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Lìbano (Stato)

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(Āl Jumhūrīyah al Lubnānīyah). Stato dell'Asia sudoccidentale (10.400 km²). Capitale: Beirut. Divisione amministrativa: province (6). Popolazione: 4.140.000 ab. (stima 2008). Lingua: arabo (ufficiale), francese, inglese. Religione: musulmani (sciiti 34,1%, sunniti 21,2%), cattolici (maroniti) 23,4%, ortodossi 11,2%, drusi 7%, altri 3,1%. Unità monetaria: lira libanese (100 piastre). Indice di sviluppo umano: 0,796 (78° posto). Confini: Siria (N e E), Israele (S), Mar Mediterraneo (W). Membro di: Lega Araba, OCI e ONU.

Generalità

Situato tra l'estremo margine orientale del Mar Mediterraneo e i Paesi arabi un tempo occupati dagli imperi mesopotamici, percorso da due catene parallele di monti da cui prende il nome e tra le cui pieghe è nascosto il cuore fertile del Paese, occupato dalla fossa alluvionale di Béqaa, il Libano è stato per secoli una fiorente sede di traffici e commerci, nodo centrale di scambi tra le culture limitrofe e viatico di commistioni letterarie, religiose, economiche. Da qui partirono le navi fenicie, costruite con il legno dei cedri che ricoprivano il territorio e che ora resistono in poche centinaia di esemplari nella foresta dei “cedri di Dio”, Horsh Arz el-Rab; da qui si diffusero l'alfabeto lineare, poi esportato nell'antica Grecia, e si svilupparono la lavorazione del vetro e le tinture di porpora, espressione dell'eccellenza raggiunta dalle storiche città di Tiro, di Biblo (Jbeil), di Ba'labakk; su queste terre passarono gli eserciti persiani, l'armata di Alessandro Magno e le spedizioni romane, ancor prima che il Paese divenisse possedimento arabo e ottomano o fosse soggetto alle dominazioni francesi e inglesi del XX secolo; qui, infine, trovarono rifugio i seguaci delle più diverse confessioni religiose, dai maroniti agli ortodossi, dai drusi agli sciiti o ai sunniti, la cui rappresentanza in seno ai poteri pubblici è sancita dalla stessa Carta costituzionale. L'estrema eterogeneità, le stratificazioni culturali, l'importanza conferita all'istruzione e alla comunicazione nonché l'antica capacità commerciale accresciuta soprattutto in concomitanza con la presenza francese sul territorio fecero guadagnare al Libano l'appellativo di Svizzera del Medio Oriente, a testimonianza della centralità e dell'apertura rivestita tra gli Stati dell'area mediorientale. Tuttavia, il precario equilibrio risultante dai difficili rapporti con i Paesi arabi da un lato e Israele dall'altro, ha trasformato il Libano in un delicato teatro di tensioni geopolitiche i cui influssi destabilizzanti si ripercuotono su scala globale. Travolto dalle guerre civili che dalla seconda metà del Novecento imperversano sul territorio, il Paese è dunque alla ricerca di stabilità e pace, condizioni imprescindibili per la ripresa politica, sociale ed economica.

Lo Stato

Già possedimento dell'impero ottomano, mandato francese dal 1920, il Libano è diventato indipendente nel 1941. In base alla Costituzione del 23 maggio 1926 più volte emendata, il Libano è una Repubblica presidenziale. Capo dello Stato è il presidente della Repubblica che, eletto per 6 anni dal Parlamento, deve essere di religione cristiana maronita; egli condivide il potere esecutivo con il presidente del Consiglio, di religione musulmana sunnita, che è da lui designato, insieme agli altri ministri, con l'assenso dell'Assemblea nazionale. Il potere legislativo è esercitato dall'Assemblea nazionale; guidato da un musulmano sciita, l'organo è composto da 128 membri in egual numero cristiani e musulmani, eletti a suffragio universale diretto diretto. Il corpus di leggi in uso si basa su una commistione di vari elementi, dal sistema legale ottomano al codice napoleonico. La giurisdizione internazionale non è accettata. La giustizia è amministrata da quattro Corti di Cassazione, un Consiglio Costituzionale, un Consiglio Supremo. La pena di morte è in vigore. La difesa dello Stato è affidata all'esercito, alla marina e all'aviazione. Il servizio militare è obbligatorio, e si effettua tra i 18 e i 30 anni d'età; nel 2005 la sua durata è stata ridotta da 1 anno a 6 mesi per un periodo di due anni. È prevista la possibilità di prestare un servizio anche su base volontaria. L'istruzione dipende dal Ministero dell'Educazione Nazionale, pur essendo affidata in larga parte a un gran numero di scuole private di ogni livello. L'ordinamento scolastico prevede un ciclo quinquennale di studi primari, cui seguono 4 anni di scuola secondaria inferiore e 3 anni di secondaria superiore. L'insegnamento superiore si svolge in alcuni istituti e nelle diverse università del Paese tra cui l'Università statale del Libano (1953), le università Americana (1866), Araba (1960), cattolica di San Giuseppe (1881), tutte con sede a Beirut, l'Università maronita di Joûnié (1950) e l'Università di Balamand (1988). Il tasso di analfabetismo registrato nel Paese è del 10,4% (2007), un valore abbastanza contenuto se confrontato con il resto del mondo arabo.

Territorio: geografia fisica

Esteso dalle pendici occidentali dell'Antilibano (o Al-Jabal Ash-Sharqī) al Mar Mediterraneo, il territorio del Libano poggia su un antichissimo zoccolo cristallino, sul quale si andarono depositando sedimenti mesozoici (in particolare arenarie e calcari del Cretaceo); in seguito ai sommovimenti del Cenozoico, che determinarono la poderosa frattura siro-africana, si originarono nel Libano due pronunciate anticlinali – la catena del Libano a W, quella dell'Antilibano a E – tra cui s'interpose una ben marcata fossa. Alluvioni del Neozoico hanno colmato la depressione centrale dando origine a un'ampia valle, la Béqaa. La catena del Libano domina da vicino la costa, lasciando perciò esiguo margine alla pianura litoranea; articolata e protetta da una serie di promontori, la costa ha visto sin dall'antichità lo sviluppo di numerosi centri portuali. La catena del Libano forma un rilievo imponente specie a N, dove nel Qurnat as-Sawdā' tocca i 3083 m; essa scende al Mediterraneo con un pedemonte collinare, inciso da valli in genere ampie, mentre più brusco è il versante interno. Larga 10 km e più, la Béqaa corrisponde a una fascia pianeggiante, elevata in media 900 m, fitta di colture e ben irrigata, che si sviluppa per ca. 120 km nel cuore del Paese. La catena dell'Antilibano infine ha una morfologia in genere dolce, tabulare, e un andamento piuttosto discontinuo; si deprime nel tratto centrale, toccando le massime cime nella sezione settentrionale (Jabal Ouâdi Hajar, 2629 m) e soprattutto in quella meridionale con il monte Hermon (o Jabal ash-Shaykh, 2814 m), l'imponente massiccio che sovrasta i tavolati siriani da un lato, le colline della Galilea dall'altro. L'esiguità del territorio e la prossimità dei rilievi al mare impediscono la formazione di una rilevante rete idrografica. Inoltre i fiumi libanesi hanno in genere un regime torrentizio, traendo in gran parte alimento dalle piogge invernali. Dalla catena costiera scendono al Mediterraneo vari corsi d'acqua, brevi e precipiti, tra cui il fiume Kebir (che segna il confine con la Siria), l'Ibrâhim e il Beirut; bacini molto più estesi, nonché una meno accentuata incostanza di regime, hanno i fiumi della Béqaa, cioè il Litâni (Leonte), il principale fiume interamente libanese, che scorre verso S sfociando presso Tiro, e l'Aâssi (o Āṣī), l'antico Oronte, che volge a N, entrando presto in territorio siriano. Il Libano gode di un clima essenzialmente mediterraneo, contraddistinto da inverni miti e piovosi, da estati assai calde e asciutte; tale fondamentale carattere climatico è però alterato dalla marittimità, dall'altitudine, dai diversi influssi delle masse d'aria. In particolare il rilievo, parallelo alla costa, impedisce il passaggio delle masse d'aria umide del Mediterraneo, e l'aridità della Béqaa già preannuncia il Deserto Siriaco. Le piogge si aggirano nella pianura costiera sui 700-800 mm annui, ma si riducono a 400-500 mm nella Béqaa e sui fianchi dell'Antilibano, mentre sulle più esposte pendici occidentali della catena del Libano possono anche toccare i 2000 mm annui; alle alte quote non mancano, d'inverno, copiose precipitazioni nevose. L'escursione termica, non molto accentuata sulla costa (a Beirut la media passa dai 12-14 ºC del mese di gennaio ai 22-25 ºC di luglio), si accresce nell'interno dove però, oltre alla continentalità, esercita un importante ruolo anche l'altitudine; così a Rīyāq, a 908 m d'altezza, si hanno 4 ºC in gennaio e 20 ºC in luglio, e nella celebre stazione climatica e sciistica di Les Cèdres, a 1855 m, la media invernale si aggira sugli zero gradi, quella estiva sui 15 ºC.

