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spùgna

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Lessico

sf. [sec. XIV; latino spongía, dal greco spongía o spongiá].

1) Nome comune dei Poriferi, in particolare della Spongia officinalis.

2) Il dermascheletro disseccato di questi animali, formato da un intreccio di fibre di sostanza cornea e molto elastica, intervallate da numerosi pori da cui si ricavano le spugne usate specialmente in operazioni d'igiene e pulitura: bagnarsi il viso con la spugna; pulire i vetri con la spugna. Per estensione, oggetto soffice e poroso. In loc. fig.: una spugna, un gran bevitore; dare, passare un colpo di spugna su qualche cosa, dimenticarla completamente; getto della spugna, nel pugilato, lancio sul ring, durante una ripresa del combattimento, della spugna usata per rinfrescare l'atleta o dell'asciugamano, effettuato dai secondi di uno dei pugili se questi è in difficoltà e si vuole la sospensione dell'incontro con conseguente vittoria dell'avversario.

3) Spugna artificiale, prodotto assai poroso e fortemente elastico fabbricato, mediante opportuni trattamenti, a partire dalla gomma vulcanizzata o da materie plastiche, utilizzato per usi domestici e industriali.

4) Nell'industria tessile, tessuto a spugna o semplicemente spugna, tipo di tessuto derivato dal velluto, composto da una (spugna semplice) o tre (spugna doppia) trame e due orditi per cui una o entrambe le facce del tessuto appaiono coperte da anelli attorcigliati di filato. Il tessuto acquista un elevato potere assorbente che lo rende adatto per asciugamani, accappatoi ecc.

5) Spugna metallica, metallo di forma irregolare, poroso e friabile, che può essere prodotto per deposizione elettrolitica, per riduzione diretta dell'ossido, o per riscaldamento di opportuni sali. Per esempio, la spugna di ferro viene prodotta con uno dei vari metodi di riduzione diretta degli ossidi di ferro; la spugna di platino può essere prodotta per riscaldamento di cloroplatinato di ammonio. Quest'ultima viene utilizzata quale catalizzatore.

6) In botanica, spugna vegetale, nome comunemente dato alle piante del genere Luffa.

Economia: la pesca delle spugne

Sebbene sostituite in larga misura dalle spugne artificiali, le spugne vengono ancora utilizzate per le loro doti, soprattutto quella di non provocare irritazioni della pelle. La pesca delle spugne viene praticata da tempi remoti soprattutto nel Mediterraneo: noti sono rimasti i pescatori greci del Dodecaneso; la pesca viene effettuata da singoli tuffatori o mediante apposita rete (gangava) trainata da un natante. La pesca con la rete, praticata lungo le coste del Mediterraneo centrale, alle Bahama e lungo le coste della Florida, dell'Australia orientale e di Cuba, porta alla distruzione delle giovani spugne; anche se richiede costi d'esercizio molto bassi, non può sostenere la concorrenza delle spugne artificiali essendo il suo prodotto alquanto scadente. Le più belle spugne vengono pescate nei fondali rocciosi del Mediterraneo, in particolare dell'Egeo, delle Bahama e del Mar Rosso, a 20-30 m di profondità: la raccolta viene eseguita, scegliendo solo le spugne di maggiori dimensioni, da palombari o da subacquei attrezzati con respiratori, sebbene non manchino pescatori autonomi che lavorano in apnea; questo prodotto selezionato è ancora molto richiesto nonostante gli elevati costi. Le spugne, una volta portate all'aria, imputridiscono rapidamente per la degenerazione del materiale organico: ciò facilita il distacco dei tessuti molli che vengono allontanati con macerazione in acqua dolce e ripetuti lavaggi con soluzioni acide; alla fine, il dermascheletro elastico e morbido subisce un trattamento depurativo a base di sostanze sbiancanti per essere poi rifinito (cimatura) ed eventualmente ritagliato prima di porlo in commercio.

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