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benèssere (sociologia)

agiatezza diffusa in tutti gli strati della popolazione che, tende a soppiantare ogni valore spirituale o dovere sociale. Tale espressione, nota come società del benessere, riflette un mito sociale diffusosi nella fase espansiva conosciuta dalle economie occidentali fra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta del sec. XX. Vi è implicita un'idea dello sviluppo polemica con l'anticonsumismo proprio sia delle visioni religiose tradizionali (in nome del rifiuto del materialismo e dell'edonismo) sia di quelle politicamente rivoluzionarie, timorose dell'integrazione capitalistica. L'aspirazione a un equilibrio sociale basato sulla prosperità, anziché sul controllo, alimentava una riproposizione dell'ottimismo progressista e riformista, contestata per alcuni aspetti essenziali. Si pensi alla questione dei vincoli ambientali alla crescita produttiva (deficit energetico e risorse scarse), nonché all'emergere di un inedito sistema delle disuguaglianze nei Paesi del benessere. Disuguaglianze di reddito e di condizione sociale prodotte dalla crisi finanziaria e fiscale dello Stato e da fenomeni demografici e sociali qualitativamente nuovi, quali l'immigrazione e le nuove povertà (anziani, tossicodipendenti, marginali) in Paesi a fragile struttura assistenziale, come l'Italia. Opportunamente, perciò, autori come N. Luhmann suggeriscono di spostare l'attenzione sulle funzioni proprie dello Stato del benessere, prodotto storico del compromesso fra istituzioni e interessi sociali organizzati (sindacati, consumatori, ecc.), da non confondere con lo Stato sociale (strumento di tutela delle fasce meno protette della cittadinanza dalle pure leggi del mercato).

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