Territorio: geografia umana

Abitato da popolazioni autoctone sin dal Paleolitico, il Libano vide già nel III millennio a. C. l'invasione e lo stanziamento di popoli semitici tra cui i Fenici, con i quali il Paese è entrato nella storia come grande nazione marinara. Le favorevoli condizioni ambientali influirono sul popolamento, che ebbe e ha tuttora densità assai superiori a quelle degli Stati vicini (398 ab./km²); il Paese fu inoltre demograficamente influenzato dall'aver costituito, nei periodi di più acceso proselitismo islamico, un sicuro asilo ai fedeli delle più svariate Chiese, cattoliche e ortodosse, nonché alle stesse minoranze arabe eterodosse, quali i drusi. Il forte incremento della popolazione si ebbe solo al termine della dominazione ottomana, prendendo soprattutto avvio negli anni che precedettero l'acquisizione dell'indipendenza. Così i 785.000 ab. del 1932 erano già quasi raddoppiati nel 1956, salendo in seguito sino a superare i 3 milioni, con un incremento annuo del 2,5%, peraltro eccessivo per l'economia del Paese (gravato per di più dal peso di ca. 500.000 profughi palestinesi). Lo stato pressoché permanente di guerra civile ha portato a un decremento della popolazione; con il progressivo normalizzarsi della situazione politica la popolazione è di nuovo aumentata fino a raggiungere gli oltre 3 milioni di ab. del 2000, con un tasso di crescita annua del 2%, che è dimezzato. a partire dal nuovo millennio. Data la confusa situazione si sono accresciuti i movimenti migratori interni, che vanno soprattutto a ingrossare la bidonville di Beirut, e quelli esterni. Nel periodo della guerra civile la diaspora libanese nel mondo fu continua verso Stati Uniti, Europa, America Latina, Australia e Paesi del Golfo. A questi vanno aggiunti i 150.000 cristiani fuggiti dal Libano a partire dal gennaio 1990, dopo che l'equilibrio politico tra cristiani e musulmani si era rotto a favore di questi ultimi. La maggior parte della popolazione è insediata nella stretta fascia costiera, dove si trovano le principali città; nelle zone rurali più favorite sotto il profilo climatico e pedologico la popolazione si concentra in grossi villaggi agricoli, mentre le zone aride della Béqaa e quelle montane sono quasi del tutto disabitate. Nel decennio successivo alla fine della guerra, interna ed esterna, che per una quindicina d'anni ha percorso il Libano producendo un netto calo della popolazione residente, sia per le morti, sia soprattutto per gli espatri, la situazione del Paese ha mostrato una tendenza piuttosto caotica alla ripresa, ma vi si possono ravvisare quasi intatte le condizioni strutturali che hanno reso possibile la catastrofica crisi libanese degli ultimi decenni del sec. XX. Innanzi tutto, la particolarissima composizione etnica e religiosa della popolazione: poiché mancano riscontri statistici affidabili (a riprova anche della relativa destrutturazione dell'apparato statale), si può solo fare ricorso a valutazioni secondo le quali, una metà apparterrebbe a confessioni cristiane, distribuite in un gran numero di gruppi, mentre l'altra metà è suddivisa principalmente fra musulmani sunniti, sciiti e drusi. Queste stime, tuttavia, non possono tenere conto in maniera adeguata dell'esodo di cristiani a partire dal 1990, da quando, cioè, il prevalere politico della Siria ha determinato un pesante riassetto degli equilibri istituzionali a tutto vantaggio delle componenti islamiche; né tengono conto della presenza di profughi palestinesi, variamente valutati fra 250.000 e 500.000 unità, a loro volta islamici (ai quali però, nel 1994, è stata rifiutata la residenza stabile nel Paese), e dei rifugiati iracheni stabilitisi soprattutto nei centri urbani a partire dal 2003. È possibile, insomma, che la proporzione per grandi gruppi religiosi veda oggi una buona maggioranza islamica. A questo si può aggiungere che il forte incremento naturale della popolazione (occorso soprattutto negli anni Novanta del XX sec.) sarebbe da imputare soprattutto alla popolazione islamica, che perciò tende ad aumentare in assoluto e in proporzione. Se si considera che una parte tradizionalmente maggioritaria delle attività economiche del Libano è gestita dai cristiani, e che cristiane sono le principali comunità all'estero (estremamente importanti per il Paese), sarà chiaro come il netto sbilanciamento politico a vantaggio delle componenti islamiche difficilmente potrà risultare soddisfacente a lungo; del resto, questa soluzione è stata dettata dal modificarsi di equilibri regionali, esterni al Libano, e dipende dal ruolo della Siria, poi ridimensionatosi nei primi anni del Duemila. È apparso evidente, tuttavia, ancora negli anni Novanta come già in precedenza, che la divisione religiosa ha mostrato un peso relativo, e sostanzialmente strumentale, all'interno della classe dirigente, composta da un ristrettissimo numero di famiglie dalle enormi risorse economiche, alle quali fanno capo quote più o meno ampie di popolazione: secondo le convenienze economiche, oltre che politiche, dei capi di quelle famiglie, alleanze interconfessionali si fanno e si disfano con una certa rapidità. In ogni caso, il problema di fondo del Libano dipende dalla sua posizione geografica in un'area di fortissime tensioni. Da un lato, il Libano costituisce da sempre lo sbocco al mare privilegiato della Siria o, per meglio dire, di quella parte del territorio siriano che fa capo a Damasco; è interesse basilare della Siria garantirsi la disponibilità di questo sbocco. D'altro lato, da quando il Libano è divenuto terra di rifugio per centinaia di migliaia di espatriati palestinesi e, più tardi, base di operazioni per una serie di gruppi armati anti-israeliani, il Paese è entrato a far parte di quella fascia di sicurezza che Israele ha costituito intorno al suo territorio originario. Le vicende degli anni Duemila (ritiro delle truppe israeliane, prima, e nuova occupazione israeliana del Sud del Libano, nel 2006, a seguito della cattura di soldati da parte dei miliziani di hezbollah) si sono sommate alla consistente presenza militare siriana, soprattutto nella valle della Béqaa, protrattasi fino al 2005. In sostanza, il governo libanese, nonostante i tentativi, non ha praticamente mai avuto il pieno controllo del proprio territorio, ma è tuttavia chiamato ad affrontare i danni – materiali oltre che politici – provocati dall'azione di forze esterne, che hanno continuato a minare gravemente l'incisività della sua azione e le possibilità di ripresa del Paese. § La maggior parte dei libanesi (più dei quattro quinti della popolazione) è insediata nelle città. Unica metropoli è Beirut (che con l'agglomerato urbano accoglie più della metà della popolazione), centro commerciale e finanziario, sede altresì delle principali industrie del Paese; segue per importanza Tripoli, anch'essa vivace centro portuale, cui fa capo l'oleodotto proveniente dall'Iraq, mentre ruoli molto minori svolgono Saida (Sidone) e Tiro, le due prestigiose città fenicie. Nell'interno sono Zahlé, con una fiorente attività vitivinicola, e Ba'labakk, antico centro commerciale della Béqaa, che vanta uno dei più imponenti complessi archeologici del Medio Oriente.

Territorio: ambiente

In rapporto alle condizioni climatiche sulla fascia costiera è diffusa la macchia mediterranea, mentre sui rilievi sino ai 2000 m, si hanno formazioni boschive, con faggi, querce, abeti, pini, che a più alte quote cedono a magri pascoli. Le steppe infine occupano le aree più aride, particolarmente la Béqaa. Il cedro, simbolo nazionale, oggi è sempre più raro. Le principali specie di animali selvatici che vivono in Libano sono lo sciacallo, il lupo e la gazzella; passano inoltre per il Paese numerosi uccelli migratori. Deforestazione, erosione del suolo e desertificazione, causate dallo sviluppo urbano e da un'agricoltura intensiva, sono i maggiori problemi ambientali, a cui si aggiunge l'inquinamento della acque dovuto alle fuoriuscite di petrolio e ai rifiuti industriali. A Beirut è notevole l'inquinamento atmosferico. Il Paese è inoltre stato danneggiato anche a livello ambientale durante la guerra civile. Le prime aree protette nel Paese sono state istituite nel 1930 mentre un Ministero dell'ambiente è stato istituito solo nel 1993; attualmente le zone protette e le riserve naturali ricoprono lo 0,3% del territorio e comprendono anche un Parco nazionale, il Mashgara (Machgharah).

