Yisra´el). Stato dell'Asia sudoccidentale (20.918 km²). Capitale: Gerusalemme (dal 1967 compresa Gerusalemme Orientale; non riconosciuta dall'ONU). Divisione amministrativa: distretti (6). Popolazione: 8.157.300 ab. (stima 2014). Lingua: ebraico e arabo (ufficiali). Religione: ebrei 75,1%, musulmani 17,4%, cristiani 2%, drusi 1,6%, altri 3,9%. Unità monetaria: nuovo sciclo israeliano=sheqel (100 agorot). Indice di sviluppo umano: 0,888 (19° posto). Confini: Libano (N), Siria (NE), Giordania (e Cisgiordania) (E), Mar Rosso (golfo di ʽAqaba) (S), Egitto (SW), Mar Mediterraneo (NW). Membro di: EBRD, OCSE, ONU e WTO.

Generalità

.Lo Stato di Israele si affaccia sull'estremo lembo orientale del Mediterraneo, inserito come un cuneo, non solo metaforicamente, nel cuore di quella terra di Palestina che da millenni non trova pace. Esteso dalle pianure occidentali bagnate dal mare alle colline centrali delle valli di Samaria, Giudea e Galilea, racchiuso tra i rilievi montuosi del N e le distese desertiche del Negev e dell'‘Arabah a S, il Paese è da sempre teatro di contraddizioni e di scontri identitari, religiosi e politici. A partire dalla sua proclamazione, voluta dalle Nazioni Unite che diedero così coronamento politico alle aspirazioni sioniste in atto dalla fine del XIX secolo, Israele ha dovuto affrontare la dura ostilità dei Paesi arabi confinanti, uniti in un fronte di opposizione che ha portato allo scoppio di tre guerre (1956, 1967, 1973), tutte vinte da Israele, e all'occupazione militare di alcuni territori di Siria (le alture del Golan), Egitto (Sinai e Gaza) e Giordania (Cisgiordania), da allora al centro di estenuanti negoziati, ritiri programmati e rivendicazioni bilaterali, con un drammatico tributo di morti. A questi caldi fronti di confine, si è unito dopo breve tempo anche quello del Libano, a causa del fortissimo radicamento palestinese nella parte meridionale del territorio, oggetto delle mire israeliane e tenacemente difeso dal braccio armato del libanese “Partito di Dio”, hezbollah, responsabile di sanguinosi attentati terroristici. Ulteriore fattore destabilizzante della regione è la forte connotazione ideologica di stampo occidentale presente all'interno dello Stato di Israele, che si trova tuttavia immerso in un'area animata, sia dal punto di vista etnico, sia dal punto di vista culturale, da una profonda matrice araba. La soluzione della situazione mediorientale, nel suo complesso intreccio, è ritenuta da molti osservatori la più importante questione politica da affrontare a livello globale, dai cui sviluppi potrà dipendere la definizione di nuovi e più stabili equilibri economici, politici e sociali di portata vastissima per quell'area e non solo.

Lo Stato

Lo Stato di Israele nasce nel 1948, in conseguenza della risoluzione ONU del 1947 che ha sancito la divisione del territorio palestinese in due entità distinte, una araba e una ebraica. Israele è una repubblica di tipo parlamentare. Il Paese, che non ha una Costituzione scritta, ma è regolato da una serie di leggi fondamentali, in base alle quali il potere legislativo spetta al Parlamento (Knesset), eletto per 4 anni a suffragio universale diretto e formato da 120 membri. A sua volta, il parlamento elegge il presidente della Repubblica, in carica per 5 anni. Il potere esecutivo è esercitato dal governo, soggetto alla fiducia del Parlamento e presieduto dal primo ministro, che ha un mandato quadriennale e viene eletto a suffragio diretto. Il sistema giuridico in uso nello Stato di Israele si basa sulla Common Law britannica e sul diritto ottomano. Sono presenti corti civili (municipali, di magistrati, distrettuali e la corte suprema, le ultime tre con giurisdizione anche sui reati penali); corti religiose, che legiferano su questioni legate alla sfera personale e religiosa; corti militari. La pena di morte, abolita per i reati minori nel 1954, è in vigore per i crimini perpetrati contro l'umanità e contro il popolo ebraico. Le forze armate nel Paese sono divise nelle armi tradizionali (esercito, marina, aviazione). Il servizio di leva è obbligatorio per gli ebrei e i drusi di entrambi i sessi; si effettua a partire dai 17 anni di età e la sua durata è, per gli uomini, 32 mesi (secondo la modifica introdotta nel 2006), per le donne 24. Sono previste anche forme di servizio militare volontario per le componenti non ebraiche della popolazione. Il sistema educativo del Paese, a partire dalla proclamazione dello Stato, divenne appannaggio del Ministero dell'educazione pubblica. L'istruzione è obbligatoria e gratuita per tutti i giovani dai 5 ai 15 anni di età. La scuola primaria è frequentata dai 5 ai 10 anni d'età. La scuola secondaria comprende due cicli di tre anni e tre sono i tipi principali di indirizzi: le scuole di insegnamento generale, che hanno un carattere prevalentemente umanistico, le scuole professionali e le scuole agrarie. L'istruzione superiore viene impartita nell'Università ebraica di Gerusalemme (1925), nel Politecnico di Haifa (1963), nell'Università di Tel Aviv (1953) e nell'Università Bar-Ilan, fondata a Ramat-Gan (1953) dall'organizzazione Mizrahi d'America. L'Istituto Scientifico Weizmann di Rehovoth (1944) si dedica esclusivamente alle ricerche e alle scienze applicate. L'analfabetismo riguarda il 2,9% della popolazione.

Territorio: morfologia

Il territorio di Israele, entro i limiti precedenti le conquiste del 1967, è costituito da una larga porzione della Palestina (esclusa la Cisgiordania) e dalla regione del Negev, che si amplia nella penisola del Sinai restringendosi progressivamente verso S fino a raggiungere il golfo di ʽAqaba. La struttura del territorio si andò definendo nel Cenozoico in seguito ai vasti fenomeni di assestamento verificatisi nel Miocene e nel Pliocene, che portarono alla formazione della fossa tettonica palestinese (sezione della fossa siro-africana). Lo scudo arabo-nubico fu infatti interessato da una duplice serie di fratture parallele, orientate in direzione N-S, fra le quali ebbe luogo lo sprofondamento di una lunga zolla relativamente assai ristretta. La totale emersione della regione dal mare si ebbe nel Pliocene; la fossa palestinese rimase però coperta a lungo da un mare interno molto più esteso dell'attuale Mar Morto; successivamente l'azione erosiva degli agenti meteorici, assai più intensa che ai nostri giorni per le condizioni climatiche notevolmente più umide, portò al graduale ma tuttora incompleto alluvionamento della fossa palestinese e alla formazione della pianura costiera mediterranea, che appare perciò ricoperta da potenti strati sedimentari cenozoici e neozoici. Nelle sue linee generali la morfologia è piuttosto semplice: a W si stende una fascia costiera, man mano più ampia verso S; immediatamente all'interno si elevano i rilievi prevalentemente tabulari della Galilea, della Samaria e della Giudea, che costituiscono il lembo staccato dello scudo arabo-nubico a cui succedono le basse terre della profonda depressione tettonica palestinese; l'intero settore meridionale, infine, è occupato dai tavolati e dalle dorsali del Negev. La pianura costiera si affaccia sul Mediterraneo con una costa bassa, unita e importuosa, rotta soltanto dal promontorio di Haifa, che rappresenta l'estrema propaggine nordoccidentale del monte Carmelo. Questa zona pianeggiante si allarga procedendo verso S per il costante accumulo dei sedimenti del Nilo, ivi convogliati dalle correnti marine, si restringe progressivamente verso N, formando le piane di Shefela e di Sharon, fino alla strozzatura provocata dal monte Carmelo, oltre il quale si apre la fertile piana di Esdraelon, naturale saldatura tra la pianura litoranea e la fossa palestinese. Delle alteterre centrali, i rilievi della Galilea sono inclusi in territorio israeliano mentre quelli della Samaria e della Giudea rientrano in massima parte nella Cisgiordania. I versanti occidentali scendono con molli ondulazioni, mentre quelli orientali sono assai più netti, ripidi e di frequente incisi da valli incassate e profonde, che conferiscono un aspetto aspro al paesaggio, strutturalmente tabulare. Della fossa tettonica palestinese appartiene a Israele il settore occidentale dell'alta valle del Giordano con il lago di Tiberiade, la porzione sud-occidentale del Mar Morto e l'intero tratto occidentale dell'Uadi ʽAraba, lungo solco vallivo tra il Mar Morto e il golfo di ʽAqaba. La valle del Giordano (El Ghor), se si esclude il settore a N del lago di Tiberiade interessato da ampie colate laviche di tipo basaltico, è interamente coperta da potenti strati alluvionali ed è molto fertile; l'Uadi ʽAraba invece è una valle squallida e desertica con scarse oasi. Essa delimita a E la triangolare regione steppica e desertica del Negev, caratterizzata da strutture tabulari con fianchi spesso assai ripidi; lo sovrastano alcune catene montuose fortemente segnate dall'erosione e con cime che superano anche i 1000 m (Har Ramon, 1035 m; Har Saggi, 1006 m).

Territorio: idrografia

Il principale tratto d'acqua è il Giordano, di cui appartiene a Israele solo buona parte del corso superiore; a esso tributano modesti corsi d'acqua dal regime spiccatamente torrentizio, che tendono a prosciugarsi nella stagione asciutta. Oltre al Giordano, ha portata relativamente costante solo il fiume Yarqon, lungo appena 15 km, che scende al Mediterraneo subito a N di Tel Aviv. È incluso quasi interamente in territorio israeliano il lago di Tiberiade (Kinneret), in Galilea, che ha per immissario ed emissario il Giordano. Sia lo Yarqon sia il lago di Tiberiade sono intensamente sfruttati per l'irrigazione di vasti comprensori di bonifica nelle regioni pianeggianti e più fertili della Galilea, della pianura costiera e perfino del Negev (canale Kinneret-Negev). Del Mar Morto, che rappresenta la massima depressione della fossa tettonica palestinese, anzi del mondo (superficie delle acque a –397 m e massima profondità a –830 m), appartiene a Israele, come si è detto, solo il settore sudoccidentale.

Territorio: clima

Per la modesta estensione del territorio e la mancanza di vere e proprie catene montuose, il clima presenta una certa uniformità; la regione è soggetta agli influssi marittimi del Mediterraneo, cui si contrappongono quelli continentali degli aridi tavolati dell'interno, per cui le condizioni climatiche generali sono la conseguenza dell'alterno prevalere di una di queste due componenti; fanno eccezione il Negev meridionale e la regione di Eilat, che presentano caratteri marcatamente tropicali per il netto prevalere degli influssi continentali su quelli marittimi occidentali. Le temperature sono ovunque molto elevate in estate, specialmente nell'Uadi ʽAraba e nella depressione del Mar Morto, assai miti invece nei mesi invernali. Le precipitazioni sono scarse, irregolari e in prevalenza invernali: sulle alteterre più elevate si registrano valori anche superiori ai 500 mm annui, mentre nella depressione del Mar Morto, nel Negev e nella fascia costiera del Mar Rosso si scende a valori sensibilmente più bassi fino ai minimi rilevati a Eilat di 42 mm.

