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attivismo

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Lessico

sm. [sec. XX; da attivo].

1) Modo di vita che pone al di sopra di tutto l'azione, tendenza a porre nell'azione ogni valore umano: “attivismo assoluto che riconosce in se stesso il principio e il termine dello svolgimento” (Gobetti).

2) Attività di propaganda che viene svolta dagli aderenti a un partito o dai sostenitori di un'idea politica.

Filosofia

In senso generico, ogni concezione filosofica che si opponga all'intellettualismo contemplativo, attribuendo un primato all'attività, sia questa spirituale o pratica: attiva è la filosofia cristiana, per il primato attribuito alla carità, come attiva è la filosofia moderna, a partire dal Rinascimento, per la positiva valutazione dell'attività umana. In senso più preciso rientrano nell'attivismo quelle concezioni che tutto subordinano all'azione. Non si dà dunque verità né valore alcuno se non nell'azione e per l'azione. Tali dottrine sfociano nell'irrazionalismo e in un'esaltazione acritica di ciò che è irrazionale della vitalità nella sua immediatezza. Sorel è l'esponente tipico di questo attivismo, a cui ha attribuito una dimensione politica. Le forme dittatoriali e culturalmente povere, come fascismo e nazionalsocialismo, vi hanno fatto ricorso. L'attivismo è pure presente in Bergson, nella filosofia dell'azione di Blondel, nel pragmatismo. Il romanticismo dello Sturm und Drang ne aveva già costituito un esempio.

Pedagogia: generalità

Movimento pedagogico che si avvale anche di altre qualifiche come “progressivo”, “del lavoro”, “democratico”, di “scuola nuova”, ecc. e che, in generale, mira a promuovere l'attività spontanea del fanciullo attraverso i suoi interessi, i suoi bisogni e le sue tendenze. La multiformità che lo caratterizza ostacola una rigorosa configurazione dell'attivismo all'interno della storia del pensiero pedagogico. Va però osservato che è stata operata una distinzione precisa dell'attivismo tanto da differenziarlo dallo stesso movimento dell'“educazione nuova” di matrice europea. Secondo questa prospettiva, l'espressione “scuola attiva” va riferita al filone più propriamente rivoluzionario riconducibile al pensiero del Dewey e non compete invece al filone riformista (che tuttavia a buon diritto rientra nell'“educazione nuova”) che comprende per esempio le new schools di Cecil Reddie e di Haden Badley e l'École des Roches di Edmond Demolins. Tuttavia le forme più recenti di attivismo vanno oltre le posizioni di Dewey, che caratterizzano piuttosto le origini e parte dello sviluppo del movimento. Gli aspetti più significativi del radicale mutamento introdotto dall'attivismo possono essere così enumerati: grande varietà di attività, individualizzazione, approccio problematico dell'apprendimento, accento sui bisogni, quadro sociale dell'esperienza, contributo della scuola alla trasformazione della società, ecc. Nell'ultimo trentennio il “puerocentrismo” di queste originarie formulazioni si apre esso stesso a un più profondo rinnovamento sotto la spinta della ricerca scientifica (psicologia e sociologia dell'educazione, didattica sperimentale). Secondo De Bartolomeis, esso si caratterizza per l'utilizzazione pedagogica di ricerche sulla dinamica del comportamento; per un più preciso studio dei livelli di rendimento in rapporto alle capacità e alle motivazioni e per una considerazione dell'incidenza dei fattori socio-culturali e dei condizionamenti sullo sviluppo individuale e sull'apprendimento. Egli sostiene, inoltre, che la scuola attiva muta la prospettiva sia dell'insegnamento sia dello studio, predisponendo un ambiente tale da consentire agli allievi di affrontare in modo personale e problematico, quindi attivo, i compiti della loro educazione. Così, alla base della formazione del fanciullo nei suoi aspetti culturali, sociali, morali e affettivi, sono attività spontanee come l'espressione mediante le tecniche e i materiali più diversi, i lavori manuali, le occupazioni individuali e collettive: l'educando assume in tal modo la responsabilità, anche se opportunamente guidato, di iniziative atte a realizzare una varietà di servizi indispensabili alla vita della comunità scolastica.

Pedagogia: in Italia

In riferimento al quadro della cultura pedagogica italiana va osservato che la pedagogia del Gentile non presenta alcuna connessione con i principi e le realizzazioni dell'attivismo. In Lombardo Radice, invece (Lezioni di didattica), sono presenti alcuni spunti, ma, sempre fermo al suo idealismo, il pedagogista valuta positivamente solo gli aspetti dell'attivismo che reputa più congrui con la propria prospettiva filosofica. Con il fascismo la pedagogia si fa “nazionale” e “patriottica” e perde i contatti con le pur caute espressioni dell'attivismo italiano e si chiude completamente alle formulazioni straniere. In Italia è soprattutto con il gruppo “fiorentino” che si riunisce attorno a Ernesto Codignola, alla casa editrice La Nuova Italia e alla rivista Scuola e città che l'attivismo, specialmente deweyano, viene studiato, rivissuto e diffuso. Il Codignola tuttavia non divenne mai un fautore dell'attivismo. Il Movimento di Cooperazione Educativa (M.C.E.) ha applicato e diffuso le tecniche del francese Freinet dando luogo a un'originale esperienza educativa. Il mondo cattolico è stato spesso ostile alle idee e alla pratica della “scuola attiva” e delle “scuole nuove”. Tuttavia si è ricercata un'“integrazione” di cui il saggio di Devaud, Per una scuola attiva secondo l'ordine cristiano (1934), è la più importante espressione e viene considerato quasi il manifesto dell'attivismo cattolico. La pedagogia e la cultura di ispirazione marxista hanno alternato momenti polemici a valutazioni più positive, soprattutto riferite alle tecniche attivistiche considerate come momento di rottura rispetto alla didattica tradizionale, e, più in generale, hanno accettato il riconoscimento di Gramsci del “valore storico dell'attivismo contro il rigore formalistico della scuola tradizionale”.