Economia: generalità

Grazie alla favorevole posizione geografica, alla tradizionale abilità e intraprendenza commerciale dei suoi abitanti, a una politica economica che mirava a privilegiare la libera iniziativa, a una legislazione assai compiacente nei confronti dei capitali esteri, il Libano si era imposto, sin dai primi anni dopo l'indipendenza, come la principale piazza finanziaria del Medio Oriente, il tramite ideale tra i Paesi industrializzati e gli Stati arabi. Ne era risultata l'estrema dilatazione del settore terziario (costituito principalmente da un centinaio di grandi banche e compagnie di assicurazione, naturalmente sostenute dall'afflusso di denaro straniero), mentre le strutture economiche nel complesso apparivano fragili: era ed è scarsamente valorizzata l'agricoltura, così come non è sufficientemente incentivato lo sviluppo dell'industria. Per quanto riguarda la distribuzione dei redditi, una profonda spaccatura separava la ristretta cerchia di ricchissime famiglie da una massa contadina e da un proletariato, anzi un sottoproletariato, urbano rimasti in condizioni estremamente arretrate. La lunghissima guerra civile ha causato al Paese danni ingentissimi e perdite umane non meno elevate (si stima che nel solo 1983 la produzione industriale sia diminuita del 40% e che negli anni successivi il potere d'acquisto si sia ridotto almeno dell'80%, con un aumento parallelo della disoccupazione fino al 50%) e ha lacerato – forse in modo non più ricostituibile – un tessuto sociale, politico, economico già segnato da divisioni gravi, cui la distinzione religiosa tra cristiani e musulmani aggiungeva un ulteriore e non meno determinante fattore di separazione. È stato travolto dalla catastrofica situazione politico-militare ogni settore dell'economia libanese, che pure nei primi anni della guerra civile aveva saputo mantenere in qualche modo attive le sue tradizionali funzioni finanziarie e commerciali e in cui non erano mancati sforzi tesi alla ricostruzione delle infrastrutture e del patrimonio edilizio, nella prospettiva di una ripresa delle attività produttive, che facevano del Libano uno Stato relativamente evoluto all'interno del mondo arabo. In una realtà di guerra senza quartiere, una anche precaria “normalità” della vita civile (e quindi economica), come quella faticosamente gestita nella seconda metà degli anni Settanta, si è dimostrata pressoché impossibile per tutto il decennio seguente: solo con gli inizi degli anni Novanta e con la pur difficile normalizzazione che si è avviata con il passaggio del Paese sotto la “protezione” siriana, sono stati percepiti sintomi di ripresa. Grazie alle rimesse dall'estero e al ritorno degli investitori esteri, soprattutto nel settore turistico e nell'edilizia, il PIL ha registrato un aumento annuo costante e l'inflazione è stata ricondotta a valori accettabili. Il reddito medio della popolazione è risultato però piuttosto basso, al di là di sperequazioni assolutamente abnormi, così come il disavanzo dello Stato è rimasto gravissimo, anche se il ripreso controllo delle dogane e del sistema fiscale ha poi teso a farlo migliorare; la bilancia commerciale ha visto le importazioni prevalere di 10 volte sul valore delle esportazioni; un quarto della popolazione viveva in condizioni precarie, in campi profughi, in edifici pericolanti abbandonati dopo la guerra o nella periferia urbana di Beirut, alle prese con tassi di disoccupazione elevatissimi, in assenza di erogazione dei servizi essenziali. Allo stesso tempo, le emissioni del debito pubblico sono state collocate interamente e in brevissimo tempo e per il 60% all'estero: il Libano ha dimostrato così di riscuotere una certa fiducia internazionale e soprattutto di poter fare affidamento almeno sulle riserve delle comunità nazionali all'estero, ma si è esposto anche alle manovre speculative, come è accaduto sul finire del 1992 e poi di nuovo nel 1995, in concomitanza con i passaggi più delicati della vita istituzionale del Paese. Va considerata, a questo riguardo, l'importanza della rete di interessi che lega i grandi gruppi finanziari (e familiari) libanesi con una serie di corrispondenti all'estero, in grado di mobilitare risorse ragguardevoli. Considerazione che va fatta anche a proposito degli investimenti infrastrutturali, che hanno rappresentato negli anni Novanta del Novecento la principale destinazione dei finanziamenti pubblici: dalle commesse (1993) per singoli grandi lavori pubblici – il ripristino della rete telefonica, la costruzione di una autostrada Beirut-Damasco, l'apertura di una linea ferroviaria costiera, la ricostruzione dell'aeroporto di Beirut – al varo (1994) di un piano denominato Horizon 2000, progetto organico di investimenti pubblici per l'ammodernamento delle infrastrutture del Paese, all'avvio della riedificazione del centro di Beirut (ancora 1994), quasi completamente raso al suolo durante la guerra. Quest'ultima operazione costituisce un buon esempio dell'intreccio fra politica e affari in Libano: l'appalto per i lavori a Beirut, infatti, è stato assegnato a una ditta che faceva capo ad al-Hariri, grande imprenditore, primo ministro dal 1992 al 1998 (e dal 2004-2004, assassinato nel 2005) e principale promotore dell'ondata di investimenti provenienti dall'estero. Una gran parte della dinamica economica del Libano nel decennio successivo alla guerra civile è stata vincolata ai movimenti finanziari internazionali, mentre decisamente carenti sono stati gli incentivi al rilancio dell'apparato produttivo e il sostegno alla spesa sociale. I principali sforzi del governo sono stati diretti proprio a consolidare le prestazioni macroeconomiche, nella convinzione che, stabilizzate quelle, sarebbe stato possibile ottenere una ripresa dell'economia produttiva. La crescita del settore edile ha effettivamente avviato un principio di ripresa nei comparti industriali correlati e nonostante la difficile situazione economica, i dati macroeconomici per il 1999-2000 rilevavano segnali di miglioramento con l'inflazione e la disoccupazione che avevano raggiunto valori sostenibili. Rilevante rimane, però, il lavoro sommerso. Nel 1999 il PNL libanese è stato di 15.796 ml $ USA mentre il PNL pro capite ha raggiunto i 3700 $ USA. Questo è stato possibile anche grazie all'intervento di Paesi donatori: il denaro concesso dalla Conferenza di Parigi II (2002) ha per esempio permesso di affrontare la questione della crescita del debito pubblico. Le buone prospettive di crescita dei primi anni del XXI sec., in particolare dei settori delle costruzioni, del commercio e dei servizi, hanno subito una battuta d'arresto prima nel 2005, in relazione al periodo di instabilità politica del Paese, durante il quale la crescita economica è stata pari a zero, poi in modo più drastico nel 2006, a causa del conflitto con Israele. Ingenti sono stati i danni diretti e indiretti anche di questa guerra. Con la Conferenza di Stoccolma del 31 agosto 2006 i Paesi Arabi (Qatar, Emirati Arabi, Arabia Saudita), Unione Europea e Stati Uniti hanno messo a disposizione i primi finanziamenti per affrontare la crisi e provvedere al sostegno umanitario. Con una disoccupazione che ha avuto un incremento vertiginoso, nel 2008 il PIL libanese è stato di 28.939 ml $ USA. I programmi di ricostruzione varati dal governo a inizio 2007 hanno stabilito alcune priorità: riforma sociale, avvio di un piano di privatizzazioni destinato in particolare al settore delle telecomunicazioni e a quello energetico, revisione dell'apparato fiscale, gestione degli aiuti internazionali garantiti nel corso della Conferenza di Parigi III (gennaio 2007).

Economia: agricoltura, allevamento, pesca

Il Libano è relativamente favorito quanto a possibilità idriche; la natura montuosa di gran parte del suolo però rende difficoltosa l'irrigazione. Prevale la piccola conduzione diretta, poco redditizia. I programmi di sviluppo predisposti dalle autorità hanno sempre destinato scarsi finanziamenti a questo settore che, se adeguatamente sostenuto, potrebbe incidere maggiormente sulla capacità produttiva del Paese. Tra le colture cerealicole primeggia il frumento, seguito da orzo, mais e sorgo, tutti destinati al consumo interno. I principali prodotti agricoli d'esportazione sono gli agrumi (soprattutto arance), quindi le mele, i cocomeri e le banane; tra le altre colture fruttifere primeggia la vite che, coltivata sino a 1500 m, dà buoni quantitativi d'uva, usata in parte per la vinificazione e in parte per produrre uva passa; buon rendimento danno anche le albicocche, le pesche, le pere ecc. Anche le patate e gli ortaggi (pomodori, carote, cavoli) hanno una buona diffusione. Tra le colture oleifere, oltre al prevalente olivo, si annoverano il girasole e le arachidi. Il tabacco infine è una discreta risorsa per i villaggi montani. I boschi sono ormai fortemente degradati; in particolare sono quasi totalmente scomparsi i famosi cedri del Libano. Come si è verificato per l'agricoltura, anzi in termini ancor più drammatici, il settore zootecnico ha subito danni enormi dalla guerra civile, benché l'allevamento del bestiame continui a rappresentare per la popolazione rurale un'attività complementare al lavoro dei campi. Prevalgono i volatili da cortile, gli ovini e i caprini; modesto è il numero dei bovini, data l'estrema esiguità delle aree a prato e a pascolo permanente, e del pari quello dei suini, come tipico del mondo arabo. Non molto praticata è la pesca, che ha sempre svolto un ruolo non rilevante nell'economia nazionale a causa della scarsa pescosità del mare; risulta comunque un'importante fonte di reddito per le regioni meridionali.