Territorio: geografia umana

La Palestina è una terra di antichissimo popolamento; le prime tracce umane risalgono al Paleolitico medio (uomo di Neanderthal). Essa è stata anche sede delle più antiche civiltà agricole e urbane che si conoscano, come hanno rivelato gli scavi compiuti a Gerico e che rimandano a un Neolitico affermatosi già nell'VIII-VI millennio a. C. L'arrivo dei popoli semiti inizia già nel III millennio a. C., mentre gli ebrei, sovrappostisi ai Cananei, giunsero alla metà del II millennio a. C., in un periodo in cui l'inaridimento climatico induceva molti popoli a esodi verso nuove terre. Essi fondarono centri di vita urbana e di vita religiosa, che gli archeologi israeliani cercano di far rivivere come testimonianze del loro antico rapporto con la terra che in larga misura corrisponde all'attuale Stato d'Israele. Oggi nuovamente la popolazione è in grande maggioranza di lingua e cultura ebraiche, grazie all'intenso movimento immigratorio iniziatosi verso la fine del sec. XIX. Precedentemente la popolazione era costituita in prevalenza da arabi musulmani o cristiani e da poche decine di migliaia di ebrei; questi discendevano da quelli rimasti in Palestina dopo la grande diaspora, iniziata nel 70 d. C., che aveva portato la maggior parte degli ebrei a spargersi per il mondo seguendo due diverse direzioni: una verso la Turchia e l'Europa centrale (Ashkènāzīm o Ashkenaziti) e l'altra verso l'Africa settentrionale, la Spagna e la Francia (Sefarditi). All'inizio del sec. XX gli ebrei in Palestina erano 50.000 e nel 1947, poco prima della costituzione dello Stato ebraico, ammontavano a 630.000, formando il 35% della popolazione totale. Fra le due guerre mondiali l'immigrazione ebraica (302.000 unità tra il 1919 e il 1939) era stata favorita dal governo britannico e dopo la guerra del 1948-49 il rapporto numerico tra arabi ed ebrei andò rapidamente mutando in favore di questi ultimi per il forte incremento naturale ma specialmente per l'intensificarsi dell'immigrazione, che nei primi anni di vita dello Stato raggiunse valori elevatissimi (240.000 unità solo nel 1949). Dalla fine del sec. XIX all'inizio del XXI si calcola che siano immigrati in Israele quasi 2,3 milioni di ebrei, provenienti in prevalenza dall'Europa centrale e orientale, dal Medio Oriente e dall'Africa settentrionale. Negli ultimi anni del Novecento il flusso immigratorio si è alquanto ridotto; nella prima metà degli anni Ottanta l'immigrazione è stata in gran parte alimentata dal cospicuo trasferimento di ebrei dall'Etiopia (Falascià). Gli anni Novanta sono stati, invece, caratterizzati dagli arrivi di ebrei dall'ex URSS, quasi un milione di persone tra il 1989 e il 2000. Successivamente, nei primi anni del XXI secolo l'immigrazione si è attestata intorno alle 20.000 unità per anno. Per quanto la proporzione tra arabi ed ebrei continui a essere a vantaggio di questi ultimi è necessario precisare che se l'aumento della popolazione araba è dovuto a un tasso di natalità piuttosto elevato, l'incremento della componente ebraica è piuttosto derivato dai flussi migratori favoriti dalla legge “del ritorno” che garantisce la cittadinanza israeliana e pieni diritti a un ebreo proveniente da qualunque parte del mondo. Per far fronte alle poderose ondate immigratorie, fu varato fin dal 1948 un piano di colonizzazione di largo respiro allo scopo di impedire eccessive concentrazioni demografiche nelle aree urbane e di favorire il decentramento nelle campagne, e quindi l'occupazione di tutto il suolo nazionale e un suo razionale e completo sfruttamento (la popolazione peraltro si concentra ancora sulla costa, in particolare nel distretto di Tel Aviv dove si hanno ca. 7665 ab./km² contro la media di 389,97 ab./km²). L'insediamento in aree prima steppiche o desertiche e la loro valorizzazione agricola furono possibili solo mediante l'impiego di enormi capitali e grazie all'alto grado di organizzazione e allo spirito pionieristico degli immigrati, che si organizzarono in forme cooperativistiche e collettivistiche di vario genere, adatte alle particolari esigenze ambientali, non ultima la necessità di difesa dalle incursioni provenienti dai Paesi arabi confinanti, che si rifiutavano di riconoscere il nuovo Stato israeliano. Le prevalenti forme dell'organizzazione agricola sono i moshavei ovdim, cooperative di piccoli proprietari (la terra è messa a disposizione dallo Stato e dal Fondo Nazionale Ebraico, proprietari di quasi tutto il suolo nazionale), i quali affidano alla collettività sia gli acquisti sia le vendite dei prodotti agricoli come pure il rifornimento idrico, l'acquisto e l'uso delle macchine agricole e i servizi assistenziali, e i kibbuzim, villaggi collettivistici, dove la proprietà dei beni è in comune e uguale è la distribuzione del lavoro, delle spese e dei guadagni; si hanno poi altre forme miste, come i moshavim shitufim, nei quali sussiste una piccola proprietà familiare accanto a quella collettiva. Con la progressiva espansione dell'economia, che si è venuta gradualmente articolando in forme sempre più complesse, si è però rapidamente sviluppato, contrariamente all'iniziale indirizzo agricolo del Paese, il fenomeno dell'urbanesimo, anche per l'affievolirsi dello spirito pionieristico dei primi tempi e per la preminente qualificazione urbana della maggior parte degli immigrati. Le città principali sono: Gerusalemme, considerata capitale ma non riconosciuta come tale dalle Nazioni Unite, una delle più antiche e prestigiose città del mondo, al confine con la Cisgiordania; Tel Aviv-Giaffa, il maggior centro economico e demografico del Paese, quello che meglio ne illustra la componente, modernissima e tutta occidentale, delle strutture economiche e sociali; Haifa, il principale sbocco marittimo d'Israele, sede altresì di poderosi complessi petrolchimici; Beʽer Sheva, con funzioni amministrative e nodo delle comunicazioni per il Negev; tutte scaglionate lungo la pianura costiera sono Netanya, celebre stazione balneare e “capitale” mondiale dell'industria della lavorazione dei diamanti, Ramat Gan, ormai un sobborgo industriale di Tel Aviv, Ashdod, situata nel distretto Meridionale, importante porto petrolifero, Rishon LeẔiyyon, centro industriale non lontano da Tel Aviv, Petah Tiqwa, massimo centro agrumario, Bat Yam e Holon; sul Mar Rosso è infine il centro turistico e portuale di Eilat.

Territorio: ambiente

La vegetazione naturale, soggetta alla secolare degradazione operata da un'economia basata prevalentemente sulla pastorizia, presenta i caratteri della macchia cespugliosa con piante xerofile, ma è stata ormai largamente sostituita dalle colture, tranne che nel Negev. Lembi di bosco sono però presenti sulle alture della Galilea. La fauna è variegata, sono presenti mammiferi selvatici (tra cui lontra, lupo, sciacallo e gazzella) oltre a numerosi uccelli e rettili; spesso il Paese viene invaso dalle locuste. L'urbanizzazione e l'aumento della popolazione hanno messo a rischio le aree naturali e storiche del Paese; per rispondere a questa emergenza le due organizzazioni che gestivano le aree protette si sono fuse nel 1998 nell'Agenzia israeliana per la protezione della natura e dei Parchi nazionali. Le aree protette ricoprono il 14,7% del territorio, e comprendono 40 parchi nazionali e 13 riserve naturali. I principali problemi ambientali riguardano le limitate risorse di acqua dolce e la desertificazione; rilevante è anche l'inquinamento atmosferico (principalmente nelle zone urbane e industriali) e delle acque. Vi sono comunque ricerche sulle nuove fonti di energia, e contestualmente vengono utilizzate misure per ridurre il consumo di acqua e sfruttare al meglio l'energia solare.

Economia: generalità

L'elevata preparazione tecnica e professionale di gran parte degli immigrati e l'appoggio finanziario delle istituzioni ebraiche, sparse in tutto il mondo, hanno favorito la nascita e la rapida espansione dell'economia israeliana. Con 28.365 $ USA il PIL pro capite (nel 2008), Israele si colloca in una posizione del tutto eccezionale nel panorama asiatico (è preceduto solo da Giappone, Singapore, Brunei, Paesi arabi produttori di petrolio esclusi), superando anzi diversi Stati europei. Il PIL prodotto nel 2006 è stato di 201.761 ml $ USA. La sua variazione annua (2006) è stata del 5%, ormai stabile nell'ultimo quinquennio. Alla base dell'espansione economica c'è l'aiuto statunitense, ma anche i cospicui investimenti nella ricerca scientifica e tecnica a 360 gradi. L'economia si è sviluppata in modo praticamente ininterrotto a cominciare dal dopoguerra, puntando inizialmente sull'agricoltura. Sin dal conseguimento dell'indipendenza, l'autosufficienza alimentare è stata uno degli obiettivi prioritari del Paese, ma in seguito ad avere un decisivo impulso è stata l'attività industriale, in specie nei settori a elevato contenuto tecnologico. Tuttavia proprio nell'industria si erano cominciati a manifestare, attorno alla metà degli anni Settanta, gli effetti della recessione mondiale. Le note vicende economiche internazionali (contrazione dei mercati, rincari a raffica delle materie prime e delle fonti energetiche, ecc.) determinarono infatti sensibili flessioni della produzione industriale e portarono a un'altissima impennata dell'inflazione (con punte di oltre il 100%), mentre si aggravò il deficit commerciale. Di fronte al determinarsi di tale situazione, a partire dal 1977, si attuò un radicale mutamento rispetto agli indirizzi di politica economica fino ad allora seguiti. Abbandonando il moderato dirigismo che dal 1948 aveva orientato la crescita del quadro produttivo, e che era stato accompagnato da forti interventi sociali, venne imboccata la strada di un ampio liberismo, che mirò al rilancio della produzione industriale diretta ai mercati esteri e al contenimento dell'inflazione, ma che poi determinò la contrazione dei consumi interni e la diminuzione dei salari reali. Spinte inflazionistiche, con conseguenze sulla competitività dei prodotti israeliani, continuarono comunque a manifestarsi, sostenute anche dall'ingente spesa militare (oltre un quarto del bilancio statale), fino alla stabilizzazione del 1986. Questa fase fu caratterizzata da una nuova parità monetaria che trovava espressione nell'introduzione del “nuovo sheqel”; essa fu raggiunta in seguito a una rigida politica di austerità varata nell'autunno 1984, comprendente sia tagli di bilancio sia freni salariali, e ottenne taluni effetti positivi, molto evidenti nel caso dell'inflazione (da 44,5% a 18% fra 1984 e 1988). Si può dire che l'economia israeliana, malgrado la situazione poco definita del quadro politico vicino-orientale, si sia mostrata assai dinamica e, grazie alle strategie di liberalizzazione produttiva e flessibilità localizzativa da tempo adottate, capace di far fronte alle congiunture occupazionali, finanziarie e commerciali che si sono presentate negli anni Novanta. Il previsto e massiccio arrivo di ebrei emigrati dalla Russia ha causato un'impennata del tasso di crescita della popolazione, con la conseguenza di una maggiore disoccupazione, poi rientrata con la creazione di nuovi posti di lavoro, sia nelle aree urbane che nelle frange pioniere e nelle zone marginali. Per esempio, in Galilea, una delle regioni maggiormente sottosviluppate del Paese, si sono localizzate piccole industrie, prevalentemente operanti nei settori a tecnologia avanzata, che, oltre a sostenere l'occupazione, hanno determinato effetti indotti sull'intero sistema produttivo locale, intensificandone le relazioni con le aree metropolitane di Tel Aviv e Haifa per l'approvvigionamento di materie prime, impianti e servizi. Misure salariali e monetarie assai restrittive hanno compresso la domanda interna, abbassando il tasso di inflazione all'8% (1995), valore pur sempre elevato per un'economia matura. In compenso, ne ha beneficiato il movimento commerciale con l'estero, che ha visto un elemento assai positivo nella funzione di “ponte” assunta da Israele fra NAFTA, il mercato comune nordamericano entrato in vigore nel 1994, e UE: non è un caso che, proprio in quell'anno, le esportazioni e importazioni israeliane siano cresciute entrambe. La crescita economica, piuttosto incerta nel 1999, si è fatta decisa nei primi mesi del 2000, resa stabile dal calo della disoccupazione e dell'inflazione. Anche nella crisi politico-militare, quindi, la crescita si è mantenuta elevata: nei primi mesi del 2001, infatti, ha registrato un tasso d''inflazione tendente a zero. Il debito pubblico, ancora molto alto, è comunque sceso al di sotto del 100% del PIL (2005). L'economia israeliana si è mostrata sufficientemente solida da permettere il finanziamento dei progetti di sviluppo (relativi in particolare alla regione settentrionale) e di potenziamento dell'apparato di difesa e il sostegno finanziario dei piani di ritiro da Gaza per il triennio 2005-2007. La divisione settoriale del lavoro mostra la continua espansione del settore terziario, sostenuta da un sistema bancario fra i più solidi del mondo. Nei primi anni del XXI secolo il terziario, settore portante dell'economia, occupa i tre quarti della popolazione attiva mentre la restante parte è impiegata per lo più nell'industria. Il Paese può contare su un efficiente sistema di infrastrutture, che mettono in comunicazione i vari centri produttivi e gli insediamenti sparsi sul territorio e consentono gli scambi con i partner commerciali collocati a grande distanza, vista la chiusura della maggior parte dei mercati arabi limitrofi. A sostenere la bilancia dei pagamenti, comunque negativa, permangono le rimesse delle comunità ebraiche all'estero (in particolare, dagli USA) e l'eccellente apporto del turismo, soprattutto religioso, che anche nei periodi di guerra rappresenta un'importante fonte di entrate per l'economia israeliana.

