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dracunculòsi

sf. [sec. XIX; dal latino dracuncŭlus, piccolo drago+-osi]. Malattia tropicale parassitaria (detta anche draconbiasi) causata da Dracunculus medinensis, comune lungo la valle del Nilo, in Africa orientale, in Asia e in alcune zone del Brasile. L'uomo e anche alcuni animali (cavallo, cane, bue, ecc.) si infettano bevendo acqua contenente piccoli crostacei (Cyclops) che ospitano le larve del parassita; queste, dopo avere attraversato la parete intestinale, si annidano nel tessuto connettivo di varie regioni, dove si sviluppano e ne avviene la fecondazione. In seguito, il maschio muore e la femmina va a localizzarsi nel tessuto sottocutaneo, generalmente degli arti inferiori, da dove, soprattutto a contatto con l'acqua, emette un liquido lattescente contenente embrioni che a loro volta parassitano i Cyclops. La dracunculosi è caratterizzata da bruciore, prurito locale, febbre, orticaria e talvolta linfangiti e ascessi. La diagnosi è possibile solo quando il verme adulto si localizza a livello cutaneo, quando risulta visibile la sua testa alla base dell'ulcera da esso determinata o quando si possono evidenziare le larve nella secrezione lattescente. Il trattamento consiste nell'estrazione del verme adulto con metodi vari, oppure ricorrendo all'infiltrazione dei tessuti prossimi al verme con un'emulsione di fenotiazina in olio di oliva, previa anestesia locale. Le reazioni settiche e da corpo estraneo dovranno essere trattate in modo appropriato.

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