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altitùdine

sf. [sec. XIV; dal latino altitūdo-dínis].

1) Lett., altezza (anche fig.): “attingeva... nella mia anima un'altitudine sublime” (D'Annunzio). In senso concr., luogo alto, altura.

2) In topografia, la quota di un punto sul terreno misurata lungo la verticale tra il punto considerato e la superficie di riferimento (generalmente il livello del mare).

3) In medicina, malattia da altitudine, sindrome da anossia, provocata dalla diminuita pressione parziale di ossigeno nell'aria inspirata, che si riscontra in individui che raggiungono grandi altitudini durante voli aerei (male degli aviatori) o in seguito a permanenza ad alta quota (mal di montagna). È caratterizzata da sintomi generali (astenia, cefalea, torpore, vertigini), da modificazioni della respirazione (iperventilazione polmonare) e della circolazione del sangue (aumento iniziale della pressione arteriosa, quindi ipotensione con tendenza al collasso), da un aumento dei globuli rossi circolanti. La patogenesi della sindrome è da alcuni studiosi attribuita alla condizione di anossia anossica.

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