Economia: agricoltura e allevamento

L'agricoltura interessa ormai una percentuale marginale della popolazione attiva e nonostante stia riducendosi a un ruolo relativamente secondario continua a essere, per la modernità delle tecniche impiegate e per gli alti livelli di produttività, una delle più progredite del mondo. Fra i suoi punti di forza sono la conduzione efficiente e lo sfruttamento razionale delle acque scorrenti e freatiche per l'irrigazione, al punto che attualmente oltre il 40% della terra coltivata (arativo e colture arborescenti occupanopiù di un quarto della superficie territoriale) è irrigato: gli sforzi in tale direzione sono stati intensi e hanno costituito l'obiettivo primario della gestione delle risorse idriche, destinate per la maggior parte all'agricoltura in un quadro di politiche di risparmio per le altre utilizzazioni (quella domestica soprattutto). In particolare, fertile e ben irrigata è la Galilea, in quanto è la più favorita dalle relativamente copiose precipitazioni; altrove sono state effettuate ingenti bonifiche (per esempio il prosciugamento del lago di Hula nel Nord del Paese), mentre impianti di dissalazione consentono di utilizzare l'acqua marina. Per esigenze alimentari interne si coltivano cereali, specie frumento, patate, prodotti orticoli (tra cui i pomodori alimentano una certa esportazione) e frutticoli (coccomeri, mele, pesche, banane, meloni ecc.); in sviluppo sono le colture del cotone e della barbabietola da zucchero cui viene prestata crescente attenzione. Di particolare rilievo nel quadro economico nazionale è l'agrumicoltura (soprattutto la coltivazione dei pompelmi), particolarmente diffusa nella fascia costiera irrigata; nella piana della Giudea e di Sharon è ben rappresentata la vite, mentre l'olivo, presente un po' ovunque e di cui il Paese è uno dei principali produttori asiatici e mondiali, ha la sua area più produttiva nella Galilea occidentale. Colture minori sono quelle del tabacco, delle arachidi, del sisal e del sesamo. § L'allevamento del bestiame, specie bovino e ovino, e dei volatili da cortile e la pesca, praticata sia in mare sia nelle acque del lago di Tiberiade, sono sviluppati malgrado non riescano a soddisfare pienamente il mercato nazionale. Ai successi del settore primario ha contribuito, in particolare nei primi tempi, l'originale organizzazione produttiva, basata sul largo apporto di realtà di genere cooperativistico quali kibbuzim e moshavim: essi hanno permesso una migliore valorizzazione delle risorse umane e finanziarie e ancora, malgrado sia divenuta prevalente la produzione capitalistica, costituiscono una componente socio-economica significativa.

Economia: industria e risorse minerarie

Le industrie, concentrate principalmente nelle aree di Tel Aviv-Giaffa e di Haifa, mostrano un panorama assai vario e differenziato. Ben rappresentati sono, oltre ai settori chimico (acido solforico e nitrico, fibre sintetiche, superfosfati ecc.) e petrolchimico, quelli siderurgico (acciaierie di Akko e Ashqelon), alimentare (specie conserviero), metallurgico, elettrometallurgico, automobilistico (montaggio di autovetture e autoveicoli in genere), della lavorazione dei diamanti (che fa del Paese il primo produttore asiatico di diamanti), e della produzione di una vasta gamma di articoli di consumo. Il tessile, che costituiva un'importante voce del secondario, è il settore che ha subito il calo più vistoso, vista la dislocazione della produzione in Paesi a minor costo di manodopera quali i vicini Giordania, Egitto nonché gli Stati del Sudest asiatico. Il comparto meccanico, oltre che per la fabbricazione di veicoli leggeri e macchine utensili, è divenuto importante per le produzioni a più elevata tecnologia di carattere bellico (missili, aerei e anche armamento atomico), in parte esportate. Notevole sviluppo hanno avuto le industrie ad alta tecnologia (telecomunicazioni, software e biotecnologie), concentrate soprattutto a Tel Aviv e Gerusalemme. La disponibilità di personale altamente qualificato e le agevolazioni fiscali hanno attirato in queste aree impianti di multinazionali come la Siemens, INTEL, Motorola, nonché centri di ricerca e sviluppo come quelli creati da Microsoft, IBM, HP. I prodotti tecnologici rappresentano ormai il settore di punta dell'economia israeliana e vengono esportati. Si annoverano inoltre fabbriche di pneumatici, cartiere, cementifici. § Scarseggiano le risorse energetiche e minerarie. Del tutto insufficiente ai bisogni sempre crescenti è specialmente il petrolio, che si estrae in modestissima quantità dai pozzi di Helez e di Kokhav, nel Negev settentrionale; esso viene raffinato negli impianti di Haifa e di Ashqelon, che trattano anche il grezzo importato attraverso il porto di Elat, e convogliato alla costa mediterranea mediante oleodotti. Altra fonte energetica è il gas naturale, destinato al consumo interno, i cui giacimenti sono localizzati nel nord del Negev. Fra i minerali sono estratti in buona quantità i fosfati naturali (di cui Israele è uno principali produttori al mondo), il rame, sali di sodio e di potassio, utilizzati dall'industria chimica e in parte anche esportati; presenti sono pure ferro, bromo, manganese e magnesio. L'energia elettrica proviene da impianti termici che utilizzano combustibili d'importazione; sono in funzione nei pressi di Rishon LeZiyyon e nel deserto del Negev due reattori nucleari, costruiti per scopi di ricerca.

Economia: commercio, comunicazioni e turismo

Gli scambi commerciali sono attivi specialmente con gli Stati Uniti, Germania, Belgio, Svizzera, Regno Unito, Italia e, dall'inizio del XXI secolo con Cina, India e Hong Kong. Ai primi posti fra le merci esportate, si trovano diamanti lavorati, materiali elettrici ed elettronici, prodotti chimici, macchinari, strumenti ottici e medicali, prodotti farmaceutici, agrumi e altri prodotti ortofrutticoli; fra quelle importate, materie prime (specie diamanti e petrolio grezzi) e macchinari. La bilancia commerciale vede un import costantemente superiore all'export. § La rete ferroviaria e specialmente quella stradale sono ben sviluppate; efficienti sono i servizi aerei (compagnia nazionale è la El Al), che fanno capo all'aeroporto di Lidda (Lod), e quelli marittimi, che si servono dei porti di Haifa, Ashdod ed Elat. § Il turismo, che attira pellegrini provenienti da ogni parte del mondo grazie ai numerosi siti di interesse religioso e archeologico, ha un andamento altalenante a causa dell'instabile situazione politica della regione; ha tuttavia acquisito un' importanza crescente nell'ambito dell'economia israeliana.

Storia: dalla nascita dello Stato alla guerra dei sei giorni (1948-1967)

Dopo la seconda guerra mondiale le colonie francesi (Siria e Libano) e quelle inglesi (Iraq e Transgiordania) ottennero l'indipendenza, mentre le terre palestinesi continuarono a dipendere dall'Inghilterra (Dichiarazione Balfour). Lo Stato d'Israele nacque il 14 maggio 1948 dalle rovine del mandato inglese sulla Palestina, sulla base di una risoluzione dell'ONU del 1947 che prevedeva la divisione della Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico. Contestualmente ebbe inizio la guerra d'indipendenza d'Israele o prima guerra arabo-israeliana (maggio 1948-gennaio 1949). Il governo provvisorio, presieduto da David Ben Gurion, coordinò l'azione delle truppe israeliane nel corso del conflitto, che le oppose agli eserciti arabi e ai palestinesi. Quando nel 1949 furono sottoscritti gli armistizi con i Paesi confinanti, risultò che Israele era riuscito a conquistare un'area più vasta di quella concessagli dal piano delle Nazioni Unite. Le ferite della guerra del 1948 rimangono ancor oggi aperte: 800.000 Arabi abbandonarono i territori occupati da Israele; i Palestinesi rimasti (ca. il 10% della popolazione israeliana fino al 1967) non furono assimilati nel nuovo Stato; gli Stati arabi sottoscrissero armistizi ma non paci. L'ostilità dei vicini e il problema dei profughi non piegarono Israele: forte dell'appoggio delle due massime potenze (Stati Uniti e Unione Sovietica erano stati i primi a riconoscerlo), il governo di Tel Aviv promosse una campagna d'immigrazione ebraica (dal 1948 al 1952 emigrarono in Israele più di un milione di ebrei, una cifra da paragonare a quella dei presenti nel 1947: 650.000) e di colonizzazione e sviluppo del Paese. Il secondo di questi sforzi fu aiutato grandemente da massicce iniezioni di capitali statunitensi. In politica interna Ben Gurion e la formazione socialdemocratica del Mapai conservarono le posizioni chiave, tuttavia la necessità di formare gabinetti di coalizione diede un peso notevole ai tradizionalisti dei partiti religiosi. Nel 1956 la favorevole congiuntura internazionale permise a Israele di concludere un'intesa segreta con la Gran Bretagna e la Francia e di sferrare nell'ottobre di quell'anno un fortunato attacco contro l'Egitto. Ma i risultati positivi del conflitto consistettero, a breve andare, unicamente nell'installazione delle truppe dell'ONU presso la frontiera con l'Egitto e gli stretti che controllano l'accesso al golfo di ʽAqaba. Di qui la possibilità di sviluppare il porto di Elat e l'apertura di una via marittima meridionale per Israele. In campo internazionale le relazioni di Israele con gli USA e con alcuni Paesi europei (Francia e Repubblica Federale di Germania in particolar modo) andarono rafforzandosi dopo il 1956, mentre invece peggiorarono decisamente i rapporti con l'Unione Sovietica. Una prima crisi s'era avuta agli inizi degli anni Cinquanta a causa del problema dell'emigrazione degli ebrei sovietici, avversata da Mosca: dopo l'affare di Suez gli stretti contatti tra l'URSS e i Paesi arabi approfondirono il solco. Sul piano interno si ebbero nel 1963 la defenestrazione dell'autoritario Ben Gurion e la sua sostituzione con Levi Eshkol: al centro delle coalizioni governative rimase tuttavia il Mapai. Nei primi anni Sessanta si ebbe un rilancio del problema palestinese: la gara scatenatasi tra gli Stati arabi per un nazionalismo più incisivo, il problema delle acque del Giordano, che Israele voleva utilizzare per il proprio sviluppo, la necessità, sentita da Nasser, di trovare un minimo comun denominatore “negativo” per gli Arabi spiegano la costituzione, nel 1964, dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). Frutto di manovre “politiche”, l'OLP acquistò una base “popolare” soltanto dopo il 1967: nel conflitto di quell'anno la componente palestinese ebbe un peso quasi nullo. L'occasione della guerra fu offerta dalla decisione di Nasser di bloccare il golfo di ʽAqaba e di ammassare le proprie truppe sul confine con Israele allo scopo di far fronte a una presunta minaccia di Gerusalemme contro la Siria. Il 5 giugno Israele scatenò la cosiddetta guerra dei sei giorni, con un attacco preventivo contro l'Egitto e la Siria. Anche la Giordania, trascinata dal bellicismo che eccitava il mondo arabo, intervenne nel conflitto. Ne seguì una guerra su tre fronti: ma fin dal mattino del primo giorno Israele si assicurò la vittoria distruggendo al suolo la quasi totalità dell'aviazione egiziana. Il 10 giugno Arabi e Israeliani accettarono la tregua sollecitata dalle Nazioni Unite (risoluzione 242): nel giro di pochi giorni le truppe d'Israele s'erano impadronite delle alture del Golan, strappandole ai Siriani, della Cisgiordania, di Gaza e del territorio egiziano a E del canale di Suez.

