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speculazióne

sf. [sec. XIV; da speculare (verbo)].

1) Movimento libero e autonomo del pensiero alla ricerca di una verità; da una genuina speculazione vanno dunque esclusi tutti quegli elementi che ne comprometterebbero la purezza, la libertà e l'autonomia. Apprezzata dal pensiero greco, dove da Aristotele fu valutata la più alta facoltà umana, come tale passò nella filosofia scolastica medievale. Nel pensiero moderno e contemporaneo la speculazione fu riportata in auge da G. W. F. Hegel in quanto momento più alto del pensare dialettico; fu poi abbandonata per la critica dell'esistenzialismo e del marxismo, del pragmatismo e del positivismo.

2) Attività commerciale o finanziaria dalla quale ci si ripromette un utile consistente; più specificamente, acquisto effettuato per rivendere, o vendita per riacquistare, allo scopo di conseguire un utile in base all'andamento dei prezzi di mercato. In linea teorica la speculazione può riguardare qualsiasi operazione economica, ma è caratteristica, per quanto riguarda la borsa, dei contratti a termine, dove si specula sulla differenza tra il prezzo pattuito e il prezzo corrente alla scadenza del contratto. L'operatore, se specula al rialzo è detto rialzista, se al ribasso ribassista. § La speculazione ha trovato campo fertile nel settore degli investimenti immobiliari. I meccanismi che determinano la speculazione edilizia nascono da una delle caratteristiche fondamentali dell'urbanesimo, l'esistenza della rendita urbana. La forma più comune di speculazione è costituita dal “congelamento” di aree edificabili in attesa che queste si vengano a trovare tutte interne al tessuto urbano assumendo in tal modo un più alto prezzo di mercato.

3) Per estensione, attività che mira, talora con mezzi poco onesti, a risolvere una situazione a proprio vantaggio: le critiche dell'opposizione sono soltanto una speculazione per fini politici.

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