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endoscopìa

sf. [sec. XIX; endo-+-scopia]. Visualizzazione diretta di una cavità anatomica attraverso particolari sonde a fibre ottiche (endoscopio), effettuata a scopo diagnostico, chirurgico e terapeutico. La sonda viene introdotta attraverso orifizi naturali, per esami endoscopici di cavità che comunicano direttamente con l'esterno (per esempio, attraverso la bocca, per l'endoscopia dello stomaco o gastroscopia), mentre, allorquando si deve accedere a strutture interne che non siano in comunicazione diretta con l'esterno, viene praticata, in anestesia locale, una piccola incisione della superficie corporea, in prossimità dell'organo da esaminare, attraverso la quale viene introdotto l'endoscopio ( laparoscopica). L'esaminatore può raccogliere a scopo diagnostico informazioni di tipo anatomico o anatomopatologico (attraverso l'osservazione di aspetti strutturali e l'eventuale prelievo di materiale da sottoporre successivamente a esame istologico) e di tipo fisiologico (attraverso il monitoraggio di aspetti funzionali); può inoltre eseguire interventi chirurgici (come l'asportazione di neoformazioni, di calcoli delle vie urinarie o biliari, ecc.) o anche procedere alla istillazione locale di un farmaco o al tamponamento diretto di un'emorragia interna. La chirurgia endoscopica viene praticata sempre più frequentemente per interventi all'apparato digerente, in particolare per le appendicectomie, le colecistectomie e le riduzioni dell'ernia inguinale. L'intervento viene effettuato praticando alcuni fori nell'addome, attraverso i quali vengono inseriti una sonda con una microtelecamera collegata con un monitor e un'altra sonda dotata di un minibisturi all'estremità. Il chirurgo muove la sonda osservando le immagini riprodotte sul monitor e interviene con il microbisturi. L'intervento riduce i disagi per il paziente e abbassa di quattro-cinque volte i tempi di degenza, con effetti positivi anche sulla spesa sanitaria, pur non essendo completamente privo di complicanze. La chirurgia endoscopica è applicata anche per la rimozione di tumori al polmone, all'apparato digerente e per raggiungere aree cerebrali ritenute tradizionalmente “inviolabili” perché inaccessibili con altre tecniche, come il tronco encefalico. Grazie alle sonde e ai microstrumenti è possibile accedere all'interno delle cavità cerebrali o al centro dell'encefalo. La tecnica permette inoltre di muoversi intorno a una lesione cerebrale e di osservare per la prima volta, dalla parte opposta, il risultato di un intervento. Per ora gli interventi neurochirurgici di elezione compiuti con l'endoscopio sono quelli sulle cavità cerebrali, per esempio per risolvere un idrocefalo oppure per rimuovere cisti benigne o tumorali. In campo cardiologico, la chirurgia endoscopica trova applicazione nell'angioplastica e, sperimentalmente, in interventi di bypass coronarici o nella sostituzione delle valvole cardiache. Le sonde vengono introdotte nell'arteria femorale all'inguine del paziente, e consentono di raggiungere il cuore. La chirurgia endoscopica non può tuttavia sostituire sempre quella tradizionale, alla quale il chirurgo deve fare ricorso se durante un'operazione si manifestano complicazioni o inconvenienti che rendono necessario avere una visione diretta, a cielo aperto, del campo operatorio, come per esempio per provvedere all'arresto di improvvise emorragie dei grossi vasi.

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