Storia: dal governo di Golda Meir a quello di Begin

Nel vuoto politico causato nel mondo arabo dalla sconfitta del 1967 s'inserì di prepotenza la resistenza palestinese, nuovamente d'attualità se non altro per la nuova ondata di profughi che sfuggivano l'occupazione israeliana. Le imprese dei Palestinesi ebbero un certo peso sull'evoluzione degli avvenimenti fino all'agosto del 1970, quando l'intervento diplomatico degli Stati Uniti portò a un congelamento della tensione che egiziani e israeliani alimentavano con le loro iniziative militari nella zona del canale (1969-1970). Nel 1970 il conflitto arabo-israeliano sembrava aver trovato una sua precaria “stabilizzazione”: il governo di G. Meir, primo ministro insediatosi dopo la morte di Eshkol (1969), appariva ora in grado di controllare gli aspetti negativi delle conquiste del 1967 (per esempio, il rapporto tra arabi ed ebrei all'interno dello Stato era passato, da uno a dieci, a uno a tre). La resistenza “interna” palestinese sembrava entrata in crisi, mentre lo sviluppo del Paese era rilanciato dalle nuove disponibilità territoriali e di manodopera. All'esterno d'Israele i Palestinesi, schiacciati in Giordania nel 1970-71, conservavano una certa presa unicamente nel Libano. Perfino la crescente penetrazione militare sovietica in Egitto (trattato del 1971) e in Siria appariva, alla luce delle relazioni tra Mosca e Washington, più una garanzia di pace che una minaccia di guerra. Giunse pertanto in larga misura inatteso, nell'ottobre del 1973, lo scoppio della quarta guerra arabo-israeliana (cosiddetta guerra del kippūr). Egitto e Siria attaccarono contemporaneamente Israele: nella prima settimana furono gli Arabi a ottenere consistenti successi, ma in seguito gli israeliani condussero delle veementi controffensive. Quando fu accettata la tregua, il bilancio territoriale complessivo pendeva a favore di Israele, che era riuscito a occupare parte della riva occidentale del canale. Diversamente da quella del 1967, la guerra del 1973 aprì la strada a trattative di pace, iniziate a Ginevra nel dicembre dello stesso anno, dopo aver messo in crisi l'economia mondiale con l'embargo sul petrolio deciso dagli Arabi per i Paesi amici d'Israele e il rialzo del prezzo del greggio. Nel 1974, i risultati elettorali e la polemica sulle responsabilità militari e politiche emerse nel corso delle inchieste, ufficiali e di parte, concernenti la guerra fecero cadere il governo di G. Meir. La leadership governativa fu affidata all'ex generale Rabin, capo di Stato Maggiore durante la guerra del 1967, che nei primi due anni del suo mandato (1974-1975) sottoscrisse, con la mediazione del segretario di Stato statunitense H. Kissinger, accordi di disimpegno con le forze egiziane e siriane, in cui Israele si ritirava da tutti i territori conquistati nella guerra del kippūr. La situazione interna, intanto, rimaneva precaria: Rabin perse l'appoggio del Partito Nazionale Religioso e seguirono elezioni anticipate (17 maggio 1977). Dopo trent'anni alla guida del Paese la maggioranza laburista subì la sua prima sconfitta e la buona affermazione elettorale del gruppo di destra Likud portò alla formazione di un governo di coalizione con l'appoggio del Partito Nazionale Religioso, presieduto da M. Begin. Nonostante la clamorosa iniziativa di invitare a Gerusalemme (novembre 1977) il presidente egiziano as-Sadāt, che rompendo l'ostracismo arabo accettò l'invito e consentì così i primi contatti tra Egitto e Israele, il nuovo governo di coalizione ben presto confermò la prevista linea dura, occupando nel marzo 1978 il Libano meridionale a seguito degli attentati terroristici dei guerriglieri palestinesi. Si arrivò così nuovamente a una rottura dei rapporti con l'Egitto, ma le forti pressioni statunitensi sui due leader, as-Sadāt e Begin, portarono a un innegabile successo a Camp David, dove venne stilata una “cornice” di accordi di pace ratificati a Washington nel marzo 1979. Essi prevedevano l'istituzione di rapporti diplomatici ed economici tra i due Stati nonché il ritiro entro tre anni delle truppe israeliane dal Sinai (il processo di sgombero si concluse il 25 aprile 1982). Rimaneva aperta la questione relativa ai territori occupati di Gaza e della Cisgiordania, inasprita anzi dall'annessione (dicembre 1981) delle alture del Golan siriano. Il conflitto con i Palestinesi raggiunse nel 1982 il punto di massima tensione. Dopo i ripetuti attacchi (gennaio 1979, luglio 1981) contro il Libano, roccaforte della resistenza palestinese, Israele invase (giugno 1982) il Libano meridionale. I guerriglieri palestinesi dovettero abbandonare (agosto-settembre) Beirut; il 17 maggio 1983 fu firmato l'accordo israelo-libanese (abrogato dal Libano nel marzo 1984) con il quale si poneva termine allo stato di guerra tra i due Paesi e si stabiliva il ritiro dal Libano di tutte le forze militari straniere entro sei mesi (gli Israeliani ripiegarono verso S, attestandosi lungo il corso del fiume Awali).

Storia: dal governo d’unità nazionale all’assassinio di Rabin

Begin, da tempo duramente contestato, il 15 settembre 1983 rassegnò le dimissioni; l'incarico di formare il nuovo governo fu affidato al ministro degli Esteri Y. Shamir. Questi venne peraltro a trovarsi in grave difficoltà, il che portò alle elezioni anticipate (23 luglio 1984) e alla formazione di un governo di unità nazionale (laburisti e Likud), basato sul principio della rotazione della carica di primo ministro, assunta il 13 settembre 1984 dal leader dei laburisti S. Peres. Secondo l'accordo del 1984, nel 1986 la guida del governo passò a Shamir, mentre a Peres fu affidato il Ministero degli Esteri; nel frattempo (1985) fu attuato il ritiro delle truppe stanziate in Libano durante il 1982 (a eccezione di una “fascia di sicurezza” di quattro chilometri lungo il confine). Nel 1987 l'evoluzione della situazione politica in alcuni Paesi dell'Europa orientale preluse a un miglioramento delle relazioni internazionali, segnando la ripresa di contatti interrotti da due decenni. Alla fine dello stesso anno peraltro si aggravò la situazione interna, con il manifestarsi di un endemico stato di protesta popolare (Intifada) da parte dei Palestinesi dei territori occupati. Le elezioni parlamentari del dicembre 1988 non modificavano il quadro politico che vedeva riconfermata la difficile coabitazione governativa fra laburisti e Likud, che aveva mantenuto Shamir alla guida dell'esecutivo. Il processo di distensione consolidatosi fra le superpotenze favoriva quindi l'elaborazione pur vana di piani di pace di interesse regionale (bloccati spesso dal problema della rappresentanza palestinese), mentre da parte statunitense si avanzavano le prime critiche ad alcuni provvedimenti presi dall'amministrazione israeliana nei territori occupati (fra questi, i provvedimenti di espulsione), così come all'inserimento in essi dei profughi provenienti in numero crescente dall'Unione Sovietica o di altri coloni. In tale contesto l'invasione irachena del Kuwait e il conseguente scoppio della guerra del Golfo (gennaio-febbraio 1991), evidenziando le forti tensioni persistenti (risonanza presso le masse arabe del tentativo iracheno di legare le due situazioni, lancio di una quarantina di missili dall'Iraq su Israele con il pericolo di un'estensione incontrollabile del conflitto, ecc.) acceleravano durante il 1991 le spinte esterne per una soluzione negoziata definitiva dei contenziosi fra Israele, Palestinesi e Paesi arabi. Superato l'ostacolo della composizione della delegazione palestinese (senza la presenza dell'OLP), il governo israeliano quindi acconsentiva per la prima volta a partecipare a un'apposita Conferenza internazionale di pace sul Medio Oriente, che vedeva seduti allo stesso tavolo i rappresentanti d'Israele, Egitto, Giordania, Libano, Siria e Palestinesi. Apertasi nella sua prima fase a Madrid il 30 ottobre 1991, essa costituiva la premessa di rapporti bilaterali di rilevante valore politico fra Israele e Palestinesi. Dopo la crisi di governo determinata dall'uscita dalla coalizione conservatrice dell'estrema destra, decisa a boicottare i negoziati con i Palestinesi, le elezioni anticipate del giugno 1992 facevano registrare la vittoria del Partito laburista, che poneva alla guida del governo Y. Rabin. La premiership di Rabin veniva caratterizzata subito da una forte accelerazione del processo di pace. Il 13 settembre 1993, dopo mesi trattative segrete a Oslo tra Rabin e il leader dell'OLP ʽArafāt, in cui si giungeva al riconoscimento da parte del primo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina come rappresentante del popolo palestinese e da parte del secondo dello Stato d'Israele, veniva firmata a Washington la Dichiarazione dei Principi, che delineava il quadro per una soluzione graduale del conflitto. A questo faceva seguito, nel maggio 1994, l'accordo del Cairo sull'autonomia di Gaza e Gerico con il ritiro israeliano dalle due città. Sul fronte diplomatico, inoltre, erano da registrare il reciproco riconoscimento con il Vaticano (1993) e l'apertura delle relazioni ufficiali con il Marocco (1994). Dopo la firma del Trattato ad interim Oslo Due del settembre 1995 (come seconda fase di attuazione degli accordi di Oslo che prevedeva tra altro la nascita dell'Autorità Palestinese e della polizia palestinese ed elezioni palestinesi), il 4 novembre 1995 il primo ministro Y. Rabin veniva assassinato da un estremista di destra israeliano, al termine di una manifestazione di pace.