Economia: industria e risorse minerarie

Quanto al settore minerario, la cui posizione nel quadro economico è del tutto marginale, si hanno in pratica solo giacimenti di minerali ferrosi e rocce fosfatiche. La produzione di energia elettrica, non adeguata alle necessità del Paese, si basa prevalentemente su petrolio d'importazione. Solo grazie ai finanziamenti stranieri, in particolare di Francia e Italia, sono stati ripristinati gli impianti compromessi durante la guerra. La quasi completa mancanza di materie prime e l'insufficienza di fonti energetiche hanno lungamente ostacolato il sorgere dell'industria, che in pratica si è sviluppata solo con gli anni Cinquanta per lo più a opera di iniziative private, mentre non adeguatamente incisiva si è dimostrata la presenza statale. In un settore come quello industriale, già di per sé carente, la guerra civile ha provocato i maggiori danni; di certo molte fabbriche sono state definitivamente chiuse e quelle ancora funzionanti hanno vissuto un lento processo di ripresa, anche a causa dell'emigrazione della manodopera specializzata. Complessivamente comunque il settore contribuisce a un quinto del PIL. È in special modo deficitaria l'industria di base: oltre all'impianto siderurgico di Jbeil, che lavora il minerale estratto localmente, si hanno soltanto alcuni cementifici e due raffinerie di petrolio, una delle quali a Tripoli, sbocco – come si è detto – dell'oleodotto dall'Iraq, e l'altra a Saîda, dove fa capo l'oleodotto proveniente dall'Arabia Saudita. Più ampio è il ventaglio delle industrie manifatturiere, costituite però essenzialmente da piccole o medie aziende; vanta buone tradizioni il settore tessile, che ha i suoi punti di forza nel cotonificio e nel setificio, mentre più modesta è l'attrezzatura laniera e della iuta. Sono inoltre abbastanza rappresentate le industrie di trasformazione dei prodotti agricoli (zuccherifici, oleifici, conservifici, manifatture di tabacchi, birrifici, ecc.); si annoverano infine piccoli stabilimenti meccanici. Un ruolo di primo piano riveste l'industria delle costruzioni nell'ambito del settore e più in generale nel quadro economico del Paese.

Economia: comunicazioni, turismo e commercio

Millenario nodo di transiti e commerci tra Oriente e Occidente, il Libano aveva provveduto da tempo a fornirsi di una buona rete di vie di comunicazione, particolarmente stradali (su di esse tuttavia si sono concentrate le azioni belliche); più carente è il sistema ferroviario. Le principali arterie si sviluppano lungo la fascia costiera, collegando i maggiori centri libanesi; un tronco ferroviario, cui si affianca una superstrada, si dirama da Beirut sino a Damasco. Nel periodo prebellico era vivace il movimento del porto di Tripoli e ancor più quello di Beirut data la sua funzione di porto franco; l'attività portuale è stata però bloccata negli anni 1975-76 e anche successivamente (più di recente, nell'estate 2006). La capitale è inoltre servita dall'aeroporto internazionale di Khaldé (esso pure a più riprese chiuso al traffico e toccato dai bombardamenti israeliani del 2006). Le attività terziarie sono sempre state di gran lunga la struttura portante dell'economia libanese, specie per quanto riguarda le tradizionali attività finanziarie che facevano di Beirut il centro più importante del Medio Oriente: esse avendo comunque subito non meno degli altri settori la crisi prodotta dagli eventi bellici, in particolare per la distruzione delle infrastrutture e la fuga dei capitali delle grandi famiglie, sono state nel periodo immediatamente successivo il conflitto estremamente ridotte. Tuttavia il Paese ha ripristinato in pochi anni i servizi finanziari, in particolare il settore bancario e assicurativo, che ha registrato una crescita molto alta. Il permanere dell'estrema instabilità politica ha inoltre drasticamente ridotto, per non dire fatto cessare, i proventi del turismo, già floridissimo (prima del 1975 contribuiva per un quinto alle entrate valutarie del Libano) e protagonista di una certa ripresa a partire dalla metà degli anni Novanta del sec. XX. Uno degli obiettivi delle autorità è quello di ripristinare il transito di visitatori, attratti dal ricco patrimonio culturale, storico e archeologico. Cronico è il deficit della bilancia commerciale. Un tempo il passivo era ampiamente alleggerito dai depositi bancari dei capitali europei e americani e dalle rimesse degli emigrati, ma oggi sono fortemente diminuiti gli uni e le altre. Le importazioni, rappresentate in buona parte da petrolio, macchinari e veicoli, manufatti vari e generi alimentari, prodotti chimici e farmaceutici, provengono massimamente dall'Unione Europea (in particolare da Italia, Francia e Germania), oltre che da Stati Uniti e Cina; le esportazioni, tra cui un certo rilievo hanno ferro e acciaio, oreficeria, carta, materiale elettrico ed elettronico e prodotti agricoli, sono rivolte tradizionalmente verso Svizzera, Siria, Turchia e Paesi del Golfo Persico (Iraq, Emirati Arabi, Arabia Saudita).

Preistoria

Le industrie più antiche del Libano sono caratteristiche di varie fasi dell'Acheuleano e si ritrovano in diversi siti, come per esempio nei dintorni di Ras Beirut (Acheuleano datato a circa 600.000 anni e Acheuleano di tecnica Levallois), a Joubb Jannine nella valle del Litani (Acheuleano medio) e a Ras el Kelb, non lontano da Beirut. Il Paleolitico medio è ben rappresentato con livelli iniziali riferiti all'Amudiano e allo Yabrudiano (Adlun, vicino a Saîda), seguiti da complessi levalloiso-musteriani (Ras Beirut, Abu Halka vicino a Tripoli, Naamé vicino a Beirut, Ras el Kelb). La sequenza più completa è offerta dal grande riparo di Ksar Akil (Beirut), con depositi che iniziano con complessi levalloiso-musteriani, datati alla sommità a 44.600 anni da oggi, e con resti umani neandertaliani; seguono livelli di fasi antiche del Paleolitico superiore, da cui proviene una sepoltura, sormontati da diversi livelli dell'Aurignaziano del Levante, con datazioni comprese tra 32.000 e 26.000 anni da oggi; i livelli superiori contengono infine complessi epipaleolitici attribuiti al Kebariano. Questa facies, compresa tra 17.000 e 12.000 a. C., si ritrova in diversi altri siti, come per esempio nel riparo di Bergy vicino a Ksar Akil, dove è anche presente la fase successiva nota col nome di Kebariano geometrico (12.000-10.500 a. C.), e a Jiita (Beirut).

Storia: dalle origini alla guerra civile

Abitate e attraversate da diversi popoli e civiltà nel corso dei secoli tra cui fenici, egizi e romani, le montagne del Libano, note fin dall'antichità per le loro pregiate foreste, si rivelarono un sicuro rifugio per le minoranze etniche e religiose fin dagli anni immediatamente successivi alla conquista araba della Siria. Lungo i secoli l'area libanese seppe conservare un'autonomia più o meno ampia nei confronti delle potenze e dei sovrani che di volta in volta controllavano il Levante. L'emiro Fakhr ed-Dīn II fu colui che, nei primi decenni del Seicento, tentò di sviluppare compiutamente tale tendenza, appoggiandosi su alleanze favorite dall'appartenenza della maggior parte dei Libanesi alla religione cristiana: ma l'intervento massiccio del sultano ottomano frantumò il sogno di un Libano indipendente. Poiché nel 1831 l'emiro del Libano si era schierato a favore dell'Egitto, nel 1840 il ritorno dei Turchi condusse all'instaurazione di un governo diretto. I disordini sociali e religiosi scoppiati negli anni intorno al 1860 sollecitarono l'intervento delle grandi potenze, con in testa la Francia, nella sua qualità di tradizionale protettrice dei cattolici orientali. Dal 1864 al 1914 il Libano godette di uno statuto che gli assicurò una certa pace sociale e un sensibile sviluppo economico. Nel 1920 fu affidato in mandato alla Francia: la potenza mandataria legò all'area a maggioranza cristiana alcune regioni esclusivamente musulmane. Teoricamente indipendente dal 1941, il Libano dovette però disputare palmo a palmo l'esercizio della sovranità ai Francesi, desiderosi di mantenere il controllo del Paese. Soltanto nel 1946 i militari francesi andarono via. Nel 1948 il Libano partecipò alla guerra contro Israele, col quale concluse un armistizio l'anno seguente. Nel 1952 fu superata una difficile crisi interna: Bishārah el-Khūrī, dal 1943 presidente della Repubblica, dovette abbandonare il potere. Lo sostituì Camille Shamun con un programma moderatamente riformista. Nel 1958 l'equilibrio fra le diverse confessioni (consacrato da un patto del 1943) fu gravemente compromesso dall'ondata nazionalista filonasseriana che scuoteva allora il mondo arabo; si giunse alla guerra civile tra i sostenitori e gli avversari del presidente, per lo più musulmani. Per mantenere l'ordine Shamun chiese l'aiuto degli Stati Uniti che intervennero nel luglio, ma fu egualmente messo in disparte: le sorti del Paese furono affidate al generale Fu'ād Shehāb, che seppe restaurare un clima di fiducia. La crisi riprendeva a partire dal 1968, dopo la guerra dei Sei giorni (1967), a causa della presenza di consistenti nuclei di profughi e di guerriglieri palestinesi. Questa presenza poneva alla classe dominante libanese, in gran parte cristiana, una serie di problemi tra cui, fondamentali, quello dei rapporti con Israele e quello politico-sociale. La popolazione musulmana, per lo più povera ed emarginata, trovava nel nazionalismo progressista dei palestinesi un naturale alleato. Nel 1975 la crisi sfociava in una nuova, devastante guerra civile, che, conclusa l'anno successivo dall'intervento militare siriano e dalla creazione di una Forza araba di dissuasione, poneva in realtà le basi non solo per una radicalizzazione dei conflitti interni ma per la trasformazione del Libano in campo di battaglia per Siriani e Israeliani. Questi ultimi, appoggiati dalle milizie “falangiste” cristiano-maronite, procedevano a successive incursioni nel territorio libanese culminate nell'invasione del Libano meridionale del giugno 1982, in seguito alla quale i palestinesi in armi erano costretti a lasciare il Paese. Nel settembre 1982, l'assassinio del neoeletto presidente Beshir Giumayyil faceva nuovamente precipitare la situazione; incursioni nei campi profughi di Sabra e Shatila facevano migliaia di morti. La successiva elezione alla presidenza di Amin Giumayyil (fratello di Beshir) e l'invio a Beirut di una Forza multinazionale di pace (composta da Statunitensi, Francesi, Italiani e Inglesi) aprivano una nuova fase di tregua. I leader delle varie fazioni cristiane e musulmane accettavano di partecipare a una conferenza a Ginevra (1983), che non dava peraltro risultati apprezzabili; migliori esiti aveva la conferenza di Losanna (1984), che consentiva la nomina del primo ministro Rashīd Karāmeh, sunnita, che formava un nuovo governo composto dai leader delle principali fazioni e riuscì a varare un piano di sicurezza nazionale. Ritiratesi sia la Forza multinazionale di pace (1984) sia le truppe israeliane (a eccezione che da una “fascia di sicurezza” lungo il confine sud), il ruolo della Siria cresceva progressivamente: suo iniziale tramite erano le milizie sciite filosiriane di Amal (guidate da Nabil Berri), riuscite a estendere il proprio controllo territoriale con la repressione di ogni altro nucleo di potere, filoiraniano (Hezbollah) ma soprattutto palestinese (assedio dei campi di Sabra e Chatila, poi fino al gennaio 1988 di Bourj al-Barajneh). Scaduto il mandato di Giumayyil (settembre 1988) senza che il Parlamento fosse riuscito a eleggere un nuovo presidente, nel Paese si creavano due governi contrapposti, quello filosiriano del musulmano Selim el-Hoss (a Beirut Ovest) e quello del cristiano Michel Aoun (a Beirut Est), che nel marzo 1989 proclamava una “guerra di liberazione” dagli stranieri (siriani), provocando l'aumento della pressione militare della parte avversa e dei drusi sulla capitale. Dopo sei mesi di scontri la Lega Araba affidava a un Comitato trinazionale arabo (Algeria, Arabia Saudita, Marocco) l'incarico di elaborare un piano di pace; ciò portava a una tregua, durante la quale il Parlamento libanese, riunitosi a Ta'if (Arabia Saudita) per esaminare tale proposta, approvava un documento di intesa nazionale ed eleggeva presidente della Repubblica René Moawad, che veniva però ucciso in un attentato (novembre). Alla carica era allora eletto Elias Hraoui, che confermava a capo del governo Selim el-Hoss, secondo la scelta del predecessore; a causa del mancato riconoscimento delle nuove autorità da parte di Aoun, ulteriori scontri si verificavano a Beirut fra le stesse fazioni cristiane (gennaio-marzo 1990).