Storia: i governi dopo Rabin

Alla morte di Rabin subentrava alla guida del Paese il ministro degli Esteri S. Peres, che nel maggio successivo in occasione delle prime elezioni dirette del primo ministro veniva sconfitto da B. Netanyahu, leader del Likud, le cui posizioni nei confronti della questione palestinese suscitavano viva preoccupazione nella comunità internazionale. In effetti i primi cento giorni del nuovo premier si caratterizzavano per l'escalation di ostacoli sul percorso di pace: il 24 settembre 1996, la ventilata decisione di riaprire il tunnel sotto la spianata delle moschee, nella parte araba di Gerusalemme, provocava l'esplosione della rabbia palestinese che sfiorava l'innescarsi di una vera e propria guerra civile quando l'esercito palestinese, per difendere i dimostranti, rispondeva al fuoco israeliano. La dichiarata ostilità del nuovo premier Netanyahu a proseguire sulla strada tracciata dal precedente esecutivo, faceva temere un'interruzione dei rapporti diretti con ‘Arafāt e un conseguente blocco della trattativa. Ma nella nuova veste di diretto responsabile del governo del Paese, il leader del Likud doveva tenere conto anche delle pressioni internazionali e in particolare dell'alleato statunitense; per di più, anche nella sua contraddittorietà, il processo di pace era ormai andato troppo avanti e interromperlo bruscamente avrebbe potuto comportare conseguenze incontrollabili. In tale situazione Netanyahu adottava una linea di basso profilo, rallentando la trattativa e contestualmente metteva mano a scelte tese a saggiare la reattività palestinese, sperando, con ciò, di tacitare le posizioni più intransigenti interne alla sua compagine governativa. Netanyahu si mostrava comunque consapevole che il negoziato rappresentava l'unica possibilità di giungere a una reale stabilizzazione della regione e, agli inizi del 1997, nonostante la contrarietà di alcuni ministri, si incontrava con ‘Arafāt per risolvere la spinosa questione di Hebron, l'antica città dei Patriarchi cui i sostenitori della “Grande Israele” non intendevano assolutamente rinunciare. Mostrando una certa dose di pragmatismo, il premier israeliano concludeva con il leader dell'OLP un accordo che prevedeva il ritiro dell'esercito da gran parte della città e l'inizio del ridispiegamento delle truppe nelle zone rurali della Cisgiordania. Per quanto significativo, l'accordo su Hebron non rappresentava, però, una svolta definitiva dell'atteggiamento del premier israeliano nei confronti del problema palestinese. Subito dopo, anzi, egli concedeva il via libera alla costruzione di un nuovo insediamento ebraico nella parte araba di Gerusalemme. Si trattava di un gesto teso a tacitare le rimostranze dei suoi alleati, insoddisfatti dell'esito della trattativa su Hebron, ma esso finiva per suscitare la netta opposizione di ‘Arafāt e una dura presa di posizione dello stesso Ḥusayn di Giordania. Tuttavia, nell'ottobre 1998, grazie alla mediazione del presidente statunitense Clinton e di re Ḥusayn, Netanyahu e ‘Arafāt firmavano a Washington il “Memorandum di Wye Plantation”, che prevedeva, tra l'altro, il ritiro delle truppe israeliane dal 13,1 per cento del territorio. Le elezioni anticipate del maggio 1999 con una schiacciante vittoria del leader laburista E. Barak, rafforzavano le speranze di pace in Palestina. Questi ereditava una situazione difficile non solo sul già complicato fronte della politica estera, ma anche all'interno del Paese: grazie, infatti, al nuovo sistema elettorale (che prevedeva voti separati per la designazione del primo ministro e per le liste dei partiti), il suo personale successo non corrispondeva infatti a un'analoga affermazione del Partito laburista, che subiva anzi un'erosione di voti, mentre una quantità senza precedenti di formazioni politiche faceva il suo ingresso in Parlamento. Il voto confermava così la profonda spaccatura verificatasi già negli ultimi anni tra laici e religiosi, denunciando le smagliature del tessuto culturale e sociale, prima ancora che politico, del Paese, di cui Barak non poteva non tentare di ricucire la trama unitaria se intendeva rilanciare il processo di pace con qualche speranza di successo. In questo senso la necessità di godere del sostegno di una maggioranza più solida lo spingeva a formare un governo di coalizione in grado di coinvolgere esponenti del governo uscente e rappresentanti delle nuove formazioni politiche, molto tiepide nei confronti del processo di pace. Comunque, benché in parte frenato da dissensi interni al suo governo, proseguiva nel rilancio del dialogo su tutti i fronti dello scacchiere mediorientale. All'impegno preso nel luglio del 1999 di applicare gli accordi di Wye Plantation, disattesi da Netanyahu, Barak, ponendo fine a mesi di stallo nelle trattative, faceva infatti seguire nel settembre dello stesso anno la nuova intesa siglata in Egitto con ‘Arafāt, che definiva un calendario per l'attuazione degli accordi ad interim e l'avvio dei negoziati per lo status definitivo.

Storia: il Duemila

Fasi alterne incontrava d'altra parte anche il riavviato dialogo con la Siria, che comunque conduceva nel marzo 2000 alla storica decisione di ritirare le truppe israeliane dal Libano del Sud, resa esecutiva in maggio, mettendo fine a 22 anni di controllo di fatto. Tuttavia il successivo fallimento dei negoziati di pace (maggio 2000), ripresi sotto la mediazione statunitense, provocava con le elezioni presidenziali un rafforzamento della destra e del Likud, guidato da A. Sharon, ostile al piano di pace sostenuto da Barak. Ripresi, nel settembre-ottobre di quell'anno, gli atti di violenza, che venivano innescati come pretesto dalla passeggiata provocatoria di Sharon alla Spianata delle Moschee, ogni tentativo di mediazione degli Stati Uniti e del presidente egiziano H. Mubarak si rivelava vano e il conflitto fra Israeliani e Palestinesi (che davano il via alla seconda Intifada) esplodeva in modo sempre più violento, tanto che nel dicembre successivo Barak era costretto a dimettersi. Le elezioni anticipate del febbraio 2001 vedevano l'affermazione della coalizione di destra guidata da Sharon, che formava un governo di unità nazionale, comprendente anche alcuni laburisti come S. Peres, a cui veniva affidato il Ministero degli Esteri. Il clima di fortissima tensione tra Israele e i Palestinesi, comunque, si intensificava: in risposta ai numerosi attentati terroristici degli estremisti palestinesi l'esercito israeliano occupava nuovamente i Territori palestinesi, dove compiva dure e violente azioni militari mirate. Nonostante il drammatico numero delle vittime da parte di ambedue gli schieramenti, il negoziato ancora in corso non faceva registrare nessun concreto passo avanti in merito alla risoluzione della questione palestinese. Le elezioni anticipate del gennaio 2003 davano la maggioranza al Likud, che otteneva in termini di consensi, un rusultato storico, e penalizzava pesantemente i laburisti; un successo notevole lo otteneva anche la nuova formazione Shinui, un partito laico che si opponeva ai privilegi dei religiosi. Malgrado la schiacciante vittoria del Likud, lo scenario per la formazione di un nuovo governo si presentava complesso, fallivano infatti i tentativi di Sharon di formare un governo di unità nazionale insieme ai laburisti e dopo un mese veniva presentata una formazione che rappresentava i coloni, lo Shinui e l'Unione Nazionale; questa coalizione aveva però una maggioranza esigua in Parlamento. Nel corso dello stesso anno riprendevano i tentativi da parte della comunità internazionale di arrivare a una soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi; veniva così presentato un nuovo piano di pace, denominato "Road Map", elaborato da Stati Uniti, Unione europea, Russia e Nazioni Unite. Il piano prevede il ritiro di Israele dai Territori palestinesi occupati nel corso della seconda Intifada, la creazione di un nuovo Stato palestinese e la firma di un trattato di pace tra i due Stati. Il governo israeliano approvava la "Road Map", ma, allo stesso tempo decideva di costruire un muro lungo il confine con i territori palestinesi, per garantirsi maggiore sicurezza. La trattativa tra israeliani e palestinesi subiva perciò una nuova battuta d'arresto, mentre riprendevano sia gli attentati da parte degli estremisti palestinesi sia le incursioni militari degli Israeliani nei Territori. Nella prima metà del 2004 il conflitto veniva ulteriormente esasperato dalle operazioni militari con le quali l'esercito israeliano eliminava prima lo sceicco Ahmed Yassin, guida spirituale di Ḥamas, e poi il suo successore Abdel Aziz Rantisi. Nel luglio dello stesso anno, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava una mozione con la quale condannava la costruzione del muro e chiedeva ad Israele di conformarsi alla decisione della Corte internazionale di giustizia dell'Aja, che ne aveva precedentemente chiesto lo smantellamento. Pur decidendo di continuare la costruzione del muro il governo Sharon metteva a punto un piano di ritiro degli insediamenti di coloni da Gaza, che veniva approvato dal governo in ottobre. Nel gennaio 2005, in seguito a una crisi politica, Sharon varava un nuovo governo di unità nazionale con i laburisti. In seguito alla morte di ‘Arafāt (2004) e all'elezione di Abū Māzen alla guida dell'Autorità palestinese, Sharon, in febbraio, accettava di incontrare quest'ultimo a Sharm el-Sheikh, dove si impegnava nel piano di ritiro da Gaza e concordava una tregua con il leader palestinese e il rilancio della "Road Map". In agosto, tra le proteste dei coloni più oltranzisti, avveniva lo sgombero degli insediamenti di Gaza e di alcune colonie in Cisgiordania, che tornavano così ai Palestinesi. La decisione di ritirarsi dagli insediamenti di Gaza apriva profonde fratture in seno al Likud e al governo, per cui in novembre Sharon presentava le dimissioni al presidente della repubblica e annunciava l'intenzione di ritirarsi dal Likud, per correre alle elezioni anticipate con una propria formazione. Nel marzo 2006 si svolgevano le elezioni legislative anticipate, nelle quali si affermava Kadima, la nuova formazione politica voluta Sharon e guidata da E. Olmert. Successivamente il presidente affidava a Olmert l'incarico di formare il nuovo governo, in cui entravano anche i laburisti. Questo governo di coalizione ordinava in reazione al ripetuto lancio di razzi dal sud del Libano e alla cattura di due soldati israeliani da parte delle milizie di hezbollah, una massiccia offensiva di truppe di terra appoggiate da artiglieria e aviazione (luglio 2006). Le difficoltà incontrate nell'operazione a causa della resistenza di hezbollah e le tante pressioni internazionali, costringevano però Israele a fermare le operazioni e, dopo il dispiegamento di un contingente di pace dell'ONU (Unifill), a ritirare le proprie truppe (settembre 2006). Questo insuccesso politico-militare determinava una crisi nel governo e le dimissioni del capo di stato maggiore. A Gaza continuavano i lanci di razzi palestinesi e i pesanti raid dell'esercito che, insieme alla sospensione dei trasferiementi di fondi all'ANP, mettevano in ginocchio la già precaria economia nei territori occupati dando spazio alle posizioni più radicali di Ḥamas, che assumeva di fatto il controllo della striscia. Nel giugno del 2007 S. Peres veniva eletto presidente di Israele, sostituendo lo screditato M. Katsav (in carica dal 2000), inquisito dalla magistratura. In novembre il premier Olmert e il presidente palestinese Abū Māzen si incontravano ad Annapolis (USA) e stabilivano l'avvio di nuovi negoziati di pace. Nel maggio 2008 iniziavano le trattative indirette con la Siria grazie alla mediazione della Turchia: la destra israeliana accusa il governo di voler restituire le alture del Golan ai siriani. In giugno il governo firmava una tregua con Ḥamas, che si impegnava a cessare il lancio di missili nel sud del Paese in cambio di un alleggerimento dell'embargo su Gaza. In settembre Olmert si dimetteva e il presidente Peres incaricava Tzipi Livni, vincitrice delle primarie del Kadima, di formare un nuovo governo, la quale, senza riuscirci, optava per le elezioni anticipate. Il 27 dicembre l'esercito lanciava un'offensiva militare contro Hamas nella Striscia di Gaza, per contrastare il lancio di missili contro il suo territorio lanciati dai miliziani. Dopo quasi un mese di combattimenti che causavano la morte di più di mille palestinesi, le forze israeliane si ritiravano proclamando una tregua unilaterale. Nel febbraio del 2009 si svolgevano le elezioni per il rinnovo del Parlamento (Knesset), vinte da Kadima (centro) e dal Likud (destra), rispettivamente le formazioni politiche di T. Livni e B. Netanyahu, che in marzo varava un governo di coalizione. Accanto al Likud, grande successo elettorale per la lista Yisrael Beiteinu, espressione della destra più reazionaria e delle popolazioni di origini russe; il suo leader Avigdor Lieberman diventava nuovo ministro degli esteri della coalizione di governo. Nel settembre del 2010 riprendevano i negoziati diretti tra israeliani e palestinesi; al centro lo statuto per la città di Gerusalemme e il problema dei coloni. Nel marzo del 2012 con un'azione militare a Gaza l'esercito uccideva uno dei lider della resistenza popolare, Zuhir al-Qaisi; questo provocava una serie di lanci di razzi contro Israele, il quale rispondeva con attacchi aerei. Nel 2013 si tenevano le elezioni legislative e la conseguente formazione di un governo formato dall'alleanza di destra (Likud e Yisrael Beiteinu) e dal partito Yesh Atid, ma anche dai nazionalisti e dai liberali, escludendo i partiti ultraortodossi. Nel luglio del 2014, in seguito all'uccisione di tre ragazzi israeliani e alla tensione che si era accomulata durante i rastrellamenti per trovare i responsabili, iniziavano raid aerei sulla Striscia di Gaza e il lancio di missili verso il territorio israeliano, da parte dei guerriglieri di Hamas. Dopo vari tentativi falliti di tregua, l'esercito iniziava una vera e propria azione militare contro Gaza. In agosto, dopo giorni di combattimenti, veniva annunciato l'inizio di una tregua "illimitata" sottoscritta da Ḥamās, Israele e ANP grazie alla mediazione egiziana. Nell'ottobre del 2015 scoppiavano nuove tensioni ai confini con i territori occupati e a Gerusalemme.

Cultura: generalità

Israele è uno di quei luoghi, in senso non solo geografico, in cui il concetto di “cultura” assume in sé un numero di significati e valenze di straordinaria ampiezza. Un destino comune sembra essere toccato a questa terra, la Palestina, e al popolo (gli ebrei) che la abita: un destino in cui hanno prevalso il perpetuo movimento, il viaggio, il ritorno. In questo “centro del mondo” sono nate civiltà, religioni, lingue che, in una sorta di disegno provvidenziale, qui sono tornate nel Novecento. Ma la peculiarità che rende unico il melting pot israeliano è l'eredità culturale che gli stessi hanno assorbito nelle nazioni in cui hanno vissuto e che hanno portato con sé in Israele. Il risultato è uno scenario in cui si intersecano costumi, stili di vita, modelli e tradizioni artistiche, letterarie, musicali e da cui scaturisce una vita culturale multiforme e ricca. Se i punti di contatto restano la religione e la lingua (quest'ultima al centro di una forte riscoperta e valorizzazione, nella società israeliana), oggi è possibile ritrovare elementi di cui è arduo individuare con esattezza le radici: come testimoniano i libri degli autori letti in tutto il mondo, i film dei registi pluripremiati o le opere di pittori, scultori, architetti e musicisti ai vertici delle proprie discipline. Anche i temi trattati sono ormai realmente globali e affiancano i topoi con cui ogni artista, o meglio ogni ebreo, si confronta: dall'investitura biblica del popolo eletto alla diaspora, dall'Olocausto al sionismo ai rapporti con i palestinesi. Le maggiori istituzioni culturali del Paese sono altresì espressione massima della ricchezza culturale d'Israele: l'Accademia della lingua ebraica, autorità suprema per la lingua sorta nel 1953; il Teatro Habima, nato in Russia e considerato oggi la compagnia teatrale nazionale; il Museo d'Israele, in cui sono conservati, per esempio, i Rotoli del Mar Morto e quelli ritrovati nelle grotte di Qumrān; la Jerusalem Artists’ House, il cui ruolo nella promozione dei giovani artisti israeliani è centrale; il Museo di arte islamica, considerato tra i migliori al mondo. Una nota particolare va riservata, da un lato, allo Yad Vashem, noto come Museo dell'Olocausto, memoriale a ricordo dei milioni di vittime della Shoah, e dall'altro, ai luoghi sacri della tradizione religiosa cristiana, ebraica e musulmana: la basilica del Santo Sepolcro, la moschea della Cupola della Roccia e il Muro del Pianto. Di notevole importanza e qualità anche gli eventi culturali che si svolgono in tutto il Paese: tra i molti, il Festival di Israele, dedicato a musica, danza e teatro, il Festival internazionale di jazz di Eilat, il Karmiel Dance Festival. Sono infine 9 i siti israeliani inseriti dall'UNESCO tra i patrimoni dell'umanità: Masada (2001); la città vecchia di Acri (2001); la città bianca di Tel Aviv - il Movimento Moderno (2003); i tell biblici - Megiddo, Haẕor, Beer Sheba (2005); la via dell'incenso - le città del deserto nel Negev (2005); i luoghi sacri Baha'i ad Haifa e in Galilea occidentale (2008); il sito dell'evoluzione umana presso il Monte Carmelo: le grotte di Nahal Me'arot/Wadi el-Mughara (2012); le grotte di Maresha e Bet-Guvrin nel bassopiano della Giudea, come microcosmo della Terra delle grotte (2014); la necropoli di Bet She'arim: punto di riferimento del rinnovamento ebraico (2015).

Cultura: tradizioni

Il ritorno nella patria auspicata e profetizzata da Theodor Herzl, nell'incontro di ebrei polacchi, italiani, ungheresi, tedeschi, americani, yemeniti, significò, sotto un certo aspetto, il ritorno comune agli antichi valori ebraici intesi a ricostruire una nazione sulla vita e la fede dei padri. La fusione di tanta gente dalle origini diverse è stata difficile. Sulle vecchie generazioni ha fatto da catalizzatore la coscienza religiosa. Tradizioni uniche avevano diverse manifestazioni. Diverso il culto, la celebrazione delle feste, diverso il regime alimentare pur nel rispetto delle prescrizioni bibliche. La vita dell'ebreo è regolata dal Shulchan Arukh (tavola apparecchiata) di Yosef Karo. La Bibbia dice di “non passarsi il coltello sul viso e di non tagliarsi i capelli alle tempie” e l'ebreo ortodosso ha i capelli e la barba lunghi. Le nuove generazioni in parte hanno abbandonato questa rigidezza di interpretazione. Del tutto rispettata anche dalle nuove generazioni è invece la prescrizione della circoncisione, praticata su tutti i maschi all'ottavo giorno di vita. Con essa l'ebreo entra nell'alleanza di Abramo, cioè nella comunità israelita. Nel Paese la pratica è seguita anche dai musulmani. Abiti tradizionali ebraici non esistono. Ogni comunità si adegua alle tradizioni di origine. I giovani vestono alla foggia occidentale adattandosi alle esigenze del clima. La celebrazione delle feste segue il calendario ebraico. La festa della Pasqua è nello stesso tempo la festa della primavera e del pellegrinaggio al tempio. Nei kibbuzim con la Pasqua si celebra contemporaneamente la ricorrenza della rivolta del ghetto di Varsavia e la guerra di indipendenza di Israele, mentre con l'offerta delle prime spighe si sostituisce il pellegrinaggio al tempio e l'offerta dei primi nati delle greggi. La diversa celebrazione delle feste, con significati aderenti al tempo, segue tutto il corso dell'anno, scandendo la vita dell'ebreo ortodosso diversamente da quella dei laici dei kibbuzim. Dopo la riunificazione di Gerusalemme, il pellegrinaggio al muro del tempio è diventata la marcia su Gerusalemme. Per quattro giorni israeliani e israeliti provenienti da tutto il mondo camminano nei dintorni della città per ritrovarsi tutti nelle vie del centro nel tripudio della marcia finale. La solennità più importante del calendario ebraico è il “giorno del grande perdono” (Yōm Kippūr), giorno di digiuno totale e di meditazione. Il suono dello šōfār (corno di montone) ne segna la fine. La festa di Hānukkā, o festa delle luci, celebra la vittoria di Giuda Maccabeo e degli Asmorrei su greci e siriani. La lampada di Hānukkā, diversamente dalla menōrā (la lampada del tempio a sette bracci elevata a emblema dello Stato), ha otto o nove braccia in memoria di un'antica leggenda su un'ampollina del tempio che arse per otto giorni, tanti quanti ne bastarono ai sacerdoti per rifornirla di olio. Un mese prima di Pasqua si celebra la festa di Purīm in ricordo della regina Ester che convinse Assuero a risparmiare gli ebrei dallo sterminio. Essa è anche la festa dei giochi e della fine dell'inverno. Le antiche tradizioni sono massimamente rispettate anche nel sabbāt che non è solo giorno festivo settimanale, ma giorno di pace, di meditazione e di studio. Sulle tradizioni antiche si sono innestate le nuove celebrazioni, la maggiore delle quali è la commemorazione dell'indipendenza (5 di yar nel calendario ebraico, corrispondente agli ultimi giorni di aprile o ai primi di maggio), con balli popolari, canti e la tradizionale veglia sulla tomba di Theodor Herzl. La festa celebra la nascita dello stato d'Israele del 1948. Questa è la ricorrenza laica più sentita nel Paese, insieme alla già citata festa per la riunificazione di Gerusalemme, in cui si ricorda la vittoria nella Guerra dei sei giorni (giugno 1967) con il ritorno di Gerusalemme sotto la sovranità israeliana. Giornate celebrative sono dedicate anche ai martiri del nazismo e agli stessi combattenti per l'indipendenza. Molte tradizioni tuttavia sono conservate non più per spirito religioso ma per sentimento unitario di popolo. Altro elemento comune nelle celebrazioni è la cucina. Nelle feste sono d'obbligo piatti tradizionali, diversi per le varie comunità, ma sempre rispettosi delle regole bibliche, come la prescrizione di consumare pane azzimo nella settimana precedente la Pasqua, il divieto di mangiare carne di animali impuri (cavallo, gatto, maiale, cammello) e quello di mischiare le carni con i latticini (“non farai cuocere l'agnello nel latte della madre”); né va mangiato ciò che provenga da animale impuro.

Cultura: letteratura

Proprio alla prima ondata dell'immigrazione ebraica in Palestina vanno fatti risalire gli inizi della letteratura israeliana. Essa è caratterizzata (e in ciò differisce da quella neoebraica) dalla presenza di Israele come realtà storica, dove la secolarizzazione della vita ha cessato di costituire un pericoloso incentivo all'assimilazione, e la lingua ebraica, non più esclusivamente lingua dell'uso liturgico, è diventata vivo mezzo di espressione della vita quotidiana. Agli inizi del secolo, lo stanziamento ebraico in Palestina mise in evidenza la necessità di tutelare i valori essenziali del passato ebraico e la prima letteratura israeliana rispecchiò tale esigenza. Tra i romanzieri, il nobel per la letteratura Sh. Y. Agnon (1888-1970), specialmente in Ieri e prima (1912), celebrò la forza unificatrice dell'oggi con la tradizione, senza la quale anche il ritorno non è altro che esilio spirituale. La medesima tesi è sostenuta, sul piano storico, dall'opera narrativa di H. Hazaz (1897-1973). Eguale istanza per la composizione armonica dell'uomo con lo spirito della sua terra, antica e nuova, propone la poesia, che sulle orme di un Bialik, riscoperto meno vate e più poeta, cantò la rinascita dell'anima ebraica (Y. Fichman, 1881-1958: Rami, 1911); Y. Cohen (1881-1960: Poesie) continuò, invece, la maniera di Černichowski con minor slancio panico e in dimensione più familiare. Diverso e più essenziale fu il valore che Israele assunse nella letteratura pionieristica. Gli uomini che vennero con la seconda (1900-14) e specialmente con la terza ondata dell'immigrazione e “costruirono” il Paese erano determinati e sorretti nell'arduo compito da un'invincibile fede ideologica. Per essi, Israele fu la tesi e la misura del proprio sforzo, della propria volontà: l'antagonista da piegare e da vincere, per il trionfo dell'Idea, “malgrado tutto”, come scrisse Y. H. Brenner (1881-1921) facendone l'imperativo etico di tutte le sue opere (Tra due acque; Insuccesso e lutto; Esordio). Fu in tale spirito che Y. Lamdan (1899-1954) celebrò nel poema Massadah (1927) l'epoca del pioniere della terza ondata, dell'uomo che tutto può se vuole, che ritrova in se stesso la forza suprema della redenzione proprio quando ha attinto al più profondo della disperazione; e creò così il mito, misura della realtà. La poesia degli anni Trenta, assai varia nell'impostazione ideologica, fu tutta impegnata nel denunciare le carenze della realtà confrontata col mito; e presentò inoltre un'ormai decisa apertura alle contemporanee esperienze europee. U. Z. Greenberg (1894-1981), riallacciandosi all'eredità spirituale del passato, rinnovò l'afflato del profetismo antico sul modulo espressionista di Werfel (Il libro della diatriba e della fede, 1937). A. Shlonsky (1900-1973), pur movendo dal passato, lo secolarizzò in un fervido impegno laico e socialista di vita civile, riecheggiando forme di Blok e Majakovskij (Canti della rovina e della consolazione, 1938). D. Shimoni (1886-1956), invece, cercò l'armonizzazione del mito con la realtà di ogni giorno (Idilli, 1925-32). Nella prosa, scrittori di provenienza kibbuzistica impostarono il primo bilancio della loro esperienza di integrazione dell'individuo nella società (S. Reichenstein, 1902-1942: Genesi, 1943), e quindi di composizione del sempre più avvertito dissidio tra coscienza individuale e imperativi della vita collettivistica (N. Shaham). Individualistica, come già quella di Rachel (1890-1931), fu la lirica di Leah Goldberg (1911-1970: Anelli di fumo), sostanziata di elementi culturali europei, italiani inclusi. Più popolare e più accessibile la poesia politica di N. Alterman (1910-1970), personale reazione contro la sopraffazione dell'uomo da parte della storia. Si è ormai agli anni della seconda guerra mondiale, della lotta contro la potenza mandataria. Affiora già la generazione dei sabra, cioè dei nati in Israele. A differenza degli scrittori fin qui menzionati, i sabra non vissero l'esperienza dell'esilio o del pionierismo, bensì quella della realizzazione dello Stato e della guerra d'indipendenza. È significativo pertanto che proprio di fronte alla guerra il loro atteggiamento, lungi dall'essere apologetico, sia decisamente critico, impostato sul rapporto coscienza-dovere nel soldato, in cui l'uomo è insopprimibile (S. Yizhar, 1916-2006: I giorni di Ziklag); e che, nel rilassamento di tensione del dopoguerra, vedano lo svuotamento di ogni ideale. Il romanziere M. Shamir (1921-2004), che già si era preoccupato di saggiare la reale consistenza dell'educazione kibbuzistica, ritornò al passato per cercare in esso di che difettasse la generazione presente: la prospettiva di un futuro in cui credere, come l'ebbero i padri (Un re di questo mondo). Il sabra, infatti, sembra vivere nel provvisorio: ogni istante è prezioso perché può essere l'ultimo (come dice Y. Amihay, 1924-2004: Ora, e in altri giorni). Conclusione negativa che però era già in via di superamento alla vigilia della crisi del 1967 e della “guerra dei seigiorni”. Ha ripreso vita anche il teatro: accanto ad autori come A. Ashman, noto per i drammi Michel, figlia di re Saul (1941) e Questa terra (1943), N. Alterman, celebrato per Kinereth, Kinereth (1961) e Il processo di Pitagora (1966), ha rivelato autori di talento quali: Yigʽal Mossenson (n. 1917) con Nei deserti del Negev (1949), A. Meged (n. 1920) con Ghana Senesh (1958) e Genesi (1962), E. Kishon (1924-2005) con Il suo amico a corte (1951) e Tira via il tappo, l’acqua bolle (1965), N. Aloni (1926-1998) con Il più crudele di tutti è il re (1953) e La sposa e il cacciatore di farfalle (1967), impegnati in un teatro ispirato sia ai temi biblici sia ai problemi legati alla vita di Israele e ai temi sociali di una generazione alla ricerca di un'unità non più soltanto religiosa; e Y. Sobol (n. 1939), che sviluppa temi inerenti le radici spirituali di ebraismo e sionismo moderno, con retaggi pirandelliani (L’ultimo degli operai, 1981; La Palestinese, 1985). Nasce così la cosiddetta “doppia radice”, corrente che domina, più che uno scontro di culture, lo sviluppo di linee parallele. Accanto agli scrittori della generazione del Palmach, si sono affermati tra gli altri: Aharon Appelfeld (n. 1932), autore di racconti, romanzi, poesie, opere teatrali e saggi teatrali, che nonostante nelle sue opere abbia trattato i temi dell'Olocausto non si lascia inserire nella categoria dei sopravvissuti allo sterminio nazista se non con difficoltà; A. B. Yehoshua (n. 1936), forse il maggiore scrittore israeliano contemporaneo, autore di numerosi romanzi di successo, tradotti in tutto il mondo, come L’amante (1977), Il signor Mani (1990), Viaggio alla fine del millennio (1997), Il responsabile delle risorse umane (2004), oltre a diversi testi teatrali, racconti e saggi, tra cui spicca Antisemitismo e sionismo (2004); Amos Oz (n. 1939), la cui narrativa evidenzia diversi aspetti inconsci della natura umana, spesso letta attraverso la vicenda del popolo ebreo, autore di racconti sia per adulti sia per bambini: tra i più famosi, Conoscere una donna (1989), Lo stesso mare (1999), Una storia di amore e di tenebra (2002) e il saggio Contro il fanatismo (2003); anche D. Grossman (n. 1954) ha saputo dare alla propria letteratura un sofisticato taglio introspettivo salendo sulla ribalta internazionale nel 1988 con Vedi alla voce: amore (pubblicato nel 1986) seguito da altri romanzi di successo come Il libro della grammatica interiore (1991), Che tu sia per me il coltello (1998) e Qualcuno con cui correre (2000); Grossman ha testimoniato anche una forte sensibilità verso la questione israelo-palestinese, su cui ha scritto, tra gli altri, Il vento giallo (1987), Un popolo invisibile (1992) e La guerra che non si può vincere (2003); e Meir Shalev (n. 1949), che a differenza dei primi si presenta meno impegnato e provocatorio, che ama la poesia, le leggende e soprattutto che ha un forte senso dell'humour. Altre figure di rilievo della letteratura contemporanea israeliana sono Nava Semel (n. 1954) e Uri Orlev (n. 1931). Per la poesia si ricordano, invece, oltre al già citato Yehuda Amihay, uno dei maggiori poeti israeliani della seconda metà del Novecento, ben radicato nella realtà del suo Paese, anche se la sua poesia si apre ad accenti universali che travalicano i confini di una cultura settoriale o nazionale, Nātan Zach (n. 1930), autore, oltre che di raccolte poetiche, anche di saggi, Meir Wieseltier e Israel Bar Kohav Berkovski.

Cultura: arte

Il territorio dell'attuale Stato di Israele, parzialmente coincidente con l'antica Palestina, possiede una fisionomia archeologica e artistico-monumentale complessa, legata alla sua situazione geografica e alle sue vicende storiche di regione aperta alle pressioni e alle influenze culturali delle antiche grandi civiltà mediorientali prima e dei popoli dominatori che vi si sono avvicendati poi (romani, arabi, ottomani). Le località di interesse archeologico di Israele, alla cui esplorazione è stato dato nuovo impulso dal 1948, hanno fornito reperti ricchissimi, in gran parte conservati al Museo Biblico e Archeologico di Gerusalemme. Al Neolitico risalgono gli strati più antichi della città fortificata di Gerico, uno dei più remoti stanziamenti umani organizzati (VIII millennio a. C.). Durante l'Età del Bronzo vi fiorirono le città munite dei Cananei (vedi Canaan), alle quali si sovrappose (Epoca dei Giudici, 1200-930 a. C.) lo stanziamento degli ebrei. Gli scavi di Gerusalemme, Hazor, Megiddo, Gezer, Lakis, testimoniano della vitalità artistica e del fervore edilizio del successivo periodo di pace (Epoca dei Re, 930-586 a. C.), durante il quale furono sensibili influenze egiziane, puniche, assire e babilonesi. Alla dominazione persiana (536-332) seguirono quelle dei tolomei e dei seleucidi che segnarono l'ingresso di Israele nell'orbita artistica ellenistica, i cui caratteri occidentali si accentuarono nel periodo della dominazione romana (63 a. C.- 324 d. C.). L'influsso stilistico romano, documentato dalle imponenti costruzioni erodiane (a Gerico, Masada, Herodion), lasciò una traccia duratura, cui si sovrapposero elementi d'origine siriana e nabatea, nell'architettura delle sinagoghe ebraiche tra il sec. II e il VI (a Cafarnao, Bet Alpha, Bir Ham, Bet She' arim) e nella necropoli di Bet Shearim (sec. II-IV). Vi si affiancò, dopo la restaurazione della sovranità dell'Impero d'Oriente, l'edilizia sacra in stile bizantino (Heptapegon, Tiberiade, chiesa della moltiplicazione dei pani e dei pesci; Betlemme, basilica della Natività; chiesa di Hebron; sec. V-VI). La conquista e la dominazione araba sul territorio di Israele (640-1099) coincisero con l'importazione della cultura e dell'arte islamica (a Gerusalemme, la Cupola della Roccia detta erroneamente moschea di Omar, sec. VII, la moschea al-Aqsa del sec. XI, e più tardi numerose scuole teologiche dei sec. XIII-XV; a Gerico, Khirbat al-Mafjar, palazzo califfale, sec. VIII), mentre alla conquista dei crociati (1099-1291) seguì un'imponente fioritura di monumenti romanici: fortezze (Montfort, Atlit, Safed, Cesarea) e cattedrali nei Luoghi Santi (Gerusalemme, Santo Sepolcro; Nazareth, santuario dell'Annunciazione; Acri, cripta di S. Giovanni). Del successivo dominio ottomano (1517-1831) restano architetture a Gerusalemme (Porta di Damasco), Tiberiade (Fortezza, sec. XVIII), San Giovanni d'Acri e Giaffa (fortificazioni, sec. XVIII). § La colonizzazione ebraica che venne intensificandosi durante i primi cinquant'anni del sec. XX e soprattutto la fondazione dello Stato di Israele sono gli avvenimenti che hanno determinato la nuova fisionomia del territorio: l'urbanizzazione procede, dalla fondazione delle colonie agricole (Kaufmann, colonia agricola circolare di Nahahal, 1921), all'organizzazione di imponenti complessi urbanistici cittadini, particolarmente dal 1950 in poi, secondo moduli di tipo internazionale, sebbene non siano mancati tentativi di recupero di tradizioni locali ed ebraiche; tra le realizzazioni più importanti l'Università ebraica (1954-60; architetti Sharon, Brutzkus, Yashi, Powsner, Zalkind, Rau, Reznik, Varmi), il Palazzo dei Congressi, il Santuario del Libro (1962-65; architetti Kiesler e Bartos) a Gerusalemme; il Centro culturale Lessin, l'Ospedale Beilinson (architetto Sharon) e l'auditorium Mann a Tel Aviv; l'Istituto idroterapico del Technion e il Centro di rieducazione per ciechi, le unità d'abitazione al monte Carmelo, l'Istituto di fisica Einstein, l'auditorium Churchill ad Haifa; il Centro civico a Beer Sheba. Nell'ambito di una cultura artistica internazionale si inseriscono anche le correnti nazionali di pittura e scultura contemporanee, nelle quali confluiscono le esperienze delle avanguardie europee attraverso l'opera dei molti artisti immigrati: tra le personalità più significative, Y. Streichmann (1906-1993), pittore astratto, prima, poi informale; Y. Zaritski (1891-1985), giunto in Palestina nel 1923, pioniere della pittura non figurativa; A. Stematsky (1908-1989), espressionista lirico; M. Castel (1906-1991), M. Janco (1895-1984), padre del dadaismo a Zurigo con T. Tzara e J. Arp e fondatore del villaggio di artisti Hein Hod, insieme a M. Mokady (1902-1975); il suggestivo pittore realista Mordechai Levanon (1901-1968). Tra gli artisti della generazione successiva, si segnalano i pittori Y. Agam (1928), Gal Weinstein (1970) e Micha Ullmann (1939), gli scultori D. Karavan (1930) e Yehiel Shemi (1922-2003), tutti di riconosciuta fama mondiale. Vanno infine ricordati M. Kadishman (1932-2015), il video-artista Sigalit Landau (1969), i pittori naïfs Angela Seliktar (1919) e Shalom di Safed (1895-1980).

Cultura: musica

La profonda diversità dei luoghi di provenienza che caratterizza la popolazione del Paese non ha consentito lo sviluppo di autonome forme di espressione musicale israeliane, se si eccettua un generico recupero di formule musicali di base, rimaste inalterate all'interno delle comunità ebraiche nel corso della diaspora. Più che nelle grandi città, di tipo occidentale e cosmopolita, si è venuto tuttavia creando nei piccoli centri agricoli un nuovo repertorio di canti e manifestazioni originali, propriamente israeliani. I compositori contemporanei seguono comunque le varie correnti occidentali del nostro tempo; si ricordano P. Ben-Haim, R. Haubenstock-Ramati, M. Avidom, J. Tal, H. Brün ecc. Tra i direttori d'orchestra, diversi sono i nomi di ormai assoluto livello che hanno diretto o dirigono le più importanti orchestre mondiali: su tutti Daniel Barenboim (n. 1942), che ha lavorato con i Berliner Philarmoniker, i Wiener Philarmoniker e l'Israel Philarmonic Orchestra; dal 2006, inoltre, è “Maestro Scaligero” del Teatro alla Scala di Milano, oltre a essere attivo come scrittore e divulgatore di un nuovo approccio didattico verso i giovani che contempli l'educazione musicale quale strumento imprescindibile di formazione personale e culturale, in particolare in vista della crescente diffusione del multiculturalismo e della multietnicità; da ricordare anche Elihau Inbal (n. 1936) e Daniel Oren (n. 1955). La struttura musicale israeliana è assai efficiente, ricca di orchestre (fra cui l'Orchestra Filarmonica d'Israele che ha sede a Tel Aviv ed è reputata uno dei maggiori complessi artistici del mondo), teatri, cori, conservatori e istituti musicologici (fra cui emerge il Conservatorio e Accademia di Musica d'Israele, che ha due sedi, l'una a Tel Aviv e l'altra a Gerusalemme). Non solo la musica colta annovera artisti apprezzati. La violinista hip-hop Miri Ben-Ari (n. 1978), che ha vinto il Grammy Award nel 2005, suona uno strumento classico al servizio dei generi più moderni (collabora, infatti, regolarmente con artisti della scena pop e jazz), alla ricerca di una sintesi musicale che può definirsi universale. Altra artista che ama le commistioni e la musica senza categorizzazioni è Orit Orbach, che, con il suo ensemble formato da cinque musiciste, nelle proprie performance in tutti i continenti riesce a integrare musica klezmer, latina e rock.

Cultura: danza

Per quanto le prime testimonianze di un'attività di danza teatrale nel territorio dello Stato d'Israele risalgano agli anni Venti e Trenta del Novecento, solo nel 1949, con la fondazione della compagnia Inbal (divenuta poi Compagnia Nazionale) da parte di Sara Levy Tanai, si assiste alla nascita di un ensemble professionale dotato di un proprio distinto stile, nato dalla fusione di caratteri orientali e occidentali; nel neonato Stato di Israele il modernismo – in particolare, grazie ai fitti scambi con gli Stati Uniti, quello di ispirazione grahamiana – trovò fertile terreno di coltura: nacquero diversi gruppi e artisti di prestigio visitarono il Paese, suscitando nuove energie. Nel 1964 Betsabee de Rothschild, studiosa e mecenate della danza, fondò a Tel Aviv la Batsheva Dance Company, primo esempio di compagnia di danza moderna del Paese. Nel 1967, sempre su iniziativa della de Rothschild, iniziò la propria attività anche la Bat-Dor Dance Company (il termine in ebraico significa “contemporaneo”), formazione meno rigidamente legata all'eredità teorica di Martha Graham e più aperta alle commistioni fra classico e moderno. Nel Paese operano anche il Balletto d'Israele, fondato nel 1968, con sede anch'esso a Tel Aviv e con un repertorio che spazia dai classici della tradizione agli autori del balletto contemporaneo e la Kibbutz Dance Company, le cui performance di danza moderna riscuotono consensi anche fuori dai confini nazionali.

Cultura: cinema

Non bisogna confondere le storie del cinema ebraico e del cinema yiddish, molto complesse e ospitate in molti Paesi, con quella del cinema israeliano che invece è ben localizzata e recente. In ogni caso è posteriore al 1948 e anzi, se si fa eccezione per Collina 24 non risponde (1955) del britannico Th. Dickinson, distribuito anche in Italia, si è sviluppata solo negli anni Sessanta, sulla base di una serie di commedie folcloristiche di carattere locale, dovute in gran parte al prolifico produttore-sceneggiatore-regista Menahem Golan (1929-2014), oppure di melodrammi sentimentali diretti da Moshe Mizrahi (1931) che, dopo essere apparso per due volte al Festival di Cannes (nel 1972 con Ti amo, Rosa e nel 1974 con Padre di figlie), finì per vincere un Oscar nel 1978 col film francese La vita davanti a sé. Di autenticamente israeliano c'è stato ben poco, se si eccettua qualche sensibile documentario (per esempio di Yoel Lotan sui kibbuzim) o qualche exploit d'avanguardia come il dramma surreale Floch (1972) di Dan Wolman. Proprio quest'ultimo è tuttavia alla testa di una nouvelle vague a cavallo degli anni Settanta e Ottanta: un cinema giovane, di qualità, che della società israeliana dà finalmente un ritratto critico, rivolto sia al passato (le promesse dei “padri fondatori”), sia al presente (quelle promesse tradite o stravolte). Oltre al film di Wolman appartengono alla tendenza innovatrice Fucile di legno di Ilan Moshenson, che egualmente evoca il clima dei primi anni di indipendenza, Cavallo di legno di Yaky Yosha e Transito di Daniel Wachsman, centrati anch'essi sulla differenza tra il sogno d'Israele e la cruda realtà. La difficile convivenza tra palestinesi e israeliani ha determinato e condizionato inevitabilmente il miglior cinema israeliano degli anni Ottanta. Accanto a opere come Oltre le sbarre (1984) di U. Barbash, Il sorriso dell’agnello (1985) di S. Dotan, Finale di coppa (1991) di E. Riklis, va ricordata l'opera di Amos Gitai, il più personale tra i cineasti nazionali, costretto a vivere per molti anni in Francia per le sue posizioni fortemente critiche nei confronti del governo, di cui si ricordano: Bait (1980), Esther (1986), Kedma (2002), Promised Land (2004), Disimpegno (2007). La crescita della qualità e dell'interesse per le produzioni israeliane è dimostrato dai riconoscimenti che negli anni Duemila le rassegne internazionali hanno tributato loro. Inoltre, rilievo internazionale acquista anno dopo anno l'International Haifa Film Festival, che ha sempre miscelato sapientemente le opere prime dei giovani israeliani con l'omaggio ai capolavori della cinematografia mondiale.

Cultura: spettacolo

Le prime rappresentazioni teatrali negli insediamenti ebraici della Palestina risalgono al 1880, dapprima date in privato e poi anche in pubblico da gruppi di dilettanti. Nel 1923 si costituì il Teatro ebraico, nel 1925 il Teatro della terra d'Israele; nel 1925 iniziò l'attività del teatro Ohel (La tenda), creato da Moshe Halevi sotto gli auspici della Federazione del Lavoro (Histadruth) per rappresentare testi a carattere popolare e sociale. Nel 1928 arrivò per la prima volta in tournée la compagnia dell'Habimà (La scena), già attiva a Mosca dal 1918, che si stabilì definitivamente in Palestina nel 1928, aprì un proprio teatro a Tel Aviv nel 1931 e divenne Teatro Nazionale nel 1958. Dal 1928 al 1954 operò anche il teatro satirico Maṭʼaṭe' (La scopa). Infine, nel 1944 Yoseph Millo aprì il Teatro Kameri (Teatro da camera), il più legato alle esperienze del teatro occidentale. Habimà, Ohel e Kameri sono rimaste le maggiori istituzioni teatrali di Tel Aviv anche dopo la costituzione dello Stato d'Israele; a essi si sono aggiunti, dal 1961 il Teatro Municipale di Haifa, dal 1964 il Teatro della Comunità di Kiriyat Hayim, il Teatro Gesher, rivolto soprattutto al pubblico di origine russa e dell'Europa dell'Est, il Teatro di Be'er Sheva', con sede nella città nel sud del Paese e ricco di produzioni originali, il Teatro Khan, una compagnia che effettua i propri spettacoli a Gerusalemme, all'interno di un ex bagno turco. Molti di questi, inoltre, effettuano anche numerose tournées nelle città minori e nei kibbuzim.

Cultura: religione

La religione ebraica è fondata sulla “rivelazione”, registrata in un corpo di “sacre scritture” (sostanzialmente l'Antico Testamento, trasmesso al cristianesimo): qui, in una funzione culturale unitaria, confluiscono ciò che, secondo le nostre categorie, definiamo storia, letteratura, diritto, ecc. oltre che la teoria e la pratica propriamente religiose. Non ha senso per la cultura ebraica una distinzione categoriale del “religioso”, in quanto la sua storia è una “storia sacra”, così come “sacri” sono il diritto, la letteratura e ogni altro prodotto. La “sacralità” promana dal fatto che gli ebrei si sono affermati, come unità culturale distinta nell'ambiente semitico, quale popolo “eletto” da Dio, in una cosmologia che fa di essi un settore del mondo e non semplicemente una comunità nazionale. A questa formulazione cosmologica arrivarono per gradi. Con l'insediamento in Palestina l'antico Essere Supremo (Elohim: attributo generico di una potenza superumana, nelle lingue semitiche) si “personalizza” secondo i modelli religiosi locali (politeistici), assume il nome personale di Yahwèh e diventa il “dio poliade” di Gerusalemme e del regno. Tuttavia non sarà mai un “dio poliade” come gli altri: Yahwèh non si realizza soltanto con il culto ufficiale (sacerdozio templare) e con la “ragione di Stato” (regalità sacra), ma si realizza soprattutto per l'azione dei profeti (profetismo) che vogliono vedere nella “storia” ebraica una sua manifestazione diretta. Come gli dei politeistici sono immanenti ai rispettivi settori della “natura”, così il dio Yahwèh diventa immanente al popolo ebraico. È un primo passo verso la trascendenza. Questa si realizzerà con la disintegrazione dell'unità politica ebraica, ossia della forma in cui prima Yahwèh era contenuto. È appunto all'epoca dell'esilio babilonese che si trova la prima formulazione di Yahwèh nel senso pienamente monoteistico di un dio unico, universale e trascendente (Deuter.-Isaia). § La pratica cultuale è legata all'evoluzione “teologica”. Dal culto dell'Arca, risalente alla condizione nomadica, si giunge al culto del Tempio, che però è e resterà “unico” come “unico” è Yahwèh. La formazione di un complesso sacerdozio non prevede una funzione sacerdotale astratta dalla “storia” d'Israele, che è una manifestazione divina: oltre ai compiti, è precisata infatti la legittimità genealogica degli officianti (appartenenza alla tribù di Levi; discendenza da Aaron prescritta per il sommo sacerdote, ecc.). Il calendario festivo (di tipo agrario), adottato probabilmente dai cananei, diventa una commemorazione delle “vicende” del popolo ebraico, ossia delle “vicende” di Dio; l'inattività rituale del sabato corrisponde a un'“inattività” di Dio, come se ogni settimo giorno Dio si riposasse al modo con cui si era riposato dopo i sei giorni della creazione. Il nabi, ossia l'indovino presente nella pratica religiosa di tutto il Vicino Oriente, si trasforma nel “profeta”, colui per la cui bocca parla Dio. Ogni “operatore” importante è un inviato (o “unto”) di Dio. Donde l'idea del Messia (māšîaḥ, unto), in senso escatologico, quale manifestazione finale di Dio, di fronte alla quale non ha avuto alcun peso presso gli ebrei la formulazione di un'escatologia individuale.

Bibliografia

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