Storia: dalla seconda Repubblica al ritiro d’Israele

Dopo un emendamento della Costituzione (parità di seggi parlamentari fra cristiani e musulmani), il 21 settembre 1990 veniva proclamata la seconda Repubblica: l'atto sanciva il predominio e l'egemonia politica della Siria, il cui esercito nell'arco di un mese acquistava il controllo della capitale (con disarmo delle milizie), nel clima di relazioni internazionali favorevoli, indotto dalla posizione antirachena assunta nella contemporanea questione del Golfo. Nel dicembre dello stesso anno, due mesi dopo la resa del generale cristiano Aoun alle truppe siriane, al dimissionario el-Hoss subentrava Omar Karame (anch'egli sunnita) che formava un governo di unione nazionale. Fra l'aprile e il luglio 1991 la sovranità dello Stato giungeva infine a riguadagnare l'intero Paese a eccezione della cosiddetta “fascia di sicurezza” occupata dagli Israeliani. Tuttavia, gli scontri tra sciiti e Israeliani, la protesta popolare contro la crisi dell'economia e la corruzione del governo inducevano alle dimissioni (maggio 1992) Karame cui succedeva a capo del governo Rashid Solh, musulmano sunnita come previsto dalla Costituzione. Tra agosto e settembre dello stesso anno si tenevano nel Paese libere elezioni, dalle quali emergeva un Parlamento frammentato in numerosi gruppi, e solo alla fine di ottobre il primo ministro designato, il sunnita Rafik al-Hariri, presentava al presidente Hraoui il nuovo governo, nel quale era rispettata la regola costituzionale della pari rappresentanza di cristiani e musulmani. Ma la stabilità politica del Paese era comunque ripetutamente messa a dura prova per l'attivismo delle componenti anti-israeliane che contestavano violentemente il processo di pace voluto da ‘Arafāt con sanguinose manifestazioni nella capitale Beirut (settembre 1993), che diveniva teatro di nuovi attentati terroristici (dicembre). La radicalizzazione dello scontro politico coinvolgeva anche la componente cristiano-maronita la cui milizia, Forze libanesi, veniva sciolta (marzo 1994) dal governo con l'accusa di attentati. In particolare era proprio il leader di tale formazione, Samir Geagea, a essere incriminato per vari episodi, tra cui quello dell'omicidio dell'esponente politico cristiano Dany e della sua famiglia, avvenuto nel 1990. Frattanto anche il tentativo di rinnovare l'immagine della capitale Beirut, avviando la ricostruzione del suo centro, determinava lo sviluppo di roventi polemiche appuntatesi sul primo ministro, proprietario della società che aveva redatto il progetto: un episodio che veniva archiviato solo per l'intervento diretto del presidente siriano (dicembre 1994). Ma i più pressanti problemi del Libano erano quelli conseguenti alla radicale polemica dei gruppi fondamentalisti nei confronti del processo di pace tra Palestinesi e Israeliani. Ai sanguinosi scontri interni ai campi profughi palestinesi tra sostenitori ed avversari di ‘Arafāt (novembre 1994) si sommavano le frequenti azioni degli estremisti meridionali con il lancio di razzi verso i confini settentrionali di Israele. Proprio in risposta a un ennesimo attacco, lo Stato ebraico dava vita a una vasta ritorsione con massicci bombardamenti che, oltre a colpire per 16 giorni la parte meridionale ed orientale del Libano, si riversavano anche sui quartieri sciiti di Beirut, provocando centinaia di vittime. Sostanzialmente estraneo, se non per la posizione geografica, al problema israelo-palestinese e al dissenso di alcune frange minoritarie dell'OLP, il Libano continuava a pagare anche negli anni Novanta il prezzo di problemi non suoi, in una drammatica spirale di violenza abbattutasi in un territorio una volta fiore all'occhiello dell'intera regione. Nel 1995 veniva modificato l'art. 49 della Costituzione e veniva di conseguenza prorogato di altri tre anni il mandato presidenziale di Hraoui. Tale prolungamento era stato proposto dal primo ministro al-Hariri, e appoggiato dai dirigenti siriani, come elemento di stabilità necessario alla ricostruzione economica del Paese, mentre tra gli oppositori si schieravano molti rappresentanti del mondo politico che lo giudicavano anticostituzionale e antidemocratico. Nel frattempo si aggravava il conflitto nel Sud del Paese tra Israeliani e guerriglieri filo-iraniani; l'escalation delle violenze e degli attentati contro le truppe israeliane provocava un raffreddamento dei rapporti diplomatici tra Tel Aviv e la Siria, accusata di favorire le azioni della guerriglia islamica. Nel gennaio 1996 veniva riaperta la Borsa di Beirut, chiusa nel 1983 al culmine della guerra civile. Le consultazioni politiche della fine del 1996 rafforzavano la posizione politica del primo ministro, attribuendo la maggioranza dei seggi ai candidati a lui fedeli. Nel 1998 il Parlamento, all'unanimità, eleggeva nuovo presidente della Repubblica il generale Emile Lahoud, comandante supremo dell'esercito. Dopo il ritiro delle truppe israeliane dalla fascia di sicurezza del Libano meridionale (maggio 2000), le successive elezioni legislative assegnava nel settembre di quell'anno la vittoria alla coalizione dell'ex primo ministro Rafik al-Hariri che, passato all'opposizione nel 1998, ritornava quindi a ricoprire la carica di premier. Le operazioni di smobilitazione sono state segnate da numerosi scontri armati che hanno coinvolto le milizie sciite filoiraniane hezbollah, l'esercito del Libano del sud (ELS formato e sostenuto da Israele) e l'aviazione sionista. A seguito di questa situazione è giunta, nella regione, un contingente dell'UNIFIL (forza di pace dell'ONU), con il compito di sorvegliare i confini tra Libano e Israele e di aiutare il governo di Beirut a riprendere il controllo del territori. Nel 2003, in seguito alle pressioni americane sulla Siria, accusata di aver dato rifugio a esponenti del regime iracheno in fuga dopo la vittoria americana nella seconda guerra in Iraq, Rafik al-Hariri rassegnava le dimissioni, poi rientrate. L'anno successivo, con un emendamento alla Costituzione, il mandato del presidente Emile Lahoud, eletto nel 1998, veniva prorogato di tre anni. Nell'ottobre del 2004, in dissenso con questa decisione il premier Rafik al-Hariri rassegnava le dimissioni e il presidente nominava al suo posto Omar Karami. Nel febbraio 2005, in un attentato con un'autobomba, rimaneva ucciso Rafik al-Hariri. A quest'assassinio seguivano numerose manifestazioni di piazza che costringevano il governo alle dimissioni e chiedevano la sostituzione del presidente fiolo-siriano Lahoud. Successivamente il presidente tentò di riaffidare a Karami il compito di formare un nuovo governo, ma in aprile l'incarico veniva affidato al filosiriano Najib Miqati. Le elezioni legislative di giugno, le prime a svolgersi senza la presenza siriana sul territorio, ritiratasi dopo ventinove anni, venivano vinte dalla coalizione guidata da Saad Hariri, figlio del leader assassinato in febbraio: il sunnita Fuad Siniora otteneva l'incarico di formare un nuovo governo. Nel luglio 2006 in seguito ad attacchi missilistici sul territorio di Israele e al rapimento di alcuni militari israeliani da parte di hezbollah, il Paese veniva bombardato da Israele. Dopo un mese di guerra l'ONU votava una risoluzione (n° 1701), proposta da Francia e Stati Uniti, che prevedeva il cessate il fuoco, il ritiro dell'esercito israeliano dal sud del Libano, il rafforzamento della missione UNIFIL2 già presente nel sud del Paese e il disarmo degli hezbollah, Israele si ritirava dal territorio libanese. All'interno del Paese, intanto, la destabilizzazione portata dal conflitto aveva fatto riaffiorare gli antagonismi e le lacerazioni della politica e della società libanese. L'assassinio del ministro dell'industria Pierre Gemayel del novembre 2006 peggiorava ancora di più la situazione, allontanando una possibile intesa tra la maggioranza e l'opposizione (Hezbollah, movimento sciita Amal e movimento Aoun). Nel 2007 scadeva il mandato del presidente Lahoud, ma le parti politiche non riuscivano a trovare un accordo per una nuova elezione, lasciando di fatto il Paese senza la presidenza. Nel maggio 2008 gruppi di Hezbollah e di Amal iniziavano scontri armati con l'esercito regolare nel centro di Beirut, ma a fine mese tutte le forze politiche libanesi riuscivano a trovare un accordo decidendo di eleggere presidente del Paese il generale cattolico-maronita Michel Suleiman. Nel giugno del 2009 si svolgevano le elezioni per il rinnovo del Parlamento, vinte dalla coalizione filo-occidentale guidata da Saad al-Hariri, che riceveva l'incarico di formare un nuovo governo. Nel luglio del 2010 moriva l'ayatollah Mohammed Hussein Fedlallah, leader degli sciiti libanesi. Dopo le dimissioni di al-Hariri, in seguito alle polemiche sulla responsabilità della morte del padre, nel gennaio del 2011 il sunnita Najib Miqati veniva incaricato di formare un nuovo esecutivo, presentato in giugno, dopo difficili negoziati. Approvato dalla influenza politica di Siria e Iran, il nuovo governo è dominato dal partito sciita Hezbollah. Nel 2014 Tammam Salam diventava primo ministro e presidente ad interim.

Cultura: generalità

Noto come la “porta dell'Oriente”, il Libano conserva nelle sue tradizioni i costumi dei popoli che l'hanno percorso e vi si sono stanziati: Fenici, Greci, Romani, Arabi, Turchi. I siti che l'UNESCO ha inserito nel patrimonio dell'umanità ne sono la migliore testimonianza: ‘Anjar (1984); Ba'labakk (1984); Biblo (1984); Tiro (1984) oltre alla Valle sacra e foresta di cedri (1998). Non a caso il dinamismo che oggi contraddistingue il Libano a livello letterario, artistico e architettonico ha origini antiche, e affonda le radici proprio nell'apertura che il Paese, attraverso il mare, ha sempre usato verso il Mediterraneo e le sue civiltà. La fine del XX sec. ha segnato la rinascita della letteratura di lingua araba, risultata per un certo periodo in secondo piano per la dipartita di molti intellettuali verso l'estero. Nella musica, i generi occidentali hanno affiancato e spesso reinterpretato la tradizione, soprattutto a partire dagli ultimi anni del Novecento, e costituiscono oggi una realtà in continua evoluzione, con produzioni che vanno dal jazz al rock all'hip-hop. Tra i protagonisti della scena vi sono la cantante Fairouz (n. 1935), che ha vissuto il proprio apice tra gli anni Sessanta e Settanta, ma resta una fra le più acclamate star contemporanee dell'intero mondo arabo, interprete proprio di quella particolare musica frutto della combinazione tra elementi arabi e occidentali, e Marcel Khalifé (n. 1950), musicista (celebre è il suo oud, il liuto arabo), docente e sostenitore di una sempre maggior commistione di stili e culture, che ha suonato in tutto il mondo e collaborato con le maggiori orchestre internazionali. In ambito artistico fra le maggiori personalità del Novecento libanese vanno annoverati Moustafa Farroukh (1901-1957), pioniere dell'arte moderna in Libano, e Alfred Basbous (1924-2006) scultore di fama internazionale. L'arte contemporanea vive anch'essa un rifiorire di scuole e artisti, dopo il buio della guerra. Tra i nomi più significativi Marya Kazoun (n. 1976), Salwa Raodash Shkheir, scultrice, Walid Sadek (n. 1966), artista e scrittore, Akram Zaatari (n. 1966), video artista. Per ciò che concerne l'architettura, l'influenza occidentale, a partire dalla fine del XX secolo, si è fatta assai sensibile soprattutto a Beirut, dove si sono venuti costruendo grandi edifici in vetro e cemento armato, come le sedi della FAO e dell'UNESCO, sorte nel secondo dopoguerra. L'architetto contemporaneo più influente e innovativo è senza dubbio Bernard Khoury (n. 1968), artefice di alcune delle opere che hanno contribuito a dare corpo a una nuova, ennesima, stagione della capitale.

Cultura: tradizioni

Paese di commerci e passaggi, il Libano si identifica in Beirut, dove costumi occidentali e arabi si mescolano indifferentemente. Qui si alternano suq e discoteche, bagni turchi e grattacieli, moschee e auto sportive, hijab e minigonne. La tradizione sopravvive nell'artigianato dei tappeti e degli abiti, delle armi bianche, degli ornamenti d'argento, dei cuoi lavorati, del rame e del legno scolpito. Se nei difficili anni della guerra civile e dell'invasione israeliana, erano quasi spariti, il teatro e le danze popolari, la fine del secolo, benché sia stata una fase tutt'altro che pacificata, ha visto una ripresa di queste forme, anche grazie al crescente interesse per i numerosi festival internazionali, soprattutto estivi, in cui tutto il mondo artistico libanese è coinvolto a fianco delle migliori compagnie e degli artisti stranieri più famosi: gli appuntamenti principali sono i Festival di Ba'labakk, Biblo e Beiteddine. La musica libanese si inserisce appieno nella più classica e antica tradizione araba in tema di origini e contaminazioni letterarie, di tipologie di strumenti, di armonie. In ambito gastronomico si può affermare che la cucina libanese sia particolarmente saporita. Il piatto nazionale è il Kubbe (carne tritata con grano pestato, cipolle e spezie, cotta al forno). Ogni pranzo ha per dessert lo yogurt. Tra le bevande, diffuso l'araq, liquore d'anice e uva. Nei caffè, dove si gioca molto a tric-trac, si beve anche il vino (Ksara e Musar). Tra i dolci, famosa è la torta nota come “corna di gazzella”, a forma di mezzaluna, che nel mondo arabo viene offerta agli ospiti in segno di deferenza. Tendenza recente è quella per cui, specie nei ceti borghesi, vanno diffondendosi sport e attività occidentali.

Cultura: letteratura

Di una letteratura libanese si può parlare dalla seconda metà del sec. XIX, poiché la produzione anteriore viene considerata, convenzionalmente, parte della letteratura araba generale. Fra i precursori della letteratura libanese moderna possono annoverarsi due scrittori cristiani, vissuti entrambi nel sec. XIX, Buṭrus Ibrāhīm Karāma (1774-1861) e Nikūlā Yūsuf at-Turk (1763-1829). Contemporanei dei due sono i musulmani Shaykh Amīn al-Giundī, noto per la sua poesia di carattere popolaresco, e Aḥmad al-Barbīr (1747-1811), giurista e autore di poesie a carattere religioso. Cristiani, anche se uno, Shidyāq, si convertì all'Islam, sono, nella seconda metà dell'Ottocento,le quattro personalità dominanti: Nāṣī al-Yazīgī (1800-1871), primo esponente della nahda (rinascenza), Aḥmad Fāris ash-Shidyāq (1805-1871), autore di molti articoli e opere lessicografiche, Marūn Naqqāsh (1817-1855), pioniere del dramma arabo, e Buṭrus al-Bustānī (1819-1883), l'uomo che ebbe un'importanza fondamentale come organizzatore di cultura. Il primo e l'ultimo di questi quattro scrittori appartengono a due famiglie, gli Yazīgī e i Bustānī, che hanno dominato culturalmente il loro Paese per parecchie generazioni. Degli Yazīgī sono da ricordare Khalīl (m. 1889), Wardah (m. 1924), entrambi poeti, e Ibrāhīm (m. 1906), filologo; dei Bustānī, Sulaymān (m. 1925), traduttore dell'Iliade, che non ebbe un grande successo nei Paesi arabi, Fu'ād Afram e Sālīm Buṭrus, figlio di Buṭrus, il capostipite della novella breve araba e primo a essere regolare collaboratore alla rivista al-Ginān fondata nel 1870 dal padre. Anche in Libano, come in tutti i Paesi arabi, il romanzo iniziò con il filone storico e poi sociale: inaugurato da Giurgi Zaidān (1861-1914), noto anche come storico della letteratura araba, vissuto a lungo in Egitto, e da Faraḥ Anṭūn (1874-1922), ebbe presto un'amplissima diffusione con Giamīl Giabr, autore di studi biografici su autori antichi e moderni, Karam Mulḥim Karam, autore di una dozzina di romanzi, molti dei quali di argomento storico, Anis Freya, che ha dato una descrizione sia sociale sia folcloristica del suo Paese, e infine con i due fratelli ʽAwwād Tawfīq Yūsuf ed Émile Yūsuf, noti anche per le loro opere teatrali. L'autoritarismo del sultano e disordini e persecuzioni anticristiane provocarono l'espatrio di molti intellettuali verso altri Paesi arabi, soprattutto in Egitto, dove l'opera di rinnovamento del khedivè Ismāʽīl (1863-1879) era in pieno sviluppo. E proprio in questo Paese l'influenza dei libanesi fu fondamentale nell'incremento della stampa e in particolare nella diffusione di giornali e riviste. Un fenomeno di grande importanza è rappresentato dagli scrittori emigrati negli Stati Uniti e in America Latina, che furono un importante veicolo di mediazione culturale. Tra questi si segnalano Īlīyā Abū Māḍī (1889-1957), nella cui poesia, però, di arabo è rimasta soltanto la lingua, Mikhā'il Nu ʽayma (1889-1988), poi operante in patria, una delle figure più prestigiose della moderna poesia araba, Naṣīb ʽArīḍa (1887-1946), Ilyās Abū Shabaka (1903-1947). Il più noto è però Gubrān Khalīl Gubrān (1883-1931), filosofo, artista oltre che poeta, che acquisì fama internazionale con Il Profeta (1923). Ma se la migliore poesia libanese del periodo fra le due guerre mondiali sorse in America, in un contesto e con esigenze assolutamente diverse, non vanno tralasciate le voci rimaste nel loro Paese: Wadīʽal-Bustānī (1886-1954), ʽAbdallāh al-Khūrī che scrisse sotto lo pseudonimo di Lesser Akhtal. Notevole l'influenza dell'espressione francofona nell'ambito di un bilinguismo francoarabo, in cui viene valutato positivamente il valore “ecumenico” della cultura francese, trascritta in immagini e lessico tipicamente libanesi. Drammaticamente segnati dalla guerra scoppiata nel 1975, gli scrittori libanesi francofoni esprimono l'amarezza di un conflitto rivelatore di un odio a lungo represso tra le componenti politiche e religiose, o la rabbia davanti alle distruzioni, pur non disperando nella riconciliazione finale come Elie Maakaron (n. 1946) con La terre qui brûle (1978), e malgrado le crudeli esperienze vissute da Marcelle Haddad Achkar (n. 1947) e testimoniate in Papiers de guerre lasse (1981). Per la critica della poesia un ruolo importante è stato svolto da due riviste letterarie: ash-Shiʽr, fondata nel 1957 da Yūsuf alKhāl e Adonis, e Mawāqif, fondata nel 1968, sempre da Adonis. Si deve anche ricordare il grande compito svolto da al-Adab (La letteratura), fondata nel 1954 dallo scrittore Suhayl Idrīs (n. 1923), che continua a far sentire la sua autorevole voce in tutto il mondo arabo. Nelle opere di molti scrittori e poeti, ricorrenti sono i temi che trattano della situazione politica della regione mediorientale a partire dal conflitto arabo-israeliano del 1967, dalla guerra civile libanese e dall'occupazione israeliana del Libano meridionale. Ha fatto epoca il romanzo di Ḥalīm Barakāt (n. 1933) dal profetico titolo Sittat Ayam (1961; Sei giorni), chiara allusione alla guerra del 1967, seguito nel 1969 da un altro romanzo, ʽAwdat at-tā’irilà al-baḥr (Il ritorno dell'uccello al mare), molto apprezzato dalla critica araba. Dopo la scrittrice Laylà Baʽlbakkī (n. 1938), che giovanissima ha scritto uno dei primi romanzi di stampo femminista, Anā Aḥyā (1961; Io sono viva), altre scrittrici si sono imposte nel panorama della narrativa libanese: Emīlī Naṣrallāh (n. 1931), autrice di numerosi romanzi e racconti per l'infanzia, e Ḥanān Sheikh (n. 1945), che ha ambientato il suo più famoso romanzo, Ḥikāyat Zahra (1980), tra la comunità sciita del Libano meridionale. In seguito alla guerra civile molti intellettuali hanno lasciato il Paese, trasferendosi per la maggior parte in Francia o in Gran Bretagna. A cavallo del millennio nuove figure sono emerse nel panorama letterario libanese, quali testimoni di un post-conflitto ancora tutto da decifrare. Tra i più eminenti Elias Khoury (n. 1948), intellettuale attivo su numerosi fronti in qualità di critico, giornalista, docente e scrittore di saggi, testi teatrali e romanzi (La porta del sole, 1998); Ghāda as-Sammā‘n (n. 1942), nata in Siria e trasferitasi in Libano nel 1964, che ha pubblicato, tra gli altri, Un taxi per Beirut (1974) e Incubi di Beirut (1975), entrambi sulla guerra civile in Libano, prima di fondare una propria casa editrice nel 1977; Hoda Barakat (n. 1952) vissuta in Libano sino al 1989, per poi trasferirsi a Parigi senza rinunciare a pubblicare le proprie opere in arabo, e autrice di Malati d’amore (1993) e L’uomo che arava le acque (1999); Rašhid Da'if (n. 1945), che ha pubblicato E chi se ne frega di Meryl Streep!, dissacrante ritratto dell'uomo come figura centrale di una società tradizionale ma proiettata verso la globalizzazione culturale.

Cultura: letteratura in lingua francese

La letteratura libanese di lingua francese, la prima delle letterature francofone del mondo arabo, è riuscita, malgrado le crisi che si sono succedute, a mantenere le sue caratteristiche. Questo grazie al fatto che non si è mai lasciata rinchiudere nel pittoresco o nell'esotico, ma ha cercato sempre temi universali. La guerra ha comunque provocato un periodo di silenzio; lo scrittore si sentiva impotente a trovare un qualsiasi modo per esprimere le atrocità vissute. Negli anni Ottanta escono i libri di Amin Maalouf (n. 1949) che dal 1976 vive in Francia. Cosciente dell'importanza del suo Paese come intermediario tra Oriente e Occidente, Maalouf si sforza di dare una rilettura dei più grandi avvenimenti in modo da avvicinare le due culture. Così, pubblica Les Croisades vues par les Arabes (1983; Le Crociate viste dagli arabi), e quindi Léon l’Africain (1986), Les jardins de lumière (1991; I giardini di luce) e Le Rocher de Tanios (1993; La roccia di Tanios) con il quale ha vinto il premio Goncourt, Les Identités meurtrières (1998; L'identità), Le Périple de Baldassare (2000, Il periplo di Baldassarre). La fioritura letteraria è ripresa recentemente con autori che si dedicano prevalentemente alla poesia, come Jad Hatem (L’offrande vespérale, 1989). Notevole la presenza di donne. Dopo la scomparsa prematura di Nadia Tuéni (1935-1983), è emersa Claire Gebeyli (n. 1935) che con la raccolta La Corde raide (1986; La corda tesa) ha riunito una serie di testi che erano in precedenza stati coronati da prestigiosi premi letterari e Andrée Chedid (n. 1920), che ha saputo esprimere il dolore dell'esilio nella sua ricchissima opera che comprende poesie, romanzi, testi teatrali. Di rilievo è anche la produzione di Etel Adnan (n. 1925), di cui si ricordano Au coeur du coeur d’un pays, (1994; trad. it. Ai confini della luna) e, in inglese, There: in the Light and the Darkness of the Self and of the Other (1997).

Cultura: archeologia e arte

Per la sua particolare posizione geografica il Libano fu aperto all'influenza delle grandi civiltà del mondo antico (dell'Egitto, della Mesopotamia, della Grecia e di Roma). La prima vastamente documentata è quella egiziana, testimoniata dagli scavi di Biblo, città che riassume in sé anche tutta la storia fenicia precedente la conquista di Alessandro Magno (333). All'arrivo di Alessandro il prestigio dell'arte greca era già largamente affermato, come mostrano le statuette del tipo Tanagra e i sarcofagi di marmo greco trovati a Sidone (Saîda) ed eseguiti senza dubbio da scultori greci. Tuttavia più che dell'arte ellenistica è di quella romana che restano significative tracce . Nel grande complesso archeologico di Ba'labakk (sec. I-III d. C.) si rivela compiutamente il grado di assorbimento della cultura classica. Il periodo bizantino e quello musulmano più antico non hanno lasciato grandi memorie sul territorio libanese, mentre assai ricchi sono i monumenti crociati nell'ambito del regno cristiano di Gerusalemme (1099-1291). Numerosi sulla costa sono i resti delle architetture militari: mura, torri e porte di città, castelli e fortezze sorti nei punti strategici della regione, tra i quali il castello di San Luigi a Sidone, bell'esempio di stile francese del sec. XIII, quello di Saint-Gilles a Tripoli (Tarābulus), quello di Beaufort nei pressi di Sidone, ecc. Parallelamente all'edilizia militare, il periodo crociato favorì quella religiosa. Un gran numero di chiese fu edificato nelle principali città libanesi, ma tutte furono in seguito trasformate in moschee: così quelle di Beirut, di Sidone, di Tripoli hanno origine cristiana, mentre l'apporto stilistico musulmano non si discosta molto dagli esempi mamelucchi e ottomani della Siria. A iniziare dal sec. XVII il Paese andò approfondendo il contatto politico e culturale con l'Occidente, sviluppando così un'architettura in cui il gusto europeo si mescola a quello musulmano. All'inizio del sec. XIX sorse il più imponente e meglio conservato dei monumenti musulmani, il castello di Bayt ad-Din, animata imitazione dello stile antico con la sua selva di cupole, torri, arcate e gallerie. Molte opere d'arte della storia libanese, dalle statue marmoree fenicie ai gioielli bizantini, sono conservate presso il Museo Nazionale di Beirut.

Cultura: cinema

Con una frequentazione delle sale cinematografiche tra le più elevate del Vicino Oriente, il Libano si limitò negli anni Cinquanta e Sessanta a imitare il musical o il melodramma egiziano. Di una tendenza diversa si fecero sostenitori inascoltati nel 1957 il Cineclub di Beirut e il film Verso l’ignoto di G. Nasser, seguito nel 1960 da Il piccolo straniero. Fu la causa palestinese, già presente in film e documentari libanesi prima e dopo il 1970, e più in generale la causa della liberazione araba, a stimolare la nascita di un cinema di valore sia nazionale sia internazionale. Nel genere narrativo Kafr Kassem (1974) evocò con lucidità il massacro in un villaggio palestinese da parte di un commando sionista. Il regista Borhan Alauié, che realizzò il film in coproduzione con la Siria, è fra i talenti sicuri di un autentico cinema libanese, accanto a Marun Baghdadi (1950-1993), regista di Beirut, oh Beirut, 1975 (sul problema cristiano-musulmano) e alle documentariste Heiny Srour (L’ora della liberazione è suonata, 1973, sulla guerriglia nel Dhufar e il contributo delle donne partigiane) e Jocelyne Saab (Il Libano nella tormenta, 1975), entrambe sul punto di passare al film di finzione dopo l'esempio offerto dal regista tedesco V. Schlöndorff che nel 1981 ha girato L’inganno in una Beirut martoriata dalla guerra fratricida. L'invasione israeliana del giugno 1982 ha certamente bloccato molti progetti in corso, in grado di esprimere una “visuale araba” sulla drammatica situazione, tanto che per tutto il decennio non si registrano titoli di rilievo. Una lieve ripresa nella produzione si è avuta per quanto riguarda i film di argomento bellico, tra i quali il francese La vita sospesa (1990) di Marun Baghdadi e l'israeliano Finale di coppa (1991) di Eran Riklis. E, dove non è in primo piano, la guerra resta comunque l'elemento di confronto, il passato, o il presente, con cui fare i conti privatamente e collettivamente. Gli scenari, di una “estenuata” Beirut o di un villaggio di provincia, diventano, nel cinema libanese del terzo millennio, luoghi dell'anima, oltre che geografici, in cui nascono, si consumano e finiscono rapporti personali che, per il solo fatto di essere sbocciati in questa terra, danno l'impressione di dover lottare con una tenacia maggiore per la propria sopravvivenza. Come in Le Cerf Volant di Randa Chahal Sabag (1953), vincitore di tre diversi premi al Festival di Venezia; grande successo internazionale ha riscosso anche Maarek hob (2004) di Danielle Arbid (n. 1970). La Lebanese Cinema Foundation, nata nel 2002, è l'organismo che ha inaugurato un nuovo approccio verso le produzioni nazionali: sostegno economico e promozionale, presenza ai festival, scambi con nazioni e organismi stranieri sono alcune delle strategie messe in atto. Nel 2007, per esempio, il Festival di Cannes ha riservato una delle proprie rassegne al cinema libanese, con pellicole, fra gli altri, della stessa Arbid, di Ghassan Salhab (n. 1958) e di Michel Kammoun (n. 1969), regista dell'apprezzato Felafel (2006).

Bibliografia

Per la geografia

E. de Vaumas, Le Liban, Ètude de Géographie Physique, Parigi, 1954; R. Woffart, Geologie von Syrien und Libanon, Berlino, 1968; J. P. Alen, Le Liban, Parigi, 1985; J. Seguin, Le Liban-Sud: espace périferique, espace convoité, Parigi, 1988.

Per la storia

P. K. Hitti, Lebanon in History, Londra, 1967; M. C. Hudson, The Precarious Republic: Political Modernisation in Lebanon, New York, 1968; S. Ribet, Il nodo del conflitto libanese. Tra resistenza palestinese e destra maronita, Torino, 1977; H. Cobban, The Making of Modern Lebanon, Londra, 1985; E. Picard, Liban, Ètat de discorde: des fondations aux guerres fratricides, Parigi, 1988; G. Corm, Liban: les guerres de l’Europe et l’Orient, 1940-1992, Parigi, 1992.

Per la letteratura

G. Ghanem, La poésie libanaise de langue française, Beirut, 1981; G. Labaki, Bibliographie de la littérature libanaise d’expression française, Parigi, 1983; J. Daoud, Dramaturgie et mise en scène au Liban depuis 1960, Parigi, 1985.

Per il folclore

M. K. Khayat, N. C. Keatinge, Lebanon Land of the Cedars, Beirut, 1960; S. Millot, Croyances et constumes libanaises, Parigi